La storia della fantascienza italiana è un percorso variegato di una narrativa di genere che si è diffusa a livello popolare dopo la seconda guerra mondiale e in particolare dalla metà degli anni cinquanta, sulla scia della letteratura statunitense e britannica.
Nel Paradiso,[9] Dante descrive una sorta di anticipazione del viaggio spaziale - naturalmente filtrato dalla concezione cosmologica medievale - con l'ascesa attraverso le sfere della Luna, dei pianeti da Mercurio a Saturno e di lì alla sfera delle stelle fisse. Già alla fine del Cinquecento, tuttavia, Giordano Bruno ipotizzava un universo infinito e popolato di innumerevoli mondi nel dialogo De l'infinito, universo e mondi (1584). Un caso notevole è quello del pensatore enciclopedico Gerolamo Cardano: nella sua opera De subtilitate (1550), Cardano espone riflessioni su automi meccanici, creature meravigliose, entità invisibili e altri temi che prefigurano la tecnologia immaginata nella letteratura proto-scientifica. Nel suo trattato La piazza universale di tutte le professioni del mondo (1585), Tommaso Garzoni mescola satira, erudizione e fantasia, includendo descrizioni di mestieri esoterici, immaginari o ancora da venire. Nel dialogo Il merito delle donne (1600), la scrittrice veneziana Moderata Fonte mette in scena un gruppo di donne che riflette sul ruolo femminile nella società e sull'ingiustizia del dominio maschile. Tra le opere visionarie dello stesso periodo si colloca La lucerna (1625) di Francesco Pona,[30] dialogo immaginifico tra un'anima reincarnata e una lucerna, che attraversa molteplici forme di esistenza e ambientazioni. Un posto particolare spetta ad Athanasius Kircher, la cui vasta opera enciclopedica fondeva immaginazione, teologia e sapere scientifico. Un esempio rilevante è costituito dalla Storia filosofica dei secoli futuri (1859) di Ippolito Nievo, considerata una delle prime storie future italiane. L’opera alterna satira e utopia, prefigurando eventi storici come l’unificazione italiana, la nascita dell’Unione europea e lo sviluppo di robot e automi (i cosiddetti "uomini di seconda mano"). Il mondo della luna, bozzetto del 1885 di Carlo Ferrario per Don Pacheco, ballo comico-fantastico in 5 parti composto da Enrico Bernardi (prima rappresentazione Milano 1867). Nello stesso anno vengono anche pubblicati Un viaggetto nella Luna di N.N.
A partire dagli anni sessanta dell'Ottocento, si sviluppa soprattutto nel Nord Italia un filone letterario in cui il gusto per il meraviglioso, il grottesco e l'inquietante si fonde con spunti proto-scientifici e con un atteggiamento ironico e dissacrante verso la società borghese e positivista. Un autore chiave è Igino Ugo Tarchetti, che nei suoi Racconti fantastici (1869)[51] mescola elementi di gotico, science fantasy e fantastico patologico, proponendo invenzioni bizzarre, resurrezioni artificiali, automi e macchinari misteriosi. Anche Arrigo Boito e Emilio Praga - pur noti per la loro poesia - partecipano a questa vena scapigliata, contaminando romanticismo, simbolismo e suggestioni moderne. In particolare Boito nel racconto L’alfiere nero (1867) affronta temi di soggettività dilatata e macabro surreale. Nel corso degli anni settanta dell'Ottocento appaiono varie opere ispirate a due diverse mode d'oltralpe: le "meraviglie del futuro" alla Verne e la "guerra del futuro" ispirata a La battaglia di Dorking di George Tomkyns Chesney (1871).[8] Tra queste ultime l'opuscolo anonimo del 1872 Il racconto di un guardiano di spiaggia. Traduzione libera della "Battaglia di Dorking". Nel 1874 appaiono i romanzi Nel 2073! L'anno 3000 di Paolo Mantegazza (1897)[64] rientra nel filone delle opere scritte come reazione al best seller del 1888 di Edward Bellamy Guardando indietro, 2000-1887 (tradotto in italiano a partire dal 1890). Dalla Terra alle stelle di Ulisse Grifoni (1887). Frontespizio dell'edizione in due volumi del 1890. Alle opere di Verne appare ispirato - per le sue digressioni di carattere scientifico divulgativo - il romanzo avventuroso Dalla Terra alle stelle. Viaggio meraviglioso di due italiani ed un francese del 1887 di Ulisse Grifoni (ampliamento del precedente Da Firenze alle stelle, 1885).[66] Precorrendo l'idea della vernice antigravitazionale di H. G. Grifoni pubblica in seguito il romanzo "fantastico-scientifico" Il giro del mondo in 30 giorni (1899) e il fantapolitico Dopo il trionfo del socialismo italiano. Tra i vari romanzi dell'epoca che riprendono il tema marziano vi è Dalla Terra a Marte (1895) di un certo F. Bianchi,[69] pubblicato due anni prima del noto La guerra dei mondi di Wells (tradotto in italiano nel 1901). Si possono ricordare anche opere minori come Il viaggio meraviglioso del signor Niccolò Pesce (1900) di G. Copertina della 1ª ed.
