Pupi Avati, regista che ha segnato la storia del cinema raccontando l’Italia profonda, ha compiuto un gesto di rara tenerezza: ha scritto una lettera d’amore a sua moglie, Amelia Turri, affettuosamente chiamata Nicola, con cui è sposato dal 1964.
Questo amore, nato in gioventù, riemerge con una forza sorprendente, miracolosamente intatto. C'è la stessa paura della perdita, una gelosia profonda, e una gratitudine immensa nel pensare che "dentro mia moglie, a quel giacimento di bellezza che c’è in lei, ci sia tutta la mia vita, che nel suo sguardo ci sia io a tutte le mie età".
Il sentimento che animava il suo film su Dante, un amore che si nutre di attesa infantile e della promessa di un "per sempre", pronunciato il giorno del loro matrimonio, si ritrova oggi a ottantasei anni, in una declinazione ancora più struggente. Avati confessa con sincerità: "So che la ragazza che ho sposato sessant’anni fa non leggerà mai questa mia confidenza e quindi mi sento libero di essere assolutamente sincero."
Il regista distingue tra le mogli che accompagnano un uomo prima del successo e quelle che arrivano dopo. Le prime, dopo aver supportato le ascese più impervie, sono spesso destinate a scomparire nell'anonimato una volta raggiunta la vetta. Sono quelle che hanno accettato di sposare un uomo "privo di ogni accessorio, di ogni esplicita peculiarità, ma segretamente ambiziosissimo". Sono le madri surrogate nei momenti di sconforto, quelle che avrebbero dovuto gioire delle difficoltà crescenti per salvare la famiglia.

Ma l'amore di Pupi per Amelia è diverso. Se a metà degli anni Sessanta provò per lei la più forte attrazione, il rinnamorarsi a ottantasei anni ha a che fare con l'ineffabile, o con la demenza senile. Avati opta per la prima ipotesi, che lo porta a vedere il lungo percorso di vita con un senso di attesa infantile. È straordinario il riaffacciarsi di questo sentimento per la stessa ragazza che corteggiò per anni prima di convincerla, per sfinimento, a sposarlo.
Il primo test che gli ha confermato la natura di questo amore è stata la gelosia. "Hai nuovamente quella paura di perderla che ti indusse a renderle invivibili i primi anni del matrimonio," ammette, pur convinto che "l'amore sfugga alla ragione". L'innamorato, per Avati, ha un'unica età: quella dell'adolescenza, il culmine della capacità di immaginare. Immaginare che dentro sua moglie ci sia tutta la sua vita, in ogni sua età: quando suonava, quando vendeva i surgelati, quando nacquero i figli e lei rimase sola a Bologna la notte in cui toccò al loro Tommaso. Essendoci sempre.
Nei suoi occhi, Avati rivede gli infiniti giorni del dolore per la perdita di un nipotino, il rammarico per le sue reiterate sconfitte in ambito musicale e cinematografico. Raggiunti i settant'anni, tra loro sorse un crescente pudore. Amelia gli ha donato l'intera sua vita, rinunciando a molte ambizioni personali per rassegnarsi a vivere il suo egocentrismo come uno stigma, un disturbo mentale.
L'ambiente cinematografico, soprattutto per chi vi accedeva dalla provincia, non era il più raccomandabile per garantire al loro matrimonio i requisiti indispensabili alla sua salvaguardia. Furono gli anni in cui, per una folgorazione per il cinema, Avati scompaginò la sua vita, quella di sua madre e dell'intero contesto familiare, convincendoli che sarebbe bastata una sola "opera prima" per accedere con tutti gli onori a quel mondo sfavillante.

