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Studio della Nuzialità: Analisi Demografica e Tendenze Storiche

Il matrimonio e lo scioglimento delle unioni matrimoniali per divorzio o vedovanza sono stati da sempre oggetto di studio dei demografi in quanto la frequenza e la durata dei matrimoni influenzano la fecondità e, di conseguenza, la crescita della popolazione e la sua composizione secondo lo stato civile. Questi fattori incidono sul tipo di famiglia in cui gli individui crescono e vivono. La durata del matrimonio influenzerà il numero dei tipi di famiglia in cui un individuo vivrà nel corso della sua esistenza.

Lo studio della nuzialità ha come oggetto la frequenza e la struttura per età dei matrimoni, che vengono analizzate operando di solito una distinzione tra primo matrimonio e seconde nozze (a seguito di divorzio o vedovanza).

La rilevazione sui matrimoni, di fonte Stato Civile, è stata istituita dall'Istat nel 1926; è un’indagine individuale ed esaustiva e ha per oggetto tutti i matrimoni della popolazione presente. La sua realizzazione si basa sul modello Istat D.3, compilato dall'Ufficiale di Stato Civile del Comune nel quale il matrimonio è stato celebrato. Il modello raccoglie notizie sul matrimonio e sugli sposi. Per ciascun evento si rilevano: la data, il rito di celebrazione (religioso o civile), il comune di celebrazione e il regime patrimoniale scelto dagli sposi (comunione o separazione dei beni).

Indicatori e Misure della Nuzialità

L'indice di nuzialità si ottiene ragguagliando il numero di matrimoni celebrati in un dato anno, e in una data popolazione, all’ammontare medio della popolazione presente, al fine di eliminare l’influenza della consistenza demografica. Può anche misurarsi, con maggior precisione, tramite il rapporto tra matrimoni celebrati e popolazione matrimoniabile; e ancora si possono stabilire dei quozienti specifici per età della nuzialità, separatamente per sesso e per stato civile. Tali misure possono essere rese ancora più precise costruendo tavole di nuzialità.

La misura più semplice della frequenza dei matrimoni in una data società è costituita dal quoziente generico di nuzialità, ossia dal rapporto tra il numero di matrimoni in un determinato anno e la popolazione totale (convenzionalmente espresso in ‰).

Quoziente specifico di nuzialità: Rapporto tra gli sposi/le spose di età x e l'ammontare medio della popolazione residente maschile/femminile della stessa età, moltiplicato per mille.

Indice (o tasso) di primo nuzialità totale: Somma dei quozienti specifici di nuzialità degli sposi celibi/nubili per singolo anno di età.

La propensione al matrimonio varia a seconda dell'età, e di norma i quozienti di nuzialità raggiungono i livelli massimi in età diverse per i due sessi. Di conseguenza è importante per un'analisi più specifica calcolare i quozienti di nuzialità nelle diverse età e separatamente per i due sessi. Un approccio analogo viene adottato nel calcolare i quozienti relativi alle seconde nozze, in quanto la propensione a risposarsi dopo il divorzio o la vedovanza varia a seconda del sesso e dell'età al momento del divorzio o della vedovanza.

Un modo assai utile di compendiare la struttura per età e la frequenza dei matrimoni in un determinato periodo è dato da una tavola di nuzialità, che mostra, separatamente per i due sessi, quale quota di una data coorte di nati vivi, sopravviventi a una determinata età, si sposerà o resterà celibe/nubile. Si tratta di una tavola a duplice decremento - per morte e per matrimonio - generata dalla combinazione tra i quozienti di mortalità e i quozienti di nuzialità calcolati per le diverse età.