Alla fine dell'Ottocento si diffonde la scolarizzazione in conseguenza all'unità d'Italia[39] e compaiono nel mercato editoriale, in grande espansione, due novità destinate a permanere fino agli anni trenta del Novecento: le riviste di avventure e le dispense, pubblicazioni a puntate (di 16 o 32 pagine) pensate originariamente per dare ampia diffusione a opere di pregio e che potevano essere rilegate dall'acquirente. A partire dagli ultimi anni del XIX secolo appaiono in Italia racconti e romanzi brevi di contenuto fantascientifico nei supplementi domenicali dei quotidiani, nelle riviste letterarie, in collane popolari e opere antologiche. Benché non vi sia una relazione diretta tra fantascienza e Futurismo, tale movimento d'avanguardia fornisce, con la sua glorificazione della macchina e della velocità, un rilevante contributo verso la formazione di una coscienza proiettata al futuro e al progresso scientifico;[57] l'esperienza futurista - secondo P.
Il primo studioso in Italia a occuparsi della fantascienza dal punto di vista critico è il filosofo Antonio Gramsci: nei Quaderni del carcere - una raccolta di appunti e note scritti tra il 1929 e il 1935 durante la sua prigionia, pubblicata postuma dal 1948 al 1951 - Gramsci affronta tra gli altri il tema della letteratura popolare e del feuilleton, individuando un "genere" che egli classifica come "romanzo scientifico d'avventure, geografico", con Jules Verne come maggiore esponente, scrivendo anche di H. G. Il fatto di non disporre in Italia di periodici specializzati e la conseguente dispersione della produzione letteraria nelle riviste di viaggi e avventure contribuisce a fa rimanere la fantascienza solo "una sotto-categoria letteraria mal definita e in gran parte ancora sconosciuta ai lettori italiani fino agli anni cinquanta".[7] Il primo tentativo editoriale in questo senso si deve ad Armando Silvestri (1909-1990), ingegnere palermitano già attivo come autore dalla metà degli anni venti[78] (La meravigliosa avventura, 1927; Il signore della folgore, 1931)[57] e redattore capo della rivista del ministero dell'aeronautica,[3] che nel 1938 propone - senza successo - il progetto per una rivista quadrimestrale di fantascienza, sull'esempio di Amazing Stories: Avventure dello spazio, che avrebbe dovuto alternarsi mensilmente ad altre tre ambientate per mare, per terra e nell'aria.
Il più noto romanziere italiano di avventura, lo scrittore veronese Emilio Salgari, è spesso citato anche come uno dei principali precursori della fantascienza in Italia. L'eccezione più notevole è costituita dal suo romanzo Le meraviglie del duemila (1907),[54] considerato il testo più importante della "protofantascienza" italiana.[1] È la storia di due uomini che, grazie alla scoperta di un principio attivo di una strana pianta esotica che sospende le funzioni vitali, riescono a viaggiare nel tempo per ben cento anni, spostandosi dal 1903 al 2003, ritrovandosi a vivere in una società profondamente cambiata; potranno così conoscere un mondo popolato da macchine volanti, treni sotterranei e velocissimi, città sottomarine e molte altre meraviglie tecnologiche poi realizzate.[39] Gli uomini del futuro sono in contatto con i marziani ed entrambi i popoli conoscono il volo interplanetario. Malgrado ciò, vari altri romanzi salgariani hanno spunti fantascientifici alla Verne: come Al Polo Nord (1898), un viaggio in sottomarino, La montagna d'oro (noto anche come Il treno volante, 1901), un'avventura in dirigibile nel cuore dell'Africa nera, I figli dell'aria (1904)[81] e il suo seguito Il re dell'aria (1907), imprese della macchina volante del titolo sullo sfondo della guerra russo-giapponese[1], i racconti Alla conquista della Luna (1893)[82] e La stella filante (1903).

