Cinque rapinatori armati, travestiti con delle tute da imbianchino, irrompono in una filiale della banca Manhattan Trust. Dipendenti e clienti della banca vengono tenuti in ostaggio e fatti vestire con tute identiche a quelle dei rapinatori. Nel frattempo, sul luogo della rapina intervengono le forze di polizia e tra loro figura il detective Keith Frazier chiamato a negoziare con il capo dei malviventi, Dalton Russell, un uomo estremamente intelligente e dai nervi saldi che riesce a mantenere in scacco le forze dell'ordine con un piano completamente imprevedibile e ben studiato. Intanto il presidente della Manhattan Trust, Arthur Case, viene avvisato della rapina e del sequestro in corso: la sua preoccupazione è alta poiché in una cassetta di sicurezza del caveau è custodito il segreto del suo successo.
Sembra un (semplice) poliziesco e invece continua a parlare, da un altro punto di vista, delle macerie post 11 settembre: sociali, morali, razziali… Miserie umane. Ricchezze costruite sull’abominio degli abomini (la Shoah) e poi trasformate in un paravento filantropico. Spike Lee è davvero tra i pochi cineasti ad avere uno sguardo sempre etico, qualunque cosa faccia.
Frazier inizia a sospettare che dietro a tutto ciò vi sia qualcosa che gli viene tenuto nascosto, quando sul luogo appare Madeline White, una mediatrice che chiede di interloquire da sola con Russell. Cosa cercano esattamente Russell e i suoi? Che ruolo hanno in questa faccenda Madeline White e il presidente del consiglio d'amministrazione della Manhattan Trust, l'imprenditore Arthur Case? Questi gli interrogativi a cui Frazier cerca di dare risposta tentando allo stesso tempo di salvare la vita degli ostaggi.
Forte della protezione politica del sindaco di New York, Madeline White convince Frazier a collaborare con lei in cambio di una promozione e della cancellazione dell'inchiesta in cui è indagato. La White ottiene il permesso di entrare nell'istituto di credito per parlare con il capo dei rapinatori, Dalton. Durante la loro conversazione emerge il segreto del successo economico del signor Case. Oltre ai documenti nella cassetta sono custoditi innumerevoli diamanti e un anello di Cartier.
Dalton si rifiuta di consegnare il tutto, dato che la vera intenzione della banda non è rapinare, ma proprio acquisire i documenti e i gioielli e mettere Case con le spalle al muro, in quanto così il segreto del suo successo sarebbe in pericolo. Intanto nella banca i rapinatori dividono gli ostaggi e, abilmente, si confondono a turno con loro facendosi passare anch'essi per sequestrati. Individuata la stanza degli attrezzi, iniziano a effettuare dei lavori simili a un restauro di interni.
Il detective Frazier comincia a trattare con Dalton prima per telefono e poi durante un incontro concordato nella banca. I reparti speciali della polizia sono pronti a irrompere nell'edificio, ma Frazier temporeggia. In seguito all'uccisione di un ostaggio (che poi si rivelerà una messinscena), la polizia predispone un'incursione armata. Il gruppo dei banditi riesce intanto a mescolarsi agli ostaggi e a creare una grande confusione. Tutti escono contemporaneamente dalla banca, fatta eccezione per Dalton, che si rifugia in un nascondiglio costruito precedentemente portando con sé i diamanti di Case e i documenti incriminanti.
Viene infatti rivelato che nella stanza degli attrezzi i sequestratori hanno realizzato un doppiofondo contro una parete. E dal momento che contro quest'ultima vi sono dei ripiani colmi di vari oggetti, nessuno si accorge di nulla. Durante il film si passa dalla narrazione del presente alla narrazione degli interrogatori degli ostaggi (dunque successiva alla conclusione della rapina), per cercare di capire chi tra loro siano i rapinatori, ma Frazier e Mitchell non sono in grado di individuarli.