Grafico che mostra la distribuzione per età dei matrimoni celebrati

Tipologie di Matrimonio e Regolamentazione

Il matrimonio è un'unione tra persone di diverso sesso che comporta una serie di diritti e doveri definiti dalla legge o dalle consuetudini. In alcuni paesi coesistono vari sistemi di regolamentazione del matrimonio: ad esempio il diritto civile, il diritto canonico, uno o più sistemi normativi consuetudinari o tribali. In queste società l'effettivo status coniugale (de facto) di un individuo può differire dalla sua situazione giuridica (de jure).

Le leggi e le usanze matrimoniali differiscono nelle varie società. In quelle cosiddette monogame, che costituiscono la maggioranza, non è consentito il matrimonio con più di una persona alla volta, in quelle poligame o poliginiche un uomo può avere più di una moglie, mentre nelle società in cui vige la poliandria la donna può avere più mariti.

Nella maggior parte dei paesi un'unione è legale solo se sancita da un rito laico o religioso. In Italia, come in altri paesi europei, è possibile scegliere tra matrimonio civile e matrimonio religioso. Più dell'80% dei matrimoni in Italia sono consacrati da una cerimonia religiosa, sebbene esistano notevoli differenze da regione a regione. In generale in quelle settentrionali i matrimoni civili sono abbastanza frequenti: nel 1992 le più alte percentuali di matrimoni civili sono state registrate nel Trentino-Alto Adige (31,5%), nel Friuli-Venezia Giulia (29,7%) e in Liguria (29,1%). Nell'Italia meridionale, per contro, la quasi totalità dei matrimoni viene celebrata in chiesa: il 94,8% in Basilicata, il 92,6% in Calabria, il 91,9% e il 92% in Molise e in Puglia. In alcuni paesi, in particolare nell'America Latina, è frequente che le coppie scelgano di sposarsi sia secondo il rito religioso che secondo il rito civile.

Mappa dell'Italia con evidenziate le percentuali di matrimoni civili per regione

Il diritto matrimoniale spesso stabilisce un limite minimo dell'età matrimoniale, in genere diverso per i due sessi, e impone anche una serie di restrizioni, ad esempio vietando il matrimonio tra consanguinei. Le usanze matrimoniali in alcune società privilegiano l'endogamia, ossia il matrimonio tra membri dello stesso gruppo - casta, tribù, o comunità religiosa. I matrimoni misti, per contro, sono unioni tra persone di diversa nazionalità, razza o religione.

Il diritto matrimoniale o le norme consuetudinarie stabiliscono anche le condizioni (a parte la morte di uno dei due coniugi) alle quali è possibile sciogliere il matrimonio mediante l'annullamento, la separazione legale o il divorzio.

Tendenze Storiche della Nuzialità

Per quanto riguarda l'incidenza della nuzialità, si possono distinguere due situazioni opposte: quella in cui il matrimonio avviene in giovane età, soprattutto per le donne, ed è quasi universale (alta incidenza della nuzialità), e quella caratterizzata dal differimento del matrimonio a un'età più tarda e da un'alta percentuale di celibi/nubili (bassa incidenza della nuzialità). Il modello del matrimonio differito si affermò nell'Europa occidentale (ossia approssimativamente nell'area situata a ovest della linea che va da Trieste a San Pietroburgo) a partire dalla fine del XVII secolo.

Il differimento del matrimonio e percentuali relativamente alte di individui ancora celibi/nubili all'età di cinquant'anni caratterizzavano anche le popolazioni europee d'oltreoceano negli Stati Uniti, in Canada, in Nuova Zelanda e in Australia. Nell'Europa centrale e orientale, come in molti paesi dell'Asia e dell'Africa, il matrimonio è sempre stato contratto in giovane età e quasi universale: per le donne l'età media al primo matrimonio era inferiore ai 20 anni e il 98% e oltre si sposava prima dei cinquant'anni.

