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"I Promessi Sposi": Un Capolavoro della Letteratura Italiana

Alessandro Manzoni, un talentuoso narratore e perspicace osservatore del carattere, ci ha donato "I Promessi Sposi", un romanzo celebrato come un gioiello della letteratura italiana fin dalla sua pubblicazione. L'opera è facilmente reperibile in formato fisico, ebook o audiolibro, e numerose versioni cinematografiche e seriali ne sono state realizzate.

Il romanzo è ambientato in Lombardia durante l'occupazione spagnola alla fine degli anni '20 del Seicento. La trama ruota attorno a due giovani innamorati, Renzo e Lucia, il cui matrimonio viene impedito dal tirannico Don Rodrigo, che desidera Lucia per sé. Costretti alla fuga, i due vengono crudelmente separati e devono affrontare numerosi pericoli, tra cui la peste, la carestia e la prigionia. Incontrano una varietà di personaggi bizzarri: la misteriosa Monaca di Monza, l'ardente Padre Cristoforo e il sinistro "Innominato", nella loro lotta per ricongiungersi.

Manzoni scrisse il suo libro all'inizio del XIX secolo. Duecento anni dopo, percepiamo un passato più lontano, un'epoca che è già storia per noi. Il tempo di Manzoni e le vite di Renzo e Lucia sono strettamente legati. La Lombardia è sotto occupazione "straniera" sia nell'epoca dei suoi personaggi che nella vita di Manzoni stesso. Quando scrisse il libro, la Lombardia faceva parte dell'Impero Austro-Ungarico. Durante la vita di Renzo e Lucia, la Lombardia è una colonia spagnola.

L'azione inizia una sera, mentre Don Abbondio, il parroco di Lucia e Renzo, sta tornando a casa lungo un sentiero di campagna. Due "bravi", scagnozzi dell'arrogante e dissoluto Don Rodrigo, si avvicinano al prete. Don Rodrigo è il barone locale. Ha tramato per sedurre Lucia e non si fermerà davanti a nulla per averla. Gli scagnozzi fanno capire chiaramente a Don Abbondio che, se sposerà la coppia, gli costerà la vita.

Manzoni ci presenta non solo le parole e le azioni di Don Abbondio, ma anche la sua vita interiore e la sua storia (come fa con molti dei suoi personaggi). "Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma, fin da’ primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que’ tempi, era quella d’un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d’esser divorato. [...] Il nostro Abbondio non era né nobile né ricco, e coraggioso, ancor meno." Per sfuggire al suo dilemma (e alla minaccia che incombe su di lui), Don Abbondio finge di essere malato e si chiude in casa. I tentativi di Lucia e Renzo di farlo sposare con l'inganno portano solo al disastro.

Con l'aiuto del santo frate francescano, Fra Cristoforo, fuggono dal loro villaggio per sfuggire a Don Rodrigo. Lucia, accompagnata da sua madre, fugge in una direzione, e Renzo in un'altra. Non sanno quando potranno rivedersi o tornare alle loro case.

Mappa della Lombardia nel XVII secolo

Manzoni intreccia storia, commento sociale, teologia e filosofia nella narrazione. Lucia e Renzo lottano per riunirsi attraverso disordini civili, invasioni, esilio e un'epidemia di peste.

Don Rodrigo, come abbiamo già visto, è essenziale per la storia e il suo personaggio è descritto in alcuni dettagli. È l'indegno erede di un'antica nobile famiglia. "Don Rodrigo… misurava innanzi e indietro, a passi lunghi, quella sala, dalle pareti della quale pendevano ritratti di famiglia, di varie generazioni. Quando si trovava col viso a una parete, e voltava, si vedeva in faccia un suo antenato guerriero, terrore de’ nemici e de’ suoi soldati, torvo nella guardatura, co’ capelli corti e ritti, co’ baffi tirati e a punta, che sporgevan dalle guance, col mento obliquo: ritto in piedi l’eroe, con le gambiere, co’ cosciali, con la corazza, co’ bracciali, co’ guanti, tutto di ferro; con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. Don Rodrigo lo guardava; e quando gli era arrivato sotto, e voltava, ecco in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de’ litiganti e degli avvocati, a sedere sur una gran seggiola coperta di velluto rosso, ravvolto in un’ampia toga nera; tutto nero, fuorché un collare bianco, con due larghe facciole, e una fodera di zibellino arrovesciata (era il distintivo de’ senatori, e non lo portavan che l’inverno, ragion per cui non si troverà mai un ritratto di senatore vestito d’estate); macilento, con le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica, e pareva che dicesse: vedremo. Di qua una matrona, terrore delle sue cameriere; di là un abate, terrore de’ suoi monaci: tutta gente in somma che aveva fatto terrore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla presenza di tali memorie, don Rodrigo tanto più s’arrovellava, si vergognava, non poteva darsi pace, che un frate avesse osato venirgli addosso, con la prosopopea di Nathan."

Come si scopre, la famiglia e il carattere di Don Rodrigo furono modellati su qualcosa che Alessandro aveva sotto i suoi occhi: suo padre e i suoi antenati. Manzoni nacque quindi in una famiglia benestante (al punto che alcuni gli attribuirono erroneamente il titolo di "Conte", cosa che Manzoni derise quando la sentì). Alessandro nacque il 7 marzo 1785 da Don Pietro Manzoni e sua madre era Donna Giulia Beccaria. Il background familiare di Manzoni si rivelò la sua sfortuna. I suoi genitori ebbero un matrimonio infelice che si ruppe presto. Infatti, Colquhoun nota la probabile conclusione che il padre di Manzoni non fosse Don Pietro, ma un amante di sua madre, Don Giovanni Verri. Questo è forse collegato al successivo atteggiamento di Manzoni nei confronti del suo padre (almeno de jure). Già nel 1792 il matrimonio era finito e Manzoni stesso era stato mandato in un collegio religioso per un'esistenza infelice.

