Con questo sesto articolo ci avviamo verso la conclusione di questa serie dedicata alla Lettera alle famiglie di Papa Francesco. Ora il Papa entra in quello che credo sia l’argomento più difficile, entra nella separazione e nel fallimento della relazione. Lo fa senza nessun giudizio. Sappiamo bene che il fallimento può toccare tutti, quindi non c’è ombra di rimprovero o di biasimo. Il Papa offre uno sguardo di padre qual è e invita gli sposi feriti più che a fare qualcosa ad essere misericordia e perdono l’uno per l’altra.
La rottura di una relazione coniugale genera molta sofferenza per il venir meno di tante aspettative; la mancanza di comprensione provoca discussioni e ferite non facili da superare. Nemmeno ai figli è risparmiato il dolore di vedere che i loro genitori non stanno più insieme. Anche in questi casi, non smettete di cercare aiuto affinché i conflitti possano essere in qualche modo superati e non provochino ulteriori sofferenze tra voi e ai vostri figli. Il Signore Gesù, nella sua misericordia infinita, vi ispirerà il modo di andare avanti in mezzo a tante difficoltà e dispiaceri. Non tralasciate di invocarlo e di cercare in Lui un rifugio, una luce per il cammino, e nella comunità una «casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (Esort.
Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita. Perdonarsi a vicenda è il risultato di una decisione interiore che matura nella preghiera, nella relazione con Dio, è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui. Cristo “abita” nel vostro matrimonio e aspetta che gli apriate i vostri cuori per potervi sostenere con la potenza del suo amore, come i discepoli nella barca. Il nostro amore umano è debole, ha bisogno della forza dell’amore fedele di Gesù.
Da queste parole del Papa credo possiamo trarre alcuni insegnamenti chiave. L’altro non è un nemico! Spesso quando c’è un fallimento, e di conseguenza tanto dolore e sofferenza, si rischia di trasformare tutto questo in rancore e desiderio di vendetta. C’è una ferita aperta che sanguina. Una ferita che ci è stata inferta da una persona che avrebbe dovuto renderci felici ed onorarci attraverso il suo amore. E’ un po’ questo il sentimento che provano tanti separati. Eppure, se lo vogliamo, può non essere così. Come? Se l’altro ci ha fatto così tanto male è perchè noi glielo abbiamo permesso. Non sto dicendo che gli abbiamo permesso compartamenti, gesti o parole. Non sto parlando dell’altro. Non abbiamo potere sulle scelte del coniuge. Siamo noi che dobbiamo custodire la parte più profonda di noi. Concretamente è importante essere consapevoli che siamo figli amati. Solo così l’altro, pur con tutto il male che può averci fatto, non riuscirà mai a penetrare, con le ferite che ci infliggerà, quella parte del nostro cuore che appartiene a Gesù e che continuamente ci dice: tu sei bello/a, tu sei il figlio amato, tu sei la figlia amata.
Un consiglio: imparate, anche quando le cose tra voi vanno bene, a non far dipendere la vostra gioia e il vostro senso solo dall’altro e dall’amore che saprà darvi. Nutrite e perfezionate sempre più la vostra relazione con Gesù attraverso la preghiera e i sacramenti. Solo così, anche se le cose dovessero andare male, saprete affrontare la situazione senza rancore, ma con la capacità di cercare, per quanto possibile, di evitare di aggiungere altro male e altro dolore. Il mio pensiero va a quelle persone che ho conosciuto che non si sono mai arrese al male ma, seppur nel dolore della separazione, continuano a voler bene alla persona che se ne è andata, pregando per lei e affidandola a Gesù.
Il perdono è una decisione interiore. Alcuni di voi diranno: Io voglio perdonare ma non riesco! Quello che mi ha fatto è troppo grave. Questa è l’esperienza di tanti soprattutto quando accadono, appunto, fatti gravi come le separazioni. Come fare? Naturalmente non esistono ricette preconfezionate. Qui si tratta di mettere mano alla nostra umanità ferita. E’ molto faticoso. Spesso si tratta di affrontare tanto dolore e di dover elaborare un vero e proprio lutto. Tutto parte dalla nostra libertà. Dobbiamo essere liberi di andare oltre il male che l’azione di nostro marito o nostra moglie ci sta causando.
Carissimi Paola e Francesco, volevo comunicarvi le mie impressioni del convegno sulla famiglia, perché credo che una seria riflessione di entrambi possa aiutarvi a superare questo momento temporaneo di crisi. In mattinata si è svolta la relazione dello psicologo professor De Beni alle numerose famiglie presenti, erano in circa mille e duecento. Diceva appunto De Beni citando il Papa, che “non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza amore e non c’è amore senza perdono”. Nella nostra società non vi è la cultura del perdono perché tutti affermano le proprie ragioni e nessuno riconosce i propri torti, la conseguenza è una società perennemente conflittuale. Ma già da ora nel campo della psicoterapia la cultura del perdono si sta affermando come uno dei pochi strumenti efficaci per ricomporre il rapporto in crisi delle coppie.