Le origini del cosiddetto 'modello matrimoniale dell'Europa occidentale' sono oscure. La maggior parte delle teorie proposte per spiegarne le cause riconoscono, in modo implicito o esplicito, l'importanza delle condizioni economiche e dei loro mutamenti. Secondo Malthus i matrimoni in giovane età sarebbero stati incoraggiati o frenati a seconda del livello salariale. Hajnal ha avanzato l'ipotesi secondo cui gli uomini probabilmente erano costretti "a differire il matrimonio finché non avessero acquistato un'indipendenza economica che consentisse loro di mantenere una famiglia". Quale che ne sia stata la causa, è improbabile che il differimento del matrimonio avesse principalmente lo scopo di ridurre le nascite, visto che l'elevata fecondità era considerata all'epoca il requisito principale delle donne.

Nell'Europa del XIX secolo la nuzialità variava a seconda dell'area geografica. Verso la fine del secolo le regioni ad alta nuzialità erano quelle di rapida industrializzazione, mentre bassi livelli di nuzialità si registravano nelle aree alla periferia delle grandi città. La diversificazione regionale della nuzialità sembra sia stata influenzata anche da differenze di ordine culturale: ad esempio l'esistenza di una tradizione di emigrazione maschile in grado di influire sul mercato matrimoniale, le affinità di lingua o di dialetto, l'omogeneità rispetto alla religione.

I quozienti di nuzialità nei paesi europei declinarono durante le due guerre mondiali e crebbero oltre il loro livello usuale negli anni immediatamente successivi alla fine delle ostilità. I quozienti generici di nuzialità dell'Italia esemplificano bene il fenomeno: come dimostrano i dati riportati nella tab. II, tali quozienti erano notevolmente al di sopra del loro livello tipico nel periodo del primo dopoguerra, tra il 1920 e il 1924, e di nuovo negli anni 1946-1948.

A partire dalla fine degli anni quaranta la struttura per età degli sposi al matrimonio è cambiata in modo notevole. L'incremento della nuzialità manifestatosi in Italia si verificò in tutti i paesi dell'Europa occidentale (eccettuata l'Irlanda) e nei paesi d'oltremare di insediamento europeo. Tale incremento fu caratterizzato da un netto calo del numero di celibi/nubili al di sotto dei trent'anni, indice di una maggiore propensione al matrimonio e di un abbassamento dell'età al matrimonio.

Secondo l'ipotesi avanzata da Davis tale abbassamento dell'età al matrimonio era legato alla diffusione di metodi di contraccezione efficaci. Non è detto che l'ipotesi di Davis sia valida: il matrimonio in giovane età può essere stato favorito anche da fattori economici. L'inversione di tendenza, ossia il differimento delle prime nozze e il declino della nuzialità, cominciò in Svizzera alla fine degli anni sessanta, e successivamente si manifestò in Svezia, Danimarca, Finlandia e Austria. Negli altri paesi europei, compresa l'Italia, e nei quattro paesi di lingua inglese d'oltremare, lo stesso fenomeno si verificò negli anni settanta; il Portogallo e la Spagna furono gli ultimi a seguire la nuova tendenza.

I dati riportati nella tab. III, relativi ai quozienti di nuzialità totali in Italia, dimostrano bene tale cambiamento. L'indice ha raggiunto il suo valore massimo nel 1965 per le donne e nel 1970 circa per gli uomini; negli anni successivi si osserva per contro un progressivo declino, tanto che nel 1990 il valore dell'indice risulta ridotto di quasi un terzo. In Inghilterra e nel Galles il quoziente di nuzialità (calcolato su 1.000 individui celibi/nubili al di sopra dei quindici anni) è diminuito gradualmente per gli uomini passando dall'82‰ del 1971 al 52‰ nel 1981, e ha continuato a decrescere arrivando al 37‰ nel 1991. Il quoziente di nuzialità per le donne è sceso da una punta massima del 97‰ registrata nel 1971 al 56‰ del 1986, ed è calato ulteriormente arrivando al 47‰ nel 1991.

