La scarsità del raccolto e la penuria di grano e di pane fanno da sfondo alle prime vicende del romanzo, diventando poi la causa scatenante del tumulto di S. Martino che porterà all'assalto dei forni a Milano nel 1628. L'autore, Alessandro Manzoni, spiega le ragioni profonde della carestia nel capitolo XII, accingendosi a descrivere i disordini in città in cui si troverà coinvolto anche Renzo. Esse sono da ricondurre al cattivo tempo che ha afflitto il Milanese negli anni 1627-1628 e, soprattutto, ai guasti e agli sperperi della guerra per la successione di Mantova e del Monferrato. Lo Stato impone delle insostenibili imposte ai proprietari terrieri e le soldatesche saccheggiano i campi e le riserve di cibo, già più scarse dell'ordinario.
Il risultato è che il raccolto dell'estate 1628 risulta ancor più magro del precedente e una miseria crescente colpisce la popolazione delle campagne come della città. I terribili effetti vengono mostrati nei capitoli iniziali del romanzo: quando padre Cristoforo si reca da Pescarenico alla casetta di Agnese e Lucia (IV), vede ovunque i brutti segni della penuria: i "mendichi laceri e macilenti", i contadini che gettano le sementi con parsimonia "e a malincuore", la "fanciulla scarna" che spinge la "vaccherella magra e stecchita" e raccoglie l'erba come pasto per sé e la famiglia. La stessa Agnese rimprovera la figlia per aver fatto un'eccessiva elemosina di noci a fra Galdino (III), "in quest'anno". L'avvocato Azzecca-garbugli (V) brinda alla generosità dei pranzi di don Rodrigo, quando fuori infuria appunto la carestia, mentre a casa di Tonio si mangia una polenta scura, di grano saraceno di scarsa qualità. Quando Renzo invita l'amico all'osteria, tutti si rallegrano poiché verrà meno il commensale più affamato e "più formidabile". Persino Gertrude dirà al padre guardiano (IX) che non era nei programmi del convento sostituire la figlia della fattoressa che si è sposata, "attesa la scarsezza dell'annate", anche se grazie alla sua influenza convincerà la badessa ad accogliere Agnese e Lucia. Dunque, la crudezza della carestia colpisce anche le classi più agiate, come nel prosieguo del racconto risulterà in modo evidente.

La penuria di grano provoca come inevitabile effetto il rincaro di questo e, conseguentemente, del pane. Questo fenomeno, spiacevole ma "salutare", consente di non dare fondo alle scorte come avverrebbe se il grano si continuasse a vendere al prezzo consueto. L'autore sottolinea la necessità di adeguare i prezzi alle leggi di mercato: le tariffe devono salire quanto più un bene è scarso, senza interventi da parte della forza pubblica.
Il rincaro è tuttavia attribuito dalla voce popolare all'azione degli incettatori e degli accaparratori di grano, accusati di nasconderlo per rivenderlo a prezzo maggiorato e arricchirsi illecitamente. Si tratta di un'accusa assurda e fondata su ridicoli pregiudizi, che tuttavia è creduta tanto dal popolo quanto dai nobili. Ciò fa levare ovunque un mormorio di protesta contro i fornai, rei agli occhi di tutti di tenere nascosto il pane. Nel capitolo V, don Rodrigo e i suoi commensali invocano processi sommari contro i fornai disonesti, mentre nel XVI il mercante dell'osteria di Gorgonzola dà per scontato che "C'è del grano nascosto" e bisogna "andarlo a disotterrare", adeguandosi in questo alla convinzione generalmente diffusa.

L'insensata imposizione da parte di Ferrer di un calmiere sul prezzo del pane e la sua successiva revoca sono la causa che scatena il tumulto dell'11 novembre a Milano. Nei giorni seguenti, il prezzo viene nuovamente ribassato per placare la folla e ciò, ovviamente, scatena la corsa all'acquisto con il conseguente rapido esaurimento delle scorte (cap. XXVIII). Il gran cancelliere emana quindi una grida il 15 novembre in cui si impone di non acquistare una quantità di pane o farina superiore alle strette necessità, per fare in modo che i fornai possano continuare a produrre il pane. Allo stesso fine, viene deciso di usare il riso per il composto del pane "di mistura", salvo poi fissare anche al riso un prezzo ben lontano da quello reale di mercato, minacciando pene severissime a tutti coloro che rifiutino di adeguarvisi.
