Un viaggio ai confini del mondo, in luoghi che sia l’Unione Sovietica sia l’Occidente hanno tentato di sviluppare. È il 1977 e Yuri sta rientrando a Pyramiden, nell’arcipelago delle Svalbard, dopo aver partecipato a Mosca al funerale del fratello. Considera questo avamposto russo, ai confini del mondo, una casa adottiva. È qui che ha trovato un lavoro come capo ingegnere della città mineraria e, nonostante i pregiudizi del suo assistente Semyon - “il lettone Weasel” che ambiva a prendere il suo posto -, vive con serenità e mai penserebbe che quella vita di abitudini e tran tran, a cui si è affezionato, possa stravolgersi. Così, per sopravvivere al clima artico del 79° parallelo e ai rigidi precetti del Soviet, Yuri adotta tre regole (qui considerate delle sacre scritture): mai fidarsi di nessuno, tenere la testa bassa e aiutare sempre il più forte.
Pyramiden, con il busto di Lenin che guarda la città, è un luogo che evoca storie di un passato lontano. L'URSS di Stalin la costruì come avamposto dell’Unione Sovietica per lo sfruttamento delle sue risorse naturali, secondo il Trattato delle Svalbard, del 1920. Questo documento estese alle 40 nazioni firmatarie, tra cui la Russia, il diritto di estrarre le risorse naturali. Così l’URSS (l’unico stato che applicò l’accordo) ci costruì palazzi di cinque o sei piani: edifici mai visti a quelle latitudini.
Poi, in piena guerra fredda, Pyramiden diventò covo di spie e vi si trovava perfino un ufficio del Kgb. Pyramiden aveva tutto quello che serviva: un asilo, una scuola, un ospedale, un auditorium, un cinema, una biblioteca con 50.000 volumi, un campo da basket e da calcio, una piscina riscaldata, una grande mensa per i minatori. Fu addirittura portata della terra fertile dall’Ucraina, per produrre dell’erba che ancora oggi spunta in gran quantità durante l’estate.
Aggirarsi tra le sue costruzioni è un’esperienza a dir poco “spettrale” e si ha quasi l’impressione di essere sopravvissuti a una guerra nucleare. Il freddo estremo e le particolari condizioni ambientali favoriscono la conservazione dei suoi manufatti che probabilmente tra duecento anni saranno ancora lì, intatti. Di Pyramiden si è occupata una puntata del programma televisivo di History Channel, La Terra dopo l’uomo (Life after People). Inoltre di recente è stato aperto l’hotel Tulip con l’intento di rendere il luogo un’attrazione turistica. Nella piazza principale, un busto di Lenin guarda ancora la città. Tutto è rimasto come era. Niente si muove nelle strade, dai camini non esce fumo e nessun rumore si sente tra le sue strutture di cemento armato.
La vita di Yuri si complica nuovamente a causa di un’altra donna, Anya: un’insegnante bella ed emotiva che Yuri non capirà mai. La situazione si aggrava quando viene rinvenuto il cadavere di Semyon, episodio che lo porta a essere sospettato dell’omicidio. Un’ipotesi di reato che gli viene mossa da un uomo spietato del KGB: Timur, un despota che oltretutto, nel corso delle indagini, lo ricatta col fine di strappargli informazioni su Catherine, una giovane ragazza inglese arrivata fin quassù per professare la fede comunista e aiutare la madre Russia. Una situazione paradossale e aggravata da un clima tetro, in quel periodo dell’anno dove l’oscurità si protrae tutto il giorno.
Oggi Pyramiden è rimasta una città fantasma. È stata abbandonata progressivamente a partire dal 1991, a causa del crollo del regime comunista e per la bassa domanda del minerale, anche se in verità i motivi furono altri e ci riportano al terribile incidente aereo del 1996, quando un velivolo proveniente da Mosca con a bordo 130 minatori e i loro famigliari, destinati a raggiungere questo luogo a metà strada tra Murmansk, in Russia, e il Polo Nord, si schiantò nei pressi di Longyearbyen. La comunità fu messa in ginocchio e così, presa dalla paura, decise di evacuare molto velocemente, lasciando effetti personali e buona parte degli arredi; nell’auditorium è ancora possibile trovare un pianoforte perfettamente funzionante: un Ottobre Rosso (il più a nord del mondo), che pare essere stato abbandonato durante l’intermezzo di un concerto, mentre le cucine ancora in buono stato saporano di cibo.