A cavallo tra Ottocento e Novecento la maggiore produzione fantascientifica-avventurosa si ha grazie ad un altro autore di spicco della letteratura popolare, noto soprattutto per i suoi libri per ragazzi e molto ristampato per tutta la prima metà del nuovo secolo:[39] Enrico Novelli, in arte Yambo (al secolo Enrico de' Conti Novelli da Bertinoro).[1][54] Personalità poliedrica (giornalista, illustratore, scrittore, fumettista e regista), scrive su varie riviste popolari di viaggi e avventure sul modello di Verne,[7] ma le sue opere sono prive di tutte quelle puntigliose notazioni geografiche ed etnologiche che erano il vanto di Salgari e di Verne.[1] Yambo si ispira piuttosto a un altro autore francese che come lui è anche illustratore, Albert Robida, per la sua sottile e paradossale vena ironica. Di Yambo si possono ricordare numerosi viaggi straordinari per terra (Due anni in velocipede, 1899, Gli eroi del Gladiator, 1900, avventure su una ferrovia transafricana, Capitan Fanfara. Il prosciugamento del Mediterraneo (1931) firmato da Motta assieme a Calogero Ciancimino. Tra gli altri autori di rilievo dei primissimi anni del secolo vi sono Giuseppe Lipparini con il romanzo Il signore del tempo (1902) che, forse ispirato alla Macchina del tempo di H. G. Wells tradotta nello stesso anno in Italia, immagina un cronoscopio,[90] e Giustino L.
Il filone dell'avventura geografica dopo la fine della prima guerra mondiale inizia a perdere l'interesse del pubblico, che si sta rivolgendo verso scrittori più realistici; vari autori passano allora al settore dell'editoria per ragazzi, con storie e romanzi illustrati, non di rado innovativi e originali, come ad esempio Giovanni Bertinetti[88] - il maggiore autore di apocrifi salgariani - autore de Le orecchie di Meo (1908), una contaminazione con Pinocchio che ha un seguito nel 1938; Il rotoplano "3bis" (1910), una fiabesca gara nella stratosfera; Il gigante dell'apocalisse (1930), un ciclopico robot volante; Ipergenio il disinventore (1931). Tra gli altri autori più importanti tra le due guerre: Nino Salvaneschi con Sirenide (1921) e La rivolta del 2023 (1924), Renzo Chiosso con I navigatori del cielo (1925) e La città sottomarina (1940),[94] Gastone Simoni con La casa nel cielo (1928), La città del sole (1929) e la sua seconda parte La barriera invisibile (1929), L'ultimo degli Atlantidi (1932) e vari altri. Le dispense iniziano a essere sostituite dalle collane a partire dal 1920.[1] Tra queste, di particolare rilevanza la collana Il Romanzo d'Avventure (1924-1936) di Sonzogno[96] diretta da Guglielmo Stocco, che alterna spesso autori italiani a quelli stranieri (come H. G. Wells, Jack London, H. Rider Haggard),[88] seppure operando consistenti tagli ai loro testi.