Il pane a buon mercato attira ovviamente compratori anche da fuori Milano, ragion per cui il governatore don Gonzalo emana l'ennesima grida in cui si proibisce di portare fuori città pane "per più del valore di venti soldi". Questo provvedimento non può evitare l'esaurimento delle scorte e una penuria ancor più grave di quella già presente, inasprita dai provvedimenti sconsiderati che il governo ha assunto sotto la spinta della massa popolare. L'autore sottolinea che quando ciò avviene le conseguenze sono sempre nefaste, come dimostrato dagli avvenimenti della Rivoluzione francese.

Infatti, non passa molto tempo prima che il grano si esaurisca del tutto e si sentano gli effetti disastrosi della penuria tanto a Milano quanto nelle campagne: "A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte; le strade, un indicibile spettacolo, un corso incessante di miserie, un soggiorno perpetuo di patimenti". Le vie della città si affollano di accattoni vecchi e nuovi, tra cui spiccano soprattutto i contadini venuti dalla campagna e costretti a lasciare le loro terre devastate dalle soldatesche, oppure per la mancanza di raccolto e le tasse esorbitanti imposte dalle necessità belliche.
Il diffondersi di miseria e privazione nelle vie di Milano spinge il cardinal Borromeo a interessarsi alla situazione e a intervenire coi mezzi della carità, mentre gli accattoni e i bisognosi vengono raccolti nel lazzaretto, lo spazio che di lì a qualche mese ospiterà gli ammalati dell'epidemia di peste. La carestia continua a far sentire i suoi drammatici effetti sino alla primavera-estate del 1629, quando essa viene meno grazie al raccolto abbondante che pone fine alla fame e alla miseria, ma non allo stato di degrado e povertà su cui si abbatterà la calata dei lanzichenecchi e, poco dopo, il contagio della peste.
La crisi del Trecento || Storia medievale
La carestia affligge anche il territorio di Bergamo in cui Renzo si rifugia dopo la sua fuga da Milano e i cui effetti si presentano al giovane poco dopo aver superato l'Adda. Lungo la strada che lo porta al paese del cugino Bortolo, egli incontra poveri e mendicanti vittime della stessa povertà che ha lasciato nel suo paese, il che lo fa dubitare non poco riguardo all'avvenire, sebbene la sua abilità come filatore di seta gli procurerà lavoro in una fabbrica e gli darà di che vivere dignitosamente.
Bortolo gli spiegherà poi che nel Bergamasco "la va più quietamente, e si fanno le cose con un po’ più di giudizio" rispetto allo Stato di Milano, come dimostra il fatto che Bergamo ha acquistato un gran quantitativo di grano a basso prezzo da Venezia per sfamare la popolazione. La politica dei dazi doganali che impedisce la libera circolazione delle merci è stata superata e ciò ha permesso di lenire gli effetti più dolorosi della carestia, con una politica più oculata di quella dimostrata dal governo milanese. L'economia di mercato e la libera circolazione dei beni sono i rimedi più efficaci, secondo l'autore, per combattere la penuria e soddisfare le esigenze della popolazione.
Il "modello" socio-economico del Bergamasco è dunque quello vincente e non è un caso se i due promessi, dopo essere convolati a nozze alla fine del romanzo, si trasferiranno proprio in questo territorio, dove Renzo diventerà un piccolo imprenditore tessile nella manifattura della seta e dove gli affari andranno "d'incanto" dopo le prime iniziali difficoltà. Dunque, il miglior rimedio contro la penuria è un'attività economica che produce lavoro e ricchezza e non sperpera i beni della terra per inutili pompe e spese militari, nella qual cosa si intravede un preciso riferimento anche alla politica dell'Ottocento e a questioni economiche ancora attualissime al tempo di Manzoni.