Il fidanzamento è il momento come dice la parola in cui uno impara a fidarsi dell’altro, al punto che non si vedono i difetti ma si vedono tutte le virtù perché l’amore spesso nell’innamoramento viene idealizzato. La capacità di fidarsi uno dell’altro permette il riconoscere i propri torti e di chiedere perdono da una parte, dall’altra la capacità di accogliere il perdono come sincero e reale con la coscienza del proprio errore come ostacolo all’unità della coppia. Ora la capacità di perdonare è fondamentale alla capacità di rinnovare il rapporto d’amore che altrimenti rischia di esaurirsi o divenire conflittuale. Il perdono non significa soltanto l’accettazione da parte del partner del suo errore, o colpa commessa per debolezza oppure anche volontariamente, significa rinnovare la stima e fiducia pienamente e quotidianamente senza il condizionamento del torto subito l’attimo prima, significa ricominciare a credere che l’altro possa sempre cambiare e migliorare. Solo modificando il proprio atteggiamento nei confronti del partner, gli si permette di cambiare. La cultura del reciproco perdono appartiene alla cultura del saper comunicare, alla cultura del dare o dell’essere perdente ed è necessaria alla vita della coppia per stabilizzare i rapporti nella famiglia, infatti la stessa cosa ha detto De Beni vale per il perdono delle colpe dei nostri figli: giusto consigliarli su ciò che è bene o male, ma poi invitare se la scelta è sbagliata ad assumere loro la responsabilità e le conseguenze senza comunque giudicarli, ma accogliendoli come sono, cioè facendo sentire loro che nel cuore del padre e nella madre vi è presente l’amore verso di loro come capacità di accoglierli nell’errore o nella colpa cioè con la misericordia del perdono. Così non si interrompe il rapporto affettivo, piuttosto viene rafforzato il dialogo e la comunicazione che è essenziale all’educazione perché poi i nostri figli dopo aver sbagliato possano tornare a confrontarsi e così a crescere.
A proposito mi veniva in mente la definizione di perdono di Domenico “il perdono è la purificazione della memoria”.
Cosa c’è dietro gli amori maturi, quelli che rimettono in gioco, dando una nuova possibilità? se il 4 maggio 1981 non avessimo firmato la nostra separazione, oggi, 16 ottobre 2015, avremmo festeggiato le nozze d’oro. Da quando tutti e due decidemmo di mettere fine alla nostra unione, il rapporto fra noi si è sempre mantenuto civile e rispettoso. Così oggi non festeggiamo i 50 anni del nostro matrimonio, ma nulla ci vieta di festeggiare i 50 anni dal nostro matrimonio. Io e Francesca ti avevamo invitato qui a Catania, ma i tuoi impegni non lo hanno permesso. Noi continuiamo ad aspettarti.
Quando ci siamo incontrati eravamo due ragazzi immaturi e facevamo parte di quelle famiglie in cui il genitore ancora rivestiva il ruolo del duce, il tipo che dice «qui comando io e ho sempre ragione». Una generazione, la nostra, che doveva credere, obbedire e subire. Tu, in particolare, essendo una giovane donna, dovevi sottostare a regole delle quali dagli Anni ’70 in poi s’è persa ogni traccia. Praticamente: io e te in sette anni di fidanzamento non siamo mai usciti da soli. Eravamo sempre scortati e guardati a vista da una caterva di familiari, a cominciare da tuo padre (terribile), tua madre (dolcissima) e poi i tuoi tre fratelli, ancora c’erano i tuoi zii Michele e Luigi con le mogli, zio Umberto e zia Giulia, i due ingegneri e i due avvocati (con le rispettive consorti) che lavoravano con tuo padre, le due cameriere, l’autista. E non mi dimentico di aggiungere l’intera mia famiglia. Sicuramente i nostri familiari pensavano più alla nostra sistemazione che alla necessità di una nostra conoscenza per capire meglio chi eravamo e soprattutto cosa cercavamo e cosa sognavamo. Io e te abbiamo cominciato a parlare tra di noi a nozze avvenute quando, conclusi i festeggiamenti, lasciammo Napoli per scapparcene, da soli finalmente, a Sorrento. Due figli non sono bastati a farci superare gli ostacoli dovuti a una serie di incomprensioni. Dopo sedici anni decidemmo, di comune accordo, di voltare pagina e ci separammo. Ma non