In realtà le prime incursioni a fumetti nel mondo della fantascienza erano già apparse negli anni precedenti, seppure prive dei classici balloon. Già nel 1923 appare il primo robot italiano, Dinamello, sul Corriere dei Piccoli, con le storie di Pomponio, Dinamello e Tonto Tito di Antonio Rubino.[110][111] Sulla stessa rivista nel 1930 fa capolino l'umoristico Pier Cloruro de' Lambicchi di Giovanni Manca, scienziato eccentrico e incompreso che grazie alla sua prodigiosa "Arcivernice" riesce a dare vita a disegni e ritratti, finendo per riportare in vita personaggi storici, i quali regolarmente gli si rivoltano contro con effetti comici.[112] Ma nei primi anni trenta compaiono anche storie drammatico-avventurose. Sul Corriere dei Piccoli esce nel 1934 a puntate Il castello dei misteri, per i disegni di Girus (Giuseppe Russo) e testi di Piri,[113] con protagonista uno scienziato pazzo che intende conquistare il mondo servendosi di robot e di una macchina che trasforma gli uomini in animali. Nel 1935 sul periodico Topolino escono le prime storie a fumetti di fantascienza interamente italiane: Gli uomini verdi[109] di Yambo, che risente dell'influsso del Verne di Ventimila leghe sotto i mari, e pochi mesi dopo S.K.1 di Guido Moroni Celsi, per molti versi simile a Flash Gordon. Dal 1938 il regime inasprisce gli sforzi per arginare il "contagio" dei fumetti americani proibendone la pubblicazione, con la sola esclusione di Topolino. Nel 1941 Gian Luigi Bonelli esordisce nella fantascienza con I conquistatori dello spazio, su disegni di Raffaele Paparella e poi Nico Lubatti, sulle pagine de L'Audace che Bonelli ha da poco acquistato trasformandolo in un "albo-giornale". Con l'entrata in guerra dell'Italia vengono interrotte tutte le pubblicazioni di derivazione statunitense: per i supereroi bisogna dunque attendere il secondo dopoguerra. Decisamente fantascientifico Mirko (1947), trasformato in un gigante alto 100 metri da uno scienziato, nuovamente ideato da Carlo Cossio (qui con il fratello Vittorio). Dopo la seconda guerra mondiale, quando la produzione di fumetti riprende, il personaggio del supereroe - troppo vicino alla figura del superuomo - viene presto sostituito con quello del giustiziere mascherato, sul modello dell'Uomo mascherato (apparso fin dal 1936 sulle pagine de L'Avventuroso) e di Zorro.
Il dopoguerra in Italia - in particolare dal 1952 in poi, superata la depressione postbellica - è un periodo di grande crescita economica e di apertura - imposta dal nuovo assetto geopolitico - verso la cultura statunitense, con una rapida evoluzione degli stili di vita e un'espansione delle forme di consumo e delle varie industrie culturali collegate; nasce la cultura di massa nel senso moderno, con l'introduzione della televisione e dei rotocalchi e con una crescita esponenziale dei fumetti. Anche la letteratura d'evasione e fantastica vede una notevole diffusione in tutti gli strati sociali. Il clima generale di crescita e la popolazione giovane contribuiscono, nell'immaginario collettivo, a una visione ottimistica dell'industrializzazione e del progresso tecnologico. La rivista Scienza Fantastica - Avventure nello spazio, tempo e dimensione delle Edizioni Krator di Roma (Vittorio Kramer e Lionello Torossi) e diretta da Torossi pubblica per la prima volta, accanto a racco...
La Scienza Fantastica e l'Incredibile Storia di Stanisława Leszczyńska
Nel cuore dell'oscurità di Auschwitz-Birkenau, dove la morte regnava sovrana e l'umanità sembrava essersi dissolta, una donna polacca di bassa statura ma di coraggio straordinario pronunciò parole che avrebbero dovuto costarle la vita: "No! Nessuno può uccidere i bambini!". Questa donna era Stanisława Leszczyńska, nata a Łódź, in Polonia, l'8 maggio 1896.
La sua vita fu segnata da eventi drammatici e da un coraggio incrollabile. Nel 1939, con l'invasione tedesca della Polonia, Stanisława e suo marito Bronisław iniziarono ad aiutare gli ebrei del ghetto di Łódź, mettendo a rischio le loro vite. Bronisław usava la sua tipografia per confezionare documenti falsi, mentre Stanisława forniva cibo e assistenza medica. Per oltre tre anni, la famiglia divenne un punto di riferimento per coloro che cercavano di sfuggire alla persecuzione nazista.