| Anno | Eventi principali | Conseguenze sulla popolazione | Provvedimenti governativi |
|---|---|---|---|
| 1627 | Scarsità del raccolto, cattivo tempo | Inizio penuria di grano e pane | Nessuno (inizialmente) |
| 1628 | Guerra per la successione di Mantova e Monferrato, tasse elevate, saccheggi delle soldatesche, ulteriore scarsità del raccolto | Miseria crescente, mendicità, abbandono delle terre | Imposizione di tasse, accaparramento di grano (percepito) |
| Novembre 1628 | Sommossa di San Martino a Milano | Assalto ai forni, saccheggio di viveri, violenza | Calmiere sul prezzo del pane (Ferrer), revoca del calmiere, successiva ristabilizzazione dei prezzi di mercato (Don Gonzalo) |
| 1629 (primavera-estate) | Esaurimento delle scorte, aumento della penuria | Disoccupazione, degrado sociale, migrazione verso le città | Provvedimenti sconsiderati, divieto di esportazione del pane |
| 1629 (estate) | Raccolto abbondante | Fine della fame e della miseria immediata | Nessuno (la situazione migliora naturalmente) |

La carestia è uno dei principali temi del romanzo, nel senso che svolge un ruolo fondamentale nella vicenda, determinando in modo decisivo lo sviluppo della storia, in particolare per quanto riguarda Renzo. "E quantunque quell’annata fosse ancor più scarsa delle antecedenti, e già si cominciasse a provare una vera carestia, pure il nostro giovine, […] non aveva a contrastar con la fame." Lo spettacolo dei lavoratori sparsi nei campi aveva qualcosa di ancor più doloroso: "Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla."
A casa di Tonio si respira aria di sofferenza a causa della carestia, ma nonostante ciò, di fronte alla miseria e alle difficoltà, la famiglia rimane unita. All’interno dell’abitazione ci viene presentata una solidarietà che si apre verso l’esterno, attraverso la generosità nei confronti degli ospiti. Dalla casa in cui abita Tonio, piena di volti di gente affamata, che ha atteggiamenti famelici ma non ancora aggressivi, ci si sposta in un’osteria: questo luogo è guardato con sospetto da Manzoni dal momento che lì si recano coloro che devono parlare di cose losche o devono architettare inganni; è un luogo di finzione e di sotterfugi.
Il passaggio da una disposizione mentale governata dalla percezione dei rumori e degli odori a una prospettiva intellettuale dedotta principalmente dalla vista, va connesso in buona parte all’affermarsi di una nuova mentalità scientifica. Dal 1600 in poi la vista acquista il primato sull’olfatto e sull’udito, considerati ad allora i canali sensoriali principali con i quali esplorare la realtà. La conoscenza avveniva tramite gli occhi. Con e per la vista si può conoscere il mondo, il gran libro della Natura, dell’Universo. Il segno diviene importante, perché riesce a essere intercettato con precisione e quindi analizzato e interpretato. A differenza di quello che avveniva (fino al XVI secolo) per l’udito e l’olfatto, che non permettevano di percepire, ma solo di intercettare, il senso della vista permette una conoscenza vera.
Sembra non essere un caso, allora, che la storia di Renzo e Lucia sia ambientata nel XVII secolo, l’epoca, appunto, della cultura dell’apparire. I personaggi, gli ambienti e le situazioni del capolavoro manzoniano sono segni che devono essere interpretati, e quando tutto ciò non riesce, quando quello che si vede non viene compreso, si crea confusione e non si capisce più nulla: la pubblica follia, la peste. Prima e durante l’epidemia c’è una confusione totale, e i segni cominciano a non essere più interpretati in modo corretto anche dal popolo, che solitamente riusciva in questa operazione. I segni cominciano a mentire. Proprio per questo, i fatti della peste ci vengono raccontati attraverso più voci. Un solo punto di vista non sarebbe sufficiente, non basterebbe.
Durante l’epidemia i segni sono non visti, fraintesi, male interpretati o addirittura creati, come nel caso degli untori, dei monatti e degli apparitori. Nel capitolo XXXI del romanzo leggiamo: "[...] Poco dopo, in questo o in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti ai più parte dei viventi."
