Dopo innumerevoli peripezie, la storia di Renzo e Lucia giunge finalmente al suo culmine con il tanto atteso matrimonio. La strada verso questo lieto fine è stata irta di ostacoli, pericoli e separazioni, ma la fede incrollabile dei due promessi e l'intervento provvidenziale hanno permesso loro di superare ogni avversità.
La notizia certa della morte di don Rodrigo è stata la chiave che ha finalmente sbloccato la situazione. Solo quando Don Abbondio ha avuto la certezza che il suo persecutore non avrebbe più potuto nuocere, si è convinto a procedere con i preparativi per il matrimonio.
Renzo porta al curato la notizia che da tanto tempo aspettava. Il palazzotto è ora proprietà di un marchese, un signore ben diverso da quello precedente, che lo ha acquistato. Questo è un segno inequivocabile: don Rodrigo, che Renzo ha visto morente nel lazzaretto, non è guarito. Il curato non riesce, però, a credere alle parole di Renzo. Crederà solo a quelle del sagrestano, Ambrogio, che ha visto con i suoi occhi il Marchese prendere possesso del palazzo. Sentiamo parlare Renzo: «Perché lui l’ha veduto co’ suoi occhi. Io sono stato solamente lì ne’ contorni, e, per dir la verità, ci sono andato appunto perché ho pensato: qualcosa là si dovrebbe sapere. E più d’uno m’ha detto lo stesso. Ho poi incontrato Ambrogio che veniva proprio di lassù, e che l’ha veduto, come dico, far da padrone. Lo vuol sentire, Ambrogio?»
Il personaggio di don Abbondio erompe in grida di giubilo: «Ah! è morto dunque! è proprio andato! […] Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che l’è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! che non ci si poteva vivere con colui. È stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava dire che chi era destinato a far loro l'esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci. E in un batter d'occhio, sono spariti, a cento per volta. Non lo vedremo più andare in giro con quegli sgherri dietro, con quell'albagìa, con quell'aria, con quel palo in corpo, con quel guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua degnazione. Intanto, lui non c'è più, e noi ci siamo. Non manderà più di quell’imbasciate ai galantuomini. Ci ha dato un gran fastidio a tutti, vedete: ché adesso lo possiamo dire».
Il prete presenta la peste come fosse una scopa di cui si serve la provvidenza di Dio per sbarazzarsi dei personaggi cattivi della storia. Alla buona notizia, il curato cambia radicalmente, non appare più succube della paura e intimorito, bensì loquace e intraprendente, tanto che consegue il risultato di convincere il Marchese ad acquistare ad un prezzo vantaggioso per gli sposini le case e le proprietà di Renzo ed Agnese. Il prete desidera che i due fidanzati possano sposarsi con una certa tranquillità economica e condurre una vita più che dignitosa. Il Marchese addirittura raddoppierà il prezzo stabilito.
Così, un giovedì di novembre del 1630, Don Abbondio offre la sua disponibilità a sposare i due fidanzati addirittura entro la stessa domenica. Il giorno dopo (è quindi un lunedì) il Marchese invita a pranzo Renzo, Lucia, Agnese e don Abbondio. Pensiamo quale sia la situazione emotiva che stanno vivendo gli sposi pasteggiando nella casa che appartenne a colui che fu strumento per loro di gravi vicissitudini. Il narratore così descrive la situazione: «Un altro trionfo, e ben più singolare, fu l’andare a quel palazzotto; e vi lascio pensare che cose dovessero passar loro per la mente, in far quella salita, all'entrare in quella porta; e che discorsi dovessero fare, ognuno secondo il suo naturale.»
Il narratore commenta, poi, la suddivisione degli invitati al pranzo nuziale: «Il marchese fece loro una gran festa, li condusse in un bel tinello, mise a tavola gli sposi, con Agnese e con la mercantessa; e prima di ritirarsi a pranzare altrove con don Abbondio, volle star lì un poco a far compagnia agl'invitati, e aiutò anzi a servirli. A nessuno verrà, spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare addirittura una tavola sola. Ve l’ho dato per un brav’uomo, ma non per un originale, come si direbbe ora; v’ho detto ch’era umile, non già che fosse un portento d'umiltà. N’aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari».
Dopo i due pranzi, fu steso il contratto per mano d'un dottore, il quale non fu l'Azzeccagarbugli. Renzo e Lucia sono finalmente sposi.