Ripresa la navigazione, ai piedi di una montagna, ecco apparire Pyramiden. È una città che nemmeno la fantasia umana può immaginare, che deve il suo nome alla vetta che la sovrasta. Ha edifici imponenti, ampie piazze e viali, monumenti imperiosi, ed è raggiungibile solo con la nave.
Il Polar girl, la piccola nave mercantile, ci porta a fare un giro lungo il Billefjorden e ferma i motori vicino alla seraccata del Nordenskioldbreen, un incantevole ghiacciaio dell’Artico. All’improvviso su una scogliera cinerea ecco apparire il signore incontrastato di queste terre: un orso bianco femmina col suo cucciolo. Vedere questi splendidi animali in libertà è un’emozione impagabile, perché è raro incontrarli. Da qualche tempo, però, amano raggiungere la città, dove magari riescono a scovare del cibo senza fare una grossa fatica. Si tratta però di animali enormi e potenti; ogni incontro con loro può rivelarsi una trappola mortale.

Alle Svalbard vivono circa 2.500 persone ma ci sono almeno 3.000 orsi polari! Quest’ultimo è un villaggio russo decadente, con meno di 500 abitanti, usato per l’estrazione del carbone. Per contrastare la minaccia degli orsi, le tradizioni impongono di non chiudere mai a chiave le porte di casa, una precauzione per garantire un rifugio sicuro a chiunque ne incontri uno per strada. Non mi sembra fuori luogo sentirmi dire che “se si vede un orso ed è ancora lontano, lasciate cadere un oggetto e sfruttate la sua curiosità, magari facendogli pensare che gli si offra del cibo, nell’intento di guadagnare tempo e trovare un riparo”.
Non è strano nemmeno venire a sapere che in queste terre vige l’usanza “qui non si nasce e non si muore”. E la gente ama ripetermelo, visto che per partorire bisogna andare in Norvegia e per trovare sepoltura si deve raggiungere il continente, a causa della presenza del permafrost. Quel terreno ghiacciato, caratteristico delle aree artiche, il cui spessore è legato alle condizioni climatiche.
Da Longyearbyen, con un aereo Dornier da 15 posti, voliamo verso Ny Alesund, alla Baia del Re, alle origini un piccolo villaggio minerario considerato l’ultimo avamposto umano prima dell’estremo. Oggi ci si trova un importantissimo insediamento per la ricerca scientifica polare internazionale e a cui hanno aderito 10 nazioni, tra cui l’Italia con la base artica “Dirigibile Italia” del Consiglio Nazionale di Ricerca italiano.
Il tempo si preannuncia magnifico così il pilota livella la rotta dell’aereo a soli 8.000 piedi, per farci godere al meglio le viste magnifiche sulla calotta glaciale. L’atterraggio è da mozzare il fiato, e avviene su una lingua di terra stretta e corta. D’inverno è tutta ricoperta di ghiaccio e neve battuta e in caso di brutto tempo non sono consentiti ammaraggi e decolli. È la stazione meteo più a nord della Terra.
Da questo luogo partì nel 1926 la spedizione vittoriosa di Nobile e Amundsen del dirigibile Norge e nel 1928 quella catastrofica del dirigibile Italia di Nobile, per la conquista del Polo Nord. Luogo ricco di fascino e da dove s’incrociarono i diversi destini. Una traccia evidente delle imprese polari ancora presente è il famoso pilone (anche se a dir la verità oggi è un po’ arrugginito…) a cui vennero ancorate le due aeronavi. È grazie al CNR, alla spedizione scientifica Polarquest di Paola Catapano e a Pino Biagi (il nipote dell’omonimo marconista dell’Italia) se sono arrivato fin quassù.