Nella notte tra il 19 e il 20 febbraio 1943, il lavoro clandestino della famiglia venne scoperto. Stanisława fu arrestata insieme a tre dei suoi quattro figli. Dopo l'interrogatorio e la condanna, il 17 aprile 1943, Stanisława e sua figlia Sylwia, che aveva iniziato gli studi di medicina, furono deportate nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau.

All'arrivo ad Auschwitz, Stanisława scoprì un orrore indicibile. Il "reparto maternità" era gestito da infermiere tedesche il cui compito era uccidere i neonati appena nati. Quando il medico del campo le ordinò di trattare tutti i neonati come se fossero morti, Stanisława, guardandolo dritto negli occhi, tuonò: "No!". Era una dichiarazione che avrebbe dovuto costarle la vita, ma la sua autorevolezza morale fermò i nazisti.
Le condizioni in cui Stanisława doveva operare erano disumane. Senza antisettici, strumenti sterilizzati o lenzuola pulite, faceva nascere i bambini sopra un pezzo della cappa del camino, usando una coperta sporca piena di pidocchi al posto di un letto sterile. Dal 17 aprile 1943 al 27 gennaio 1945, quasi due anni di lavoro ininterrotto, Stanisława Leszczyńska assistette circa 3.000 nascite. E il miracolo fu che non un solo bambino nacque morto sotto la sua assistenza.
Nonostante gli sforzi eroici di Stanisława, il destino dei neonati restava tragico. Nella sua impotenza, praticava un leggerissimo e nascosto tatuaggio ai bambini, nella speranza che un giorno madre e figlio potessero riconoscersi e riunirsi. La forza di Stanisława non era solo fisica o tecnica, ma profondamente spirituale. Terziaria francescana, molto devota alla Madonna, non nascondeva la sua fede nemmeno di fronte alle guardie naziste.
Il 27 gennaio 1945, le truppe dell'Armata Rossa liberarono Auschwitz-Birkenau. Stanisława rimase fino al 2 febbraio 1945 per non abbandonare le donne e i neonati, lavorando fino a quando la Croce Rossa non prese in carico madri e bambini. In totale, Stanisława e sua figlia avevano trascorso 668 giorni ad Auschwitz-Birkenau.
Dopo la liberazione, Stanisława e Sylwia poterono fare ritorno a Łódź, dove ritrovarono i figli maschi, sopravvissuti miracolosamente a Mauthausen. Per molti anni, Stanisława non parlò mai della sua esperienza ad Auschwitz, non volendo alimentare l'odio contro il popolo tedesco, poiché "non tutti i tedeschi erano nazisti".
Il 27 gennaio 1970, venticinque anni dopo la liberazione, Stanisława partecipò a una celebrazione ufficiale a Varsavia, incontrando alcune delle donne che erano state prigioniere ad Auschwitz, insieme ai bambini che lei aveva aiutato a nascere. Nel suo diario, scrisse parole cariche di dolore e memoria: "Tra tutti i ricordi tremendi, c'è un pensiero che continua ad assalire la mia coscienza: tutti i bambini sono nati vivi. Il loro obiettivo era quello di vivere."
Stanisława Leszczyńska morì l'11 marzo 1974 a Łódź, all'età di 77 anni. Non nemmeno vent'anni dopo la sua morte, l'11 marzo 2024, si è conclusa a Łódź la fase diocesana del processo di beatificazione. Oggi Stanisława Leszczyńska è considerata la patrona delle ostetriche e delle infermiere polacche. La sua storia ci insegna che la grandezza dell'essere umano non si misura dal successo o dalla vittoria, ma dalla fedeltà ai propri principi anche quando tutto sembra perduto.
Stanisława Leszczyńska: l'ostetrica di Auschwitz che tenne testa a Josef Mengele
La storia di Stanisława Leszczyńska, sebbene non direttamente collegata alla fantascienza italiana, incarna uno spirito di resilienza e umanità che risuona profondamente con i temi di speranza e progresso che spesso animano la narrativa fantascientifica. La sua capacità di trovare luce nell'oscurità più profonda, di preservare la vita in un luogo dedicato alla morte, riflette la tensione costante tra l'orrore della realtà e il desiderio umano di un futuro migliore, un tema centrale nella fantascienza.
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