La scena del matrimonio, inquadrata lateralmente, è, allo stesso tempo, semplice e convenzionale, del tutto priva di forza emotiva. Don Abbondio, una volta certo della morte di don Rodrigo, celebra il matrimonio tra Renzo e Lucia nella chiesa dove avrebbe dovuto farlo tempo prima. Davanti a lui Renzo e Lucia, con la corona di spille in testa come un’aureola, si scambiano l’anello nuziale alla presenza del marchese, subentrato a don Rodrigo come signore del luogo, e di un altro testimone. Dietro di loro, assistono alla cerimonia, col capo coperto, Agnese, la madre di Lucia e donna Prassede, la nobildonna milanese, moglie di don Ferrante, nella cui casa a Milano Lucia era stata accolta dopo essere stata liberata dall’Innominato convertito.
Venne la dispensa, venne l’assolutoria, venne quel benedetto giorno: i due promessi andarono, con sicurezza trionfale, proprio a quella chiesa, dove, proprio per bocca di don Abbondio, furono sposi.

La protagonista femminile della vicenda è Lucia, la promessa sposa di Renzo che subisce le molestie di don Rodrigo e le cui nozze vengono impedite dal signorotto. Compare per la prima volta alla fine del cap. II, quando Renzo la raggiunge e la informa del mancato matrimonio, dopo aver costretto don Abbondio a parlare circa le minacce ricevute dai bravi. È una giovane di circa vent'anni, unica figlia di una vedova (Agnese) con la quale vive in una casa posta in fondo al paese: ha lunghi capelli bruni ed è dotata di una bellezza modesta, che non giustifica una passione morbosa da parte di don Rodrigo (il quale infatti ha deciso di sedurla per una sciocca scommessa col cugino Attilio) e che spiegherà la delusione dei nuovi compaesani quando i due sposi si trasferiranno nel Bergamasco, alla fine del romanzo. Viene descritta come una ragazza molto pia e devota, ma anche assai timida e pudica sino all'eccesso, tanto che si imbarazza e arrossisce nelle più diverse occasioni: passiva e alquanto priva di spirito di iniziativa, viene trascinata nel tentativo di "matrimonio a sorpresa" dalle minacce di Renzo, che promette in caso contrario di fare una pazzia; in seguito, quando si trova prigioniera nel castello dell'innominato, pronuncia il voto di castità che costituirà un grave ostacolo al ricongiungimento dei due promessi e che verrà sciolto alla fine del romanzo da padre Cristoforo. Quest'ultimo è il confessore di Lucia e la giovane ripone nel frate cappuccino una grande fiducia, tanto che inizialmente rivela solo a lui di essere stata importunata da don Rodrigo. Lucia è il personaggio che forse più di ogni altro ha fede nella Provvidenza divina e anche per questo sembra incapace di serbare ogni minimo rancore, persino nei confronti del suo odioso persecutore (è dunque un personaggio statico, a differenza di Renzo che compie un percorso di maturazione all'interno della vicenda). È anche il personaggio che interagisce con figure di potenti, quali Gertrude, l'innominato, il cardinal Borromeo, don Ferrante e donna Prassede. Il suo nome allude al candore della persona, nonché alla martire siracusana che preferì farsi accecare piuttosto che darsi alla prostituzione, così come il cognome (Mondella) rimanda alla sua purezza e castità. Curiosamente, nel Fermo e Lucia era dapprima indicata col nome di Lucia Zarella (I, 1), quando i bravi intimavano a don Abbondio di non celebrare le nozze, poi la giovane viene chiamata Mondella come nella redazione definitiva (II, 8).
Renzo e Lucia, finalmente uniti in matrimonio, si trasferiscono nel Bergamasco. Qui, dopo un iniziale periodo di adattamento e qualche critica da parte dei compaesani sulla modestia di Lucia, trovano una nuova stabilità. Renzo e Bortolo acquistano un filatoio in un altro paese del bergamasco e vi si trasferiscono. Qui, invece delle critiche, Lucia riceve complimenti. Anche l’attività economica, iniziata in modo un po’ stentato, diventa florida e per Renzo e Lucia si prepara una vita serena allietata dalla nascita di numerosi figli. Meditando sulle loro vicissitudini, Renzo e Lucia comprendono di aver imparato ad accettare le disavventure e a confidare nell’aiuto di Dio.
Lucia, Agnese e... Renzo? : lettura e commento del finale del capitolo 26 de "I promessi sposi"
Il romanzo si conclude con la consapevolezza che, nonostante le difficoltà, la fede e la perseveranza possono condurre alla felicità. Renzo e Lucia, pur avendo affrontato prove terribili, hanno imparato a confidare nella Provvidenza e a trovare la forza l'uno nell'altra.
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