Dopo una settimana di attesa, durante la quale la banca ha ripreso la consueta attività, Dalton lascia il suo nascondiglio e si dirige verso l'uscita. Proprio in quel momento giunge Frazier che, insospettito e non soddisfatto che apparentemente non vi sia stata alcuna rapina o rapinatori, è venuto a controllare la cassetta di sicurezza 392, poiché si è accorto che ufficialmente essa non esiste. Dalton, non riconosciuto, infila nella tasca di Frazier un diamante, urtandolo sulla porta della banca. Frazier scopre che la 392 è stata svaligiata: Dalton e i suoi complici hanno preso i sacchetti di diamanti, ma hanno lasciato l'anello di Cartier affinché venisse rinvenuto: è la prova degli affari svolti dal proprietario della banca con i nazisti.
"Le cattive azioni puzzano di fogna, puoi tenerle coperte per un pò ma non te ne liberi mai". Un deciso passo avanti di Spike Lee verso un cinema più adulto, abbandonando i facili buonismi e le morali patetiche dei suoi precedenti lavori: qui si racconta una storia verosimile, al limite del fantastico. E con uno sguardo imparziale, distaccato (se si esclude la simpatia per Washington, che comunque di per sè non incide più di tanto sul racconto).
Un bel film poliziesco, brillante e con un buon cast. Unica pecca è per altro una trama già vista, una rapina senza apparente furto, rapinatori di una banca e sequestrati che si confondono tra loro per sfuggire alla cattura, solo un finale leggermente diverso da quanto atteso. Un film che tuttavia merita di essere visto.
Avere un cast stellare (che spazia da Denzel Washington a Jodie Foster, da Willem Defoe a Clive Owen) non era necessariamente garanzia di successo, e neanche che dietro la macchina da presa ci fosse Spike Lee. Ma va dato atto che "Inside Man" è uno di quei thriller polizieschi dove tutto funziona a meraviglia come negli ingranaggi di un orologio di precisione.
Con "Inside Man" Spike Lee ritorna alla forma del grande "La 25ª ora" dopo la pausa minore di "Lei mi odia". In primo luogo, c'è lo stile di regia: il senso dell'inquadratura (ciascuna è una lezione di cinema), l'alternanza del montaggio nervoso e serrato (ha a che vedere, però, con l'estetica videoclippara) con piani più lunghi e distesi; l'uso competente della musica. Poi, Spike gioca sapientemente con la tradizione del noir; non per fare cinofilia, bensì per situare il proprio film a una sorta di crocevia tra le configurazioni che il genere ha assunto attraverso i decenni (il dandismo di Washington somiglia molto a quello di Humphrey Bogart). E fin qui, si parla di padronanza della materia e di eleganza della messa in scena, che sono i fondamenti del cinema. In sovrappiù, Lee riesce a mettere dentro un film di genere fatto secondo le regole i temi d'attualità che - giustamente - lo ossessionano: i timori sulla metamorfosi dell'America seguita all'11 settembre; le relazioni interrazziali, sempre in primo piano nella sua filmografia; le collusioni tra onesto e disonesto, giusto e ingiusto. Ci aggiunge una dose di humour, tocco finale di un film che unisce piaceri del 'classicismo' e osservazione della realtà come, oggi, ben pochi altri sanno fare.
Nel nuovo film di Spike Lee, ciò che sembra non è ciò che è e il film stesso non somiglia molto agli altri del suo autore. A prima vista infatti 'Inside Man', nuovo salto hollywoodiano del grande regista afroamericano, è un classico thriller, sottogenere rapina in banca. Diciamo pure che Spike Lee gioca con gli spettatori più o meno come fa il rapinatore con la polizia. Perché alla fine gli ostaggi verranno rilasciati, ce lo dicono i continui flashforward che spezzano l'azione e aprono nuove piste. Anzi, come si vede negli interrogatori, forse non tutti erano semplici ostaggi, forse i rapinatori avevano dei basisti. Ma di che colpo parliamo se dal caveau non manca neanche un dollaro, e mentre i rapinatori sembrano volatilizzarsi l'anziano fondatore della banca incarica una misteriosa "mediatrice" dai mille agganci (Jodie Foster, sempre perfetta) di gestire trattative separate? A questo punto è chiaro che 'Inside Man' non è (solo) un thriller, che l'essenziale non sta nella suspense (relativa) né nei colpi di scena quasi fuori tempo massimo, ma nei mille dettagli di una regia così sapiente da rischiare il virtuosismo, nello sguardo caustico riservato alla New York post-11 settembre, nelle digressioni spesso assai godibili (l'ex-moglie albanese convocata come interprete...). In breve nel modo in cui Spike Lee, senza parere, insiste su due o tre temi chiave: il razzismo di oggi e di sempre (il sikh preso per un arabo solo perché porta il turbante), i peccati originali del capitalismo, l'intreccio di interessi che genera addirittura collusioni fra sogno americano e incubo nazista, e via arpeggiando su tasti sempre scottanti senza curarsi troppo né della verosimiglianza storica né della coerenza narrativa (vedi Plummer, troppo giovane per il suo personaggio). L'insieme seduce ma non conquista, anzi la convivenza fra temi forti (mimetizzati) e false piste è a tratti irritante. E anche se questo bandito mascherato che cancella il volto degli ostaggi (curiose e forse sintomatiche le convergenze con 'V for Vendetta'), strano incrocio fra un terrorista, un simulatore e un rapinatore, è un personaggio inquietante e molto attuale, a forza di digressioni e ghirigori stavolta il battagliero Spike (è appena uscita da Kowalski la sua fluviale e appassionante autobiografia) perde forza e resta a metà del guado.