A partire dagli anni settanta la tendenza a differire il matrimonio si è manifestata anche nei paesi in via di sviluppo dell'America Latina e dell'Asia e, seppure in misura assai inferiore, anche in Africa. Tra i fattori che hanno contribuito a determinare questo fenomeno si possono menzionare la scarsità di terra coltivabile, il sottosviluppo delle aree rurali, il sovraffollamento e la disoccupazione nelle città. In molti paesi è stato innalzato il limite minimo dell'età matrimoniale con l'intento di ridurre la fecondità e quindi la crescita demografica. Ciononostante nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo il matrimonio avviene in età assai giovane, soprattutto per le donne.

È noto come la nuzialità sia da tempo un fenomeno demografico in notevole ridimensionamento. Va ricordato che soprattutto nei primi anni sessanta ci fu un picco di matrimoni che connotò il cosiddetto marriage boom e di cui furono protagoniste le coorti nate dalla fine degli anni trenta alla metà degli anni cinquanta. In quel periodo scese l’età modale alle nozze e si ridussero al minimo le percentuali definitive di celibi e nubili. Poi le cose cambiarono: a partire dai primi anni settanta il matrimonio viene sempre più procrastinato ed il tasso di nuzialità scende velocemente. Se nel 1963 aveva toccato l’8,2 per mille (più o meno come alla metà dell’Ottocento) nel 1980 era già al 5,7 per arrivare al 3,1 attuale (stima Istat al 2014). In particolare l’Istat osserva che non solo dal 2008 il calo annuo medio dei matrimoni è del 5 per cento (mentre nel precedente periodo 1991-2008 era dell’1,2), ma che si riducono tutte le tipologie di coniugio: scendono infatti i primi matrimoni, i matrimoni misti, quelli tra stranieri, i matrimoni successivi al primo, quelli civili e quelli religiosi.

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Nuzialità in Italia: Dati Recenti e Prospettive

Nel 2019 sono stati celebrati 925 matrimoni: -2,1% rispetto al 2018 (-19 riti). Le nozze religiose, sorpassate già dal 2001 dai riti in municipio, continuano a diminuire sensibilmente: nel 2019 ne sono state celebrate 194, il 6,7% in meno rispetto all’anno precedente (-14 riti). I matrimoni civili, scelti da quasi 8 coppie su 10, si mantengono sostanzialmente stabili con 731 riti (-0,7%; -5 nozze).

Gli uomini si sposano mediamente a quasi a 43 anni e mezzo mentre le spose sfiorano in media i 40 anni. Sono state inoltre celebrate 49 unioni tra persone dello stesso sesso nel 2019 (26 in meno rispetto all’anno precedente; -34,7%).

Ci si può ora chiedere se una eventuale introduzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso (detto matrimonio egualitario) potrebbe correggere (e di quanto) la discesa della nuzialità italiana. Com’è noto, in Italia il matrimonio egualitario non è legislativamente all’ordine del giorno, pur trovando ormai un buon consenso sociale (secondo il sondaggio di Demos & Pi del giugno 2015 il 53 per cento della popolazione vi è favorevole) e rimanendo l’Italia uno dei nove paesi dell’Unione senza alcuna tutela per le coppie dello stesso sesso.

Tuttavia si può - a guisa di simulazione per proxy - ipotizzare la dimensione statistico degli eventuali matrimoni egualitari nel nostro paese osservandone le dinamiche in alcuni paesi europei (come Francia, Spagna, Portogallo) che da qualche tempo l’hanno introdotto e che presentano anche delle affinità culturali con l’Italia. In Francia il mariage pour tous (introdotto non senza contrasti nell’aprile 2013) ha prodotto 7.367 matrimoni nel 2013 e 10 mila nel 2014: cioè il 3 per cento ed il 4,1 rispettivamente sul totale dei matrimoni. E’ interessante vedere anche l’andamento dei Pacs (unioni civili introdotte già nel 1999): che nel tempo sono in crescita per le coppie etero ed in calo per quelle dello stesso sesso, queste ultime pari oggi al 3,6 per cento dell’insieme dei Pacs stipulati.