In occasione del novantesimo della traversata del dirigibile Italia e dell’arrivo dell’imbarcazione Nanuq del team “Polarquest2018”, che a breve inizierà la ricerca del relitto del dirigibile, sono riusciti a riunire alcuni eredi della tragica spedizione e a portarli fin al 79° parallelo. Hanno preso parte al viaggio, oltre a chi scrive e a Biagi: Filippo Belloni, Paola e Mattia de Grassi, Sergio Alessandrini, rispettivamente discendenti di Filippo Zappi, Alfredo Viglieri e Renato Alessandrini. Sono le 5 di pomeriggio e il sole splende intensamente, si ricorda una delle più grandi esperienze esplorative della storia italiana, affiorano aneddoti e ipotesi sulla sciagura, ma si può certamente affermare che “se ci fosse stata una giornata come quella odierna, la tragedia dell’Italia, novant’anni fa, non sarebbe mai successa”.
L'ARTICO: la terra ghiacciata che potrebbe scatenare il prossimo conflitto globale | Documentario...
La Calotta: Origini e Significato
La calotta nasce in Francia circa 300 anni fa e prende il nome dal tipo di copricapo (calottina o papalina) indossato dal capo calotta durante le riunioni. Sul finire del diciottesimo secolo la calotta diventa esclusivamente militare ed è l'insieme degli Ufficiali subalterni con a capo un capocalotta per ogni reggimento; lo scopo è quello di giudicare, con il consiglio di calotta, il contegno degli U. subalterni e di aiutare i nuovi assegnati ad ambientarsi.
Successivamente, nell'esercito italiano, la calotta mantiene e corregge nel proprio ambito le questioni riguardanti i succitati Ufficiali sia per la condotta privata che per i fatti d'onore. Così si ottiene una rigorosa vigilanza dei subalterni più anziani sui più giovani per evitare errori di comportamento e, se lievi, di correggere eventuali manchevolezze dei più inesperti sia nello svolgimento del servizio che nel comportamento non coerente con lo spirito di corpo.
Il capo calotta ha la facoltà d'intervenire per piccole mancanze ed è autorizzato altrimenti a conferire direttamente con il Comandante di Corpo ed è di diritto il Ten. d'Accademia (non C.te di compagnia) o il S. ten. più anziano in assenza del primo. La calotta ha insomma finalità correttive ed educative del comportamento dei giovani Ufficiali anche per aspetti formali che contribuivano a formare l'immagine dell' Ufficiale.
Si valutavano aspetti come:
- L'allacciatura corretta degli anfibi (lacci non incrociati ma paralleli per consentire di togliere la calzatura velocemente).
- L'ingrassatura e lucidatura degli anfibi.
- Il risvolto corretto e fermo dei pantaloni della tuta mimetica.
- La lucidatura delle fibbie del cinturone e il suo corretto serraggio.
- L'indossamento corretto del foulard del Corpo.
- La capacità di dare ordini con fermezza e decisione e con giusta iniziativa.
- La capacità di riconoscere itinerari, località e particolari topografici.
Il subalterno, dunque, doveva essere l'immagine dell'Ufficiale bello, pulito e ordinato sempre (anche se era tornato alle 04 da una pattuglia in gommone alla foce dell'ISONZO) al quale si poteva chiedere tutto, dalla serietà e competenza tecnica professionale alla capacità ginnica e sportiva e di gestione di piccoli reparti anche in situazioni di emergenza. Infatti il capo calotta ed il consiglio seguono e coltivano il comportamento dei giovani U. sia nell'osservanza dei regolamenti che dello spirito di Corpo nel servizio e nei rapporti con gli altri Ufficiali mostrando la via da seguire con l'esempio e la guida esperta.
Gli interventi correttivi potevano comprendere reprimende verbali o citazioni all'attenzione della calotta riunita, compensate a volte da provvedimenti volontari di offerta di una bottiglia al circolo o di ripetizione di servizi di giornata malcondotti o di partecipazione volontaria a riunioni conviviali goliardiche dei subalterni.