Altro che 'Basic Instinct'. Qui l'unico istinto straripante è quello di Spike Lee, che si conferma uno dei registi più carismatici attualmente attivi (non solo) a Hollywood e dintorni. Di rapine clamorose la storia del cinema ne ha allestite infatti a bizzeffe, ma 'Inside Man' riesce a diventare memorabile senza ricorrere a vezzi d'autore e, anzi, restando fedele ai canoni classici: segno inequivocabile, se ce ne fosse ancora bisogno, che non esistono gerarchie d'argomento o diktat di messaggio, ma solo imprese di talento oppure operazioni di marketing. Niente è lasciato al caso: dalla sceneggiatura a orologeria dell'inedito Russell Gerwitz alla colonna sonora virata al jazz del mitico Terence Blanchard, dal filo narrativo a scatole cinesi (flash-back rievocativi e flash-forward d'azione) alle magistrali sfumature fotografiche di Matthew Libatique. Con in surplus il coerente approccio di Spike Lee, in grado di manipolare le stimmate del bene e del male in un'allegoria noir che confonde le caratteristiche e soprattutto le motivazioni dei cacciatori e dei cacciati. Allo spettatore, manicheo per definizione, spetta il compito d'inorridire al cospetto dei vizi sociali & finanziari americani, mentre il regista, senza rinunciare alle sue posizioni anti-sistema, bada al sodo: un ritmo nervoso e sincopato, attraversato da scariche di humour e cinismo in parti uguali, un blocco di recitazioni coinvolgenti e calibrate, volteggi di ripresa, tensioni, ultimatum e passi falsi sino al finale per una volta tutt'altro che scontato.
Una delle migliori rapine in banca del decennio: Spike Lee fa centro, la sua cinepresa nervosissima fa miracoli. Una gara di cinismo in un film originale, dal ritmo a vortice in cui l'autore angelo-diavolo custode, mescola le carte del Bene e del Male in una sghemba struttura di racconto-quiz, saldando vecchie multe e rancori. La magistrale sceneggiatura con humour del deb Russell Gerwitz commercia in strapotere mediatico e omaggia i classici 70: insabbiare è sempre il consiglio finale.
Nel film si passa dalla narrazione del presente alla narrazione degli interrogatori degli ostaggi (dunque successiva alla conclusione della rapina), per cercare di capire chi tra loro siano i rapinatori, ma Frazier e Mitchell non sono in grado di individuarli.
Dopo aver affrontato direttamente Case nel suo ufficio, Frazier e Mitchell danno l'anello e l'indirizzo della commissione contro i crimini di guerra alla White. Case, venuto a conoscenza che il suo segreto è svelato, precipita nei sensi di colpa.

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Dati del film
| Regia | Spike Lee |
| Sceneggiatura | Russell Gewirtz, Adam Erbacher |
| Attori Principali | Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Christopher Plummer, Willem Dafoe |
| Genere | Thriller, Drammatico |
| Durata | 129 minuti |
| Anno di uscita | 2006 |
Il film è stato accolto positivamente dalla critica.
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