Un altro ritratto acuto ne "I Promessi Sposi" è quello di Gertrude. Basata su una persona storica, è la figlia di una famiglia illustre e ricca. Ma, come per Manzoni stesso, non è una circostanza fortunata. La sua storia è incentrata sulla consuetudine profondamente radicata della primogenitura. Con questa pratica, le famiglie ricche d'Italia aumentavano continuamente il numero dei diseredati e dei poveri per garantire che la ricchezza familiare passasse solo ai primi o ai figli maggiori. Tale fu il caso di Gertrude, figlia di un principe milanese.

"… Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que’ regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto; come cosa preziosa, e con quell’interrogare affermativo: - bello eh? - Quando il principe, o la principessa o il principino, che solo de’ maschi veniva allevato in casa, volevano lodar l’aspetto prosperoso della fanciullina, pareva che non trovasser modo d’esprimer bene la loro idea, se non con le parole: - che madre badessa! - Nessuno però le disse mai direttamente: tu devi farti monaca."

Nonostante tale educazione, da adolescente Gertrude portava l'orgoglio ostinato della sua illustre famiglia. Lo stato monastico previsto per lei era singolarmente inadatto al suo carattere. Manzoni, mentre svela la narrazione, ci mostra le sue disperate lotte per sfuggire al suo destino, poiché comprende che non è ciò che vuole per sé. Ma vediamo anche le reti in cui suo padre manipolatore l'ha intrappolata, avvolgendole sempre più strette attorno a lei, finché lei stessa non proclama pubblicamente e con forza il suo libero desiderio di entrare nel convento (poiché è peccaminoso e contrario alla legge della Chiesa per una famiglia costringere una figlia a farsi monaca).

Come monaca, Gertrude conserva il suo orgoglio, ma la sua vita diventa sempre più amareggiata e volta al male. È circondata da una vita monastica e spirituale che per lei non è fonte di pace, ma un tormento e un rimprovero quotidiano.

Illustrazione di Gertrude, la Monaca di Monza

Milano del XVII secolo, e l'Italia in generale, soffrì una delle sue più grandi epidemie di peste. È qualcosa che Lucia e Renzo devono sopravvivere se vogliono riunirsi. Tuttavia, anche qui vediamo la preoccupazione di Manzoni per il carattere, in questo caso il carattere pubblico. È una storia con risonanze nei nostri tempi. Come i dinieghi che oggi accompagnano il cambiamento climatico, molti sono investiti nel negazionismo e regna la confusione. Il risultato è una controversia pubblica irrisolta, fino a quando non è troppo tardi.

"… ciò che fa nascere… meraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. All’arrivo di quelle nuove de’ paesi che n’erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d’accordo, è nell’attestare che non ne fu nulla. La penuria dell’anno antecedente, le angherie della soldatesca, le afflizioni d’animo, parvero più che bastanti a render ragione della mortalità: sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo. In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome."

Illustrazione della peste di Milano nel XVII secolo

Alessandro Manzoni scrisse il romanzo in due versioni principali. La seconda edizione, scritta negli anni '40 dell'Ottocento, ci introduce a un altro importante contributo che Alessandro Manzoni diede durante la sua vita. Le aspirazioni di Manzoni per il suo romanzo divennero aspirazioni per una lingua italiana rinata. Desiderava riunire la lingua scritta (stentata e fiorita sotto secoli di formalismo) con l'italiano parlato vivo, da cui era stata così a lungo separata. Di fronte ai molti dialetti (anzi lingue) italiani parlati in tutto il paese, scelse il toscano come veicolo preferito per incarnare questo progetto. Nella sua edizione degli anni '40, "I Promessi Sposi" fu completamente rielaborato, anche con l'assistenza e il contributo della governante toscana dei suoi figli, Emilia Luti. Come la Commedia di Dante secoli prima, il progetto letterario di Manzoni divenne la prova di ciò che era possibile per l'italiano "vivo" che immaginava. Il testo rielaborato non solo eliminò le espressioni milanesi, ma rimosse gli arcaismi toscani che non facevano più parte della lingua parlata in Toscana.

"I Promessi Sposi" segnò una delle ultime tappe della secolare questione della lingua. [...] Manzoni ebbe ragione nel credere che una lingua nazionale vitale dovesse avere le sue radici nell'uso linguistico reale e pratico e...

Manzoni - I PROMESSI SPOSI

C'è naturalmente molto altro che si potrebbe dire su questo romanzo divertente e complesso (e infatti molti commentatori lo hanno fatto), tuttavia non c'è sostituto per leggerlo effettivamente e, per non diminuire il piacere del lettore che non lo ha ancora incontrato, non dirò altro sulla sua trama.

Renzo Tramaglino, un giovane tessitore di umili origini, è promesso sposo a Lucia Mondella, che ama profondamente. Inizialmente piuttosto ingenuo, diventa più scaltro durante la storia poiché si confronta con molte difficoltà: viene separato da Lucia e poi ingiustamente accusato di essere un criminale. Lucia Mondella è una giovane donna gentile che ama Renzo; è pia e devota, ma anche molto timida e modesta. Don Abbondio è un prete cattolico che si rifiuta di sposare Renzo e Lucia perché è stato minacciato dagli uomini di Don Rodrigo; incontra i due protagonisti più volte durante il romanzo.

Copertina di un'edizione de

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