Ora la calotta quasi è scomparsa; eppure il reclutamento su base volontaria professionale ed il necessario recupero di valori etici che cominciano a sbiadirsi, renderebbe importante la funzione ( più aderente ed informale) della calotta per la divulgazione, tra quasi pari grado, di valori professionali etici, di senso della responsabilità e della correttezza dei rapporti che la conoscenza e le esperienze dei più anziani potrebbero mettere a disposizione dei più giovani. Ritengo importante ed opportuno un rapporto "informale" di mediazioni tra i livelli gerarchici diversi di cui si sta trattando che, anzi, dovrebbe essere ripristinato al più presto.
Il capo calotta organizzava, con il consenso preventivo (a volte imposto dallo stesso) del C.te di Corpo, riunioni conviviali che costituivano motivo di contatto e di conoscenza tra le famiglie e di amalgama tra gli Ufficiali stessi. Il capo calotta con la moglie o la fidanzata accoglieva gli ospiti all'ingresso del circolo e gli Ufficiali subalterni curavano l'organizzazione e si preoccupavano che ogni ospite si ritenesse a suo agio. Il capo calotta con i suoi colleghi (per la circostanza) erano i padroni di casa ed indossava la calotta con i colori del Corpo (per i lagunari a spicchi gialli e rossi). A questi incontri il Comandante e la consorte erano invitati e ricevuti all'ingresso del circolo dal capo calotta.
Ora si osservano le leggi ed i regolamenti, ma l'esempio pratico dei colleghi più anziani viene molto prima ed è più immediato perché comprende i primi ed anche le esperienze di vita dei secondi che proprio perché esempi in carne ed ossa sono più considerati. Il rispetto della dignità lo prescrive la legge ma si insegna con l'esempio; la correttezza del comportamento nel dettaglio del rapporti con altri si deve vedere cosi come l'imparzialità che viste praticate valgono anche più che lette e scritte.
Anche nel settore pubblico si è appannata la coscienza dell'importanza del senso morale e della condivisione e partecipazione dei colleghi e dipendenti. Infatti, sorgono modalità di comportamento definite in protocolli e codici di buona condotta per orientare il modo di agire anche in situazioni di emergenza per una riflessione morale su ciò che si fa e come si fa. Come subalterno prima e capo calotta dopo ho sperimentato l'importanza di un riferimento all'ISONZO prima e come Comandante poi. Il contatto reciproco con il Comandante ha sempre consentito la migliore soluzione per la vita e l'educazione dei più giovani costituendo un'amalgama di valori condivisi e ricercati da tutti.
La calotta nasce in Francia nel 1702 come associazione di tipo burlesco ad opera di cortigiani e giovani ufficiali per reagire al senso di tristezza che domina la corte e la società di Versailles. Prende il nome dal particolare tipo di copricapo (tipo papalina) indossato dal capo durante le riunioni. Verso la fine del XVIII secolo la calotta diventa prettamente militare ed è una specie di consiglio dei tenenti più anziani di ogni reggimento per giudicare il contegno dei subalterni. Anche nell'esercito piemontese, e più tardi in quello italiano, si introduce questo sistema allo scopo di mantenere segrete le questioni riguardanti gli ufficiali subalterni e riflettenti la condotta privata ed i fatti d’onore. Il più anziano dei subalterni viene denominato capo calotta. Il capo calotta ha facoltà d'intervenire ed è autorizzato a conferire direttamente con il comandante di reggimento. È precipuo compito dei Comandanti dei corpi presso i quali è istituita la calotta vigilare affinché le manifestazioni goliardiche della calotta siano nei limiti dell'accettabile e nel rispetto delle tradizioni.
Più recentemente, della calotta facevano parte solo i subalterni (Sottotenenti e Tenenti) celibi/nubili accasermati, detti calottini, il meno anziano dei quali è denominato verme di calotta.

tags: #regolamento #calotta #celibi