Il popolo diventa matto, pubblica follia la definisce Manzoni. La gente fraintende la realtà, si racconta un’altra Storia, tanto da credere che chiunque picchi a una porta possa essere un untore. È una pazzia collettiva perché i segni, fino ad allora indici di verità, ora mentono. Solo qualcuno riesce a capire, quelli che avevano già visto la peste ben cinquantatré anni prima, coloro i quali ne riconoscono i segni. I medici (almeno inizialmente) sanno, mentre il popolo impazzisce e si convince che menta e rosmarino possano fermare il male e il contagio. Anche i cadaveri, immagini evidenti e inconfutabili di quello che sta accadendo, non vengono interpretati, rimangono silenziosi, non si trasformano ancora in simboli.
Meglio allora inventarli i segni, creare dei fantasmi a cui addossare la responsabilità del contagio: ecco gli untori! Un vecchio che spolvera la panca, nella chiesa di Santo Antonio, diventa uno di loro, la presenza di genti straniere viene interpretata come indizio (falso!) e anche il nostro, povero Renzo, nel suo percorso picaresco, subisce la stessa sorte.
Finanche i medici, che avrebbero dovuto analizzare e poi interpretare i segni, finanche loro, che erano stati i primi a dare l’allarme, cominciano a credere agli untori. Altre figure (questa volta reali), si trasformano in segni, vengono così inventati i monatti e gli apparitori. La vista non ha una funzione gnoseologica, non interpreta, ma si limita a captare, a intercettare. È, appunto, la pubblica follia.
Anche fra Cristoforo, nel sogno di Rodrigo, diventa un simbolo che trasforma quella mezza frase pronunciata in una promessa mantenuta, in un presagio di morte. Quando Rodrigo vede il livido bubbone, viene preso dalla paura. Il bubbone non mente, è la peste. Tutti i segni della malattia compaiono dinanzi agli occhi dell’antico signorotto, dal bubbone al monatto, al lazzaretto, fino alla riconciliazione con il simbolo di Dio: fra Cristoforo.
La processione, simbolo di Dio, della fede e della religione, si trasforma in questo caso in un evidente segno di follia. Proprio il cardinale, fulgido esempio di intelligenza e devozione, si fa confondere dai tempi. Al replicar delle istanze, cedette egli dunque, acconsentì che si facesse la processione, acconsentì di più al desiderio, alla premura generale, che la cassa dov’eran rinchiuse le reliquie di San Carlo, rimanesse, dopo esposta, per otto giorni, sull’altar maggiore del duomo. Anche Federigo ha sbagliato, non ha interpretato bene la realtà e la processione, anziché fermare l’epidemia, moltiplica i contagi.
Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tale eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima. Solo alla fine, dunque, i simboli vengono interpretati; il popolo, allora capisce.
Il simbolo di Milano è per Renzo, (ma anche per noi) la gran macchina del duomo, che appare in lontananza e che sembra sorgere non in una città, ma in un deserto. Qui, sul terreno più alto di uno di quei valichi, il promesso sposo si ferma e recita il suo addio ai monti, certo più grossolano rispetto a quello della sua amata, ma speculare e parallelo a quello recitato da Lucia. [...] Ma dopo qualche momento, volitandosi indietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardare tristamente da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò.
Il Resegone diventa il simbolo del passato, delle vicende borghigiane, del suo paese e di quello che è stato. Il duomo rappresenta il presente e il futuro, quello che, non per colpa sua, sarà costretto a vivere. Come un novello Ulisse, quando entra a Milano si deve confrontare con qualcosa che conosce molto bene, il pane e la farina, segni che male interpreta perché decontestualizzati, posti in un luogo a lui estraneo: le strade della città. Questo fraintendimento porta a un cortocircuito, Renzo non decodifica il segno perché non ha gli strumenti per farlo, il suo Bildungsroman deve durare ancora un po’ prima di divenir del mondo esperto. Anche prima di essere arrestato mostrerà la sua ingenuità, quando si lascerà incantare dalle buone maniere e dalle parole gentili pronunciate dal notaio, per poi ritrovarsi ai polsi i manichini.
Solo alla fine della Storia, dopo XXXVIII capitoli, Renzo dichiarerà apertamente tutto quello che ha imparato: "[...] ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì dintorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere."
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