La Spagna ha legalizzato i matrimoni del mismo sexo nel giugno del 2005 e questi - nel 2014 - sono stati 3.300, pari al 2,1 per cento del totale dei matrimoni. Secondo El Pais, negli ultimi dieci anni i matrimoni dello stesso sesso in Spagna sono stati solo l’1,7 per cento di tutti i matrimoni del decennio, con la punta massima raggiunta (comprensibilmente) nel 2006. Tuttavia la estrema modestia del numero di questi matrimoni si trova anche in altri paesi europei.

E’ emblematica la realtà dell’Olanda, paese notoriamente libertario e secolarizzato, non a caso il primo al mondo - nel 2001 - ad aprire al matrimonio a persone dello stesso sesso. E tuttavia uno studio dell’Institute for Marriage and Public Policy, facendo il bilancio dei primi dieci anni di vita della legge olandese, conclude dicendo che “After ten years of same-sex marriage, approximately 9 out of 10 gay and lesbian people in the Netherlands have still not chosen to enter a legal marriage”.

Diventa allora difficile pensare con questi numeri che una eventuale introduzione del matrimonio egualitario in Italia (al di là di un serio discorso di diritti di libertà in campo affettivo) possa frenare significativamente o tantomeno invertire quell’”inverno demografico” che da tempo segna soprattutto la nuzialità del nostro paese contraendola del 5 per cento medio annuo.

I motivi sono diversi: culturalmente, risulta scarsa la pressione sociale al matrimonio esercitata da parenti ed amici sulle coppie omosessuali; inoltre tra queste ultime è presumibilmente ridotta l’idea di sposarsi per avere bambini (famiglie omogenitoriali); ed infine è maggiore l’individualismo e di conseguenza minore il senso del “fare famiglia” nelle coppie omosessuali.

Piuttosto è stato osservato che l’avvio del matrimonio egualitario può contribuire a diffondere un clima sociale meno omofobico e sessista e più tollerante ed inclusivo, come è stato notato in Francia dopo soli due anni di mariage pour tous e come auspica anche la Corte suprema americana, che ha riconosciuto nel giugno 2015 alle coppie same sex il diritto di sposarsi in tutti gli Stati dell’Unione, forte anche di una opinione pubblica ormai favorevole per il 60 per cento (era pari al 27 nel 1996, secondo la Gallup).

Matrimoni celebrati in Italia nel 2019
Tipo di Matrimonio Numero Variazione rispetto al 2018
Totale Matrimoni 925 -2,1%
Matrimoni Religiosi 194 -6,7%
Matrimoni Civili 731 -0,7%
Unioni tra Persone dello Stesso Sesso 49 -34,7%

Con il declino della mortalità la vedovanza è diventata una causa meno frequente di scioglimento del matrimonio. Come dimostrano i dati riportati nella tab. VI, vi è una diminuzione del numero dei vedovi/e che si risposano. La frequenza del divorzio per contro è aumentata in modo considerevole in molti paesi europei.

In Italia, dopo la legge del 1° dicembre 1970, n. 898, che consente il divorzio e il passaggio a nuove nozze, il numero annuo di divorziati/e risposati è salito da 259 nel 1970 a 3.900 nel 1971, raggiungendo un massimo di oltre 16.700 nel 1972 e nel 1973, per poi scendere, negli anni successivi, a circa 10.000. Nella maggior parte dei paesi europei l'incremento dei quozienti di divorzialità ha avuto inizio negli anni sessanta. Alcuni paesi al principio degli anni settanta hanno modificato la precedente legislazione in materia di divorzio, ammettendo lo scioglimento del matrimonio per mutuo consenso anziché per colpa del coniuge.

Grafico che illustra l'andamento dei divorzi in Italia dal 1970

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