Che Amelia fosse la tessera del puzzle insostituibile, lo conferma il fatto che anche quegli anni dolorosi furono superati. La misteriosa energia che li riconduceva sempre a condividere lo stesso destino non era dovuta al caso, ma a qualcosa di più alto, che ha segnato le loro vite fino a indurlo a certificarlo per iscritto, nella convinzione di non essere il solo a provare questo sentimento anacronistico ma vitale nei confronti della persona con cui si affronta la vecchiaia.
Quando, in una notte degli anni Sessanta, riuscì a svelarle tutto ciò che lei rappresentava nei suoi sogni, e quella stessa notte la conquistò, Avati pensò di non dover più chiedere altro alla sua esistenza se non di arrivare a sposarla pronunciando quel "per sempre" che suggellarono nella Chiesa di San Giuseppe a Bologna il 27 giugno 1964.
Di fronte al diffuso nichilismo, improvvisamente, nell'ultima fase della vita, riemerge nella parte più intima di sé l'amore, nella sua declinazione più struggente: quella che fa della sposa la tessera giusta che mancava al puzzle, intuita quando la vide per mano a un principe. Non vi è nulla che eguagli l'emozione di quel pomeriggio.
Credo sia giunto il momento di tornare a confidare negli altri, di non avere paura di aprirsi, in un mondo che premia solo il cinismo. È necessario farlo, pur nel rischio del dileggio, ispirati dalle ineffabili regole di vita del "Discorso della montagna", che ancora oggi indica l'unico percorso per una convivenza possibile.
Oggi, il tempo di Avati si consuma più in fretta rispetto a quello di sua moglie, che usa il suo meglio, riempiendo la giornata di più cose, di più rancori, di più bellezze, senza mentire a se stessa. Vorrebbe che a sua moglie piacesse la sua vita, la trovasse ardita, coraggiosa, imprevedibile, mai rassegnata. Vorrebbe così che si rinnamorasse di lui, come lui, in questo tramonto, si sta rinnamorando di lei.

La riflessione di Pupi Avati sul matrimonio e sulla famiglia, tuttavia, non si limita alla sua esperienza personale. Il regista ha spesso portato questi temi sul grande e piccolo schermo, in particolare con la miniserie "Un matrimonio" del 2013, andata in onda su Rai 1. Questa fiction, in sei puntate, racconta la storia d'amore di una coppia bolognese dal 1948 al 2005, attraversando cinquant'anni di vita, superando difficoltà economiche, tradimenti e le inquietudini dei figli.
Avati ha dichiarato che "Un matrimonio" ha unito due storie: quella dei suoi genitori nella prima parte e la sua nella seconda. Ha anche raccontato la crisi generata da un suo tradimento: "Vi sembrerà strano ma chi fa il regista cinematografico ha la misteriosa prerogativa di piacere alle ragazze - ha scherzato con una punta di ironia -, me ne sono molto approfittato e dopo 7 anni di matrimonio e due figli ho messo su un’altra storia d’amore". Dopo otto mesi di lontananza, ha capito che era tornato per lei, e che più stavano insieme e più si volevano stare.
La fiction "Un matrimonio" ha anche toccato temi sociali importanti, come l'adozione e la disabilità. La coppia del film, dopo due figli, adotta una bimba paraplegica che si trovava in un orfanotrofio di suore. Sarà lei la voce narrante del film. Come nella fiction, il padre di Avati veniva da una famiglia democristiana dell'alta borghesia, la madre da una famiglia operaia e socialista. Quel connubio di mondi così distanti ha funzionato, ma dopo 13 anni di matrimonio, il padre morì in un incidente d'auto, lasciando orfani il dodicenne Pupi e i suoi due fratelli.
Avati sottolinea l'importanza della responsabilità nel matrimonio, soprattutto quando si decide di costituire un nucleo familiare con dei figli. "Tu hai promesso di esserci sempre: non hai il diritto di mandare tutto all'aria," afferma. Per lui, l'unico vero matrimonio è quello cattolico, quello davanti a Dio, mentre quello civile è utile solo a fini burocratici. Davanti all'altare, il "sempre" aveva un qualcosa di eroico, di inebriante.
Lettura annuale 2014 - Pupi Avati racconta il suo matrimonio
Il regista ha anche espresso giudizi durissimi sul nostro paese e sulla cultura nichilista che ne ha preso il possesso, criticando la televisione per il suo contributo al degrado, demolendo la figura paterna e presentandoci pessimi padri. In un'Italia dove "la gamba zoppa è la famiglia" e meriterebbe più attenzione dello spread, Avati si ribella all'estinzione del matrimonio duraturo, considerato ormai un'istituzione superata.
Nonostante la tendenza a raccontare situazioni complicate e fallimenti, Avati crede fermamente che i matrimoni che reggono siano molti più di quelli che vengono raccontati. Il suo film "Un matrimonio" è un inno a questi legami, a storie intrise di incoscienza che si incamminano verso la responsabilità, a un amore che si costruisce nella reciprocità e nell'apertura alla generazione, ai figli. Perché, come dice Avati, "Io penso che ci completiamo negli altri".
tags: #pupi #avati #un #matrimonio