siamo mai stati nemici. Vivere un rapporto stiracchiato, in un certo momento della nostra vita, quando ci siamo accorti che entrambi cercavamo strade diverse, ci era infatti sembrato sbagliato, un compromesso che stonava con l’onestà dei nostri sentimenti e del nostro vivere quotidiano. Io stentavo a prendere la decisione: il pensiero di abbandonare la casa dove abitavo e dove avevo le mie cose mi faceva star male, avrei perso la sicurezza che dà la famiglia, le gioie dei figli. Tu invece sei stata decisa: «Puoi venire a stare con i ragazzi quando vorrai, però formalizziamo la separazione». Il 4 maggio del 1981 abbiamo firmato. E poi è successo che ho incontrato Francesca. Diciannove giorni dopo la mia separazione da te. Entrambi avevamo alle spalle un matrimonio fallito. Io abitavo a Napoli, lei a Catania. Per nove anni abbiamo fatto i pendolari. Poi, d’accordo con i miei due figli e i tre di Francesca, nel 1990 mi sono trasferito a Catania e il 28 luglio dello stesso anno ci siamo sposati. Abbiamo cominciato a vivere tutti insieme, pensavamo «appassionatamente». Ma gli spazi limitati e i ragazzi che crescevano non permettevano a tutti noi di poterci muovere secondo le necessità di ciascuno. Poiché riteniamo che il nostro amore sia stato un vero miracolo, abbiamo cercato una soluzione per salvare capra e cavoli. Ho trovato una casetta a trecento metri da quella di Francesca. Quando l’ho vista era un tugurio, umida e con poco sole, ma io l’ho guardata con gli occhi del «dopo» e ne ho fatto con poco un luogo dove è bello stare. La quotidianità la viviamo così: a pranzo Francesca si divide tra la «casa grande» ed il lavoro, io sto nel «nido» con i miei libri, la mia Napoli e la poesia. Ed ecco che oggi, 16 ottobre 2015, a cinquant’anni dal matrimonio, sento la necessità di ringraziarti, Angela, principalmente per quattro cose: per il bene che hai voluto ai miei genitori e ai miei fratelli; per come hai fatto vivere in modo agiato (sicuramente anche troppo) Mariateresa e Paolo, e per tutto ciò che hai fatto cercando di seguirli nel migliore dei modi; ti ringrazio per il fraterno e affettuoso rapporto che hai sempre avuto con Francesca (e tu sai come e quanto lei te lo ricambia); ti ringrazio per l’amicizia vera che non mi hai fatto mai mancare. Così avremmo voluto averti qui a Catania per i nostri 50 anni da festeggiare insieme, tutti noi straordinari componenti di questa meravigliosa famiglia allargata. Brinderemo alla nostra sensibilità che ci ha fatto essere gli antesignani nel gestire in un nuovo modo la separazione, un modo che si è rivelato vincente, per noi e, soprattutto, per i nostri figli.
Abbiamo deciso di continuare di andare avanti il nostro matrimonio, abbiamo riconosciuto le nostre colpe, ma io sto molto male , sono caduto in una depressione, ho molta ansia e da 2 messi soffro di insonnia acuta, adesso sto seguendo un trattamento e sn a casa in riposo, sto molto meglio, ma ogni tanto l'ansia torna . Voglio qualcuno con qui parlare, per questo mi sn rivolto a voi , con gli amici non ho così tanta confidenza ,e vorrei il parere di un esperto, ho pensato anche di fare un percorso di coppia con uno psicoterapeuta. La sua idea di fare un percorso di coppia è una buona idea, naturalmente se è d'accordo anche sua moglie! Il passato comunque va lasciato alle spalle, perdonatevi reciprocamente e andate avanti. Tutti e due siete responsabili di quello che è successo, nessuno di voi due è completamente innocente e vittima dell'altro...e si può anche sbagliare nella vita...quello che è importante è il comune progetto di continuare la vostra vita insieme. Buonissima l’idea del percorso di coppia, può essere buona anche quella di un percorso individuale. Non arenatevi sugli errori, sulle circostanze. Entrambi avete avuto degli inciampi. 5 anni di ludopatia non sono poca cosa e sua moglie davvero si deve essere sentita ferita. Però c’è altro, ci siete voi, voi domani intendo. Iniziate a fare pulizia di tante cose passate che vi state portando dietro e che vi stanno rallentando, vi stanno logorando. Lei mi sembra ben intenzionato a sistemare le cose e anche sua moglie.
Salve Cristian, si faccia aiutare con una terapia farmacologia come credo stia già facendo e con una psicologica, ha bisogno di riacquistare un po' di quella sicurezza che ha perso nel tempo. Un terapia di coppia sarebbe perfetta ma nel caso sua moglie non accettasse, faccia un suo percorso individuale. Anche nel buio più nero, una luce si trova sempre. Un percorso di coppia potrebbe essere un ottimo strumento attraverso cui affrontare la situazione di coppia attuale che per lei e sua moglie è fonte di sofferenza reciproca. Si tratta di interventi che consentono di andare oltre una situazione nella quale ognuno tende a concentrarsi sulle colpe dell'altro, nella quale si rischia di sfinirsi a vicenda con discussioni e litigi che sovente ripetono lo stesso copione, incrementando così le incomprensioni. Si tratta di un lavoro che aiuta a prendere coscienza delle dinamiche che si sono instaurate tra i partner, identificando quelle disfunzionali sulle quali poter quindi intervenire.
Salve Cristian, sicuramente il crearvi uno spazio tutto vostro dove potervi confrontare grazie all'aiuto di una terza persona sarebbe una cosa importante ed un buon punto di partenza per recuperare quello che si è andato perso tra di voi ma che è sicuramente sempre presente.. non è facile lasciare tutto alle spalle, ma il fatto di aver ammesso da entrambi le parti i vostri errori è una base per ricominciare a ricostruire.. adesso sto seguendo un trattamento farmaceutico per combattere l'ansia e l'insonnia, con il riposo dal lavoro, sono già 3 giorni che riesco a dormire per 5/6 ore senza svegliarmi e senza ansia , ma so che sono gli effetti dei farmaci nonostante questo mi sveglio di buon umore e impegno la giornata nelle faccende domestiche, questo per passare al meglio il mio tempo per non dare spazio agli brutti pensieri ad avvolgermi e anche per recuperare il tempo perso con mio figlio e con mia moglie.
Come comportarmi? Fargli vedere che lo amo e provare a riconquistarla? Anche se da parte sua le risposte sn un pò così, e che a me fa star male? Mi pare proprio un momento difficile, o meglio il momento in cui il "vulcano erutta" e la lava cola. Una lava dove la depressione, l'ansia, l'insonnia sono solo "sintomi" di un disagio personale più antico che si è manifestato con "la dipendenza da gioco", che mi pare essere un problema ancora aperto. Ho visto persone dove questa dipendenza patologica come altre, patologiche, ha creato debiti, fratture familiari, rotto rapporti con amici e procurato tanta sofferenza. La dipendenza patologica è una malattia e necessita di essere curata con un lavoro psicoterapico molto specialistico. Non mi pare che lei sia già arrivato a maturare questa scelto o ancor prima a considerarla una "patologia". La invito, invece, a prenderla seriamente in considerazione. Certo, anche sua moglie si è smarrita, e poi ci sono due figli di cui siete responsabili, in quanto genitori. Ma in questo "Tsunami psicologico", mi pare esserci voglia di ricostruire,e un aiuto di coppia potrebbe aiutarvi, ma non lasci "vagante" la sua dipendenza,di cui, forse, anche sua moglie potrebbe aver bisogno di capire meglio cosa comporti e la dannosità della .stessa sulla vita familiare.. La strada è in salita,ma quando si arriva in cima, la discesa è più facile!
Gentile Cristian, ho l'impressione che questo sia il momento in cui sta facendo i conti con le sue difficoltà, sia personali, con il problema della ludopatia, sia relazionali con le sue difficoltà familiari. Lei non specifica che tipo di trattamento sta seguendo, ma credo che un intervento psicoterapico sia indispensabile a supportarla per far fronte all'ansia e alla depressione di cui parla, così come al suo malessere per le difficoltà matrimoniali. Si ricordi, caro Cristian, che quello che spesso sembra solo un macigno che ci sta schiacciando può diventare un'occasione importante per fermarsi e riprendersi in mano la propria vita, cercando di affrontare i propri punti deboli, e riattivando le proprie risorse nella giusta direzione. Mi sembra strano che i medici non le abbiano detto di fare anche una terapia psicologica sia per la depressione che per l'ansia. La psicoterapia infatti per i disturbi ansioso-depressivi è assolutamente indicata ed efficace. Ovviamente ci vorrà un po' di tempo, ma tenga presente che sono molto efficaci anche le terapie brevi. Ad es. la terapia strategica breve ha ottime tecniche per la cura dei predetti disturbi. Tutto è recuperabile, se vi è la volontà di farlo. Da entrambe le parti avete cose da farvi perdonare e sicuramente il parlarne all'interno di una terapia di coppia potrà alleviare le ansie e migliorare la qualità della vostra relazione. Dovete tentare di farlo anche per il benessere dei figli e il riconoscere questa necessità costituisce già un buon punto di partenza. Mi auguro che possiate presto iniziare ad agire. Ve lo auguro sinceramente.

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