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Le "Grida" ne "I Promessi Sposi": Legge, Potere e Ingiustizia nel Seicento Milanese

Il lago di Como, con la sua bellezza variegata, fa da sfondo agli eventi narrati ne "I Promessi Sposi". Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene [1] non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte [2], che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti [3], scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore [4] d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia. Dall’una all’altra di quelle terre, dall’alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolt...

La narrazione si apre con un evento emblematico dell'oppressione e dell'arbitrio che caratterizzano il Seicento lombardo, l'incontro tra don Abbondio e due bravi. Per una delle stradine descritte, la sera del 7 novembre 1628, torna a casa dalla passeggiata don Abbondio, curato di un paesino di quelle terre il cui nome non è citato dall'anonimo, così come non è specificato il casato del personaggio. Il curato cammina lentamente e con fare svogliato, recitando le preghiere e tenendo in mano il breviario, mentre alza di quando in quando lo sguardo e osserva il paesaggio, oppure prende a calci i ciottoli sulla strada. Oltrepassata una curva, percorre la strada sino a un bivio alla cui confluenza è posto un tabernacolo, che contiene immagini dipinte di anime del purgatorio: qui, con sua grande sorpresa, vede due uomini che sembrano aspettare qualcuno, il primo seduto a cavalcioni sul muretto e l'altro in piedi, appoggiato al muro opposto della strada. Entrambi indossano una reticella verde che raccoglie i capelli e hanno un enorme ciuffo che cade loro sul volto; portano lunghi baffi arricciati all'insù e due pistole attaccate a una cintura di cuoio; hanno un corno per la polvere da sparo appeso al collo e un pugnale che emerge dalla tasca dei pantaloni, con una grossa spada dall'elsa d'ottone e lavorata. Don Abbondio li riconosce immediatamente come individui appartenenti alla specie dei bravi.

Ma chi erano in effetti i bravi? L'autore cita una grida dell'8 aprile 1583, emanata dal governatore dello Stato di Milano che minacciava pene severissime contro tutti quei malviventi che si mettevano al servizio di qualche signorotto locale per esercitare soprusi e violenze, intimando a costoro di lasciare la città entro sei giorni. Tuttavia il 12 aprile 1584 lo stesso funzionario emanò un'altra grida in cui si minacciavano pene ancor più severe contro tutti quelli che avevano anche solo la fama di essere bravi, e il 5 giugno 1593 un altro governatore fu costretto a emanarne ancora un'altra con reiterate minacce, seguita da un'altra datata 23 maggio 1598 in cui si ribadivano pene severissime contro i bravi che commettevano omicidi, ruberie e vari altri delitti. La serie interminabile di gride prosegue con un provvedimento datato 5 dicembre 1600 ed emanato da un nuovo governatore di Milano, che minacciava nuovi tremendi castighi contro i bravi (anche se, osserva ironicamente l'autore, quel funzionario era forse più abile a ordire trame politiche e a spingere il duca di Savoia a muover guerra contro la Francia). A quella grida se ne aggiunsero altre prodotte da altri governatori nel 1612, 1618 e 1627, quest'ultima a firma di don Gonzalo Fernandez de Cordova poco più di anno prima dei fatti narrati; ciò basta all'autore a concludere che, ai tempi di don Abbondio, c'erano ancora molti bravi in Lombardia.

Stemma del gov. don Gonzalo

Le "gride" erano i provvedimenti di legge che il governo del Ducato di Milano emanava nel XVII secolo e venivano chiamate così per l'uso da parte dei banditori di gridarle, appunto, sulla pubblica piazza (gran parte della popolazione era infatti analfabeta, anche se una copia di queste leggi veniva affissa nelle strade ed esibita all'occorrenza). L'autore sottolinea nel cap. I l'assoluta inutilità di questi provvedimenti, che "diluviavano" (erano cioè numerosissimi) e minacciavano pene e castighi assai severi, che naturalmente non venivano mai applicati a causa dell'inefficienza e della corruzione del sistema giudiziario: ne è una prova la sfilza interminabile delle gride che Manzoni cita nel cap. iniziale del romanzo, per dimostrare che i bravi prosperavano ed erano impuniti, nonostante fossero minacciati di essere incarcerati, posti alla tortura o peggio ad arbitrio del giudice (addirittura si proibiva a chiunque di portare il "ciuffo" come segno distintivo dell'essere un bravo e si minacciavano pene ai barbieri che tagliassero i capelli in quel modo, come citato dall'autore nel cap. III).

Fu proprio la lettura di una grida, quella datata 15 ottobre 1627 in cui si contemplava il reato di minacce a un curato per non celebrare un matrimonio, che diede a Manzoni l'idea per la trama del romanzo: questa legge compare nell'episodio di Renzo allo studio del dottor Azzecca-garbugli (cap. III), in cui l'avvocato scambia il giovane per un bravo e gli mostra la grida per fargli paura, per fargli credere che è in un brutto guaio e gli servirà il suo aiuto per uscirne. Il dottore dice che la grida è "fresca", cioè recente, e quindi di "quelle che fanno più paura", in quanto il gran numero delle leggi toglieva a queste l'efficacia; spiega a Renzo che lui saprà imbrogliare le carte e farlo assolvere dall'accusa, invocando la protezione di personaggi potenti e minacciando le persone coinvolte, in quanto "a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, nessuno è innocente" (dunque la giustizia non è certo assicurata da questi provvedimenti che, oltre ad essere inefficaci, sono passibili di controverse interpretazioni).

Don Abbondio e i Bravi

Di un'altra grida si parla anche nel cap. XIV, quando Renzo e il poliziotto travestito sono all'osteria della Luna Piena, a Milano: l'oste, che ha riconosciuto il poliziotto, vuole mostrarsi ligio alla legge e mostra al giovane la grida che gli impone di registrare nome e cognome di chi viene ospitato nella locanda, suscitando le rimostranze di Renzo che si rammenta di quanto poco aiuto gli avesse offerto la grida mostratagli dall'avvocato. Il giovane fa osservazioni ironiche sullo stemma di don Gonzalo de Cordova (il governatore di Milano) che campeggia sul documento e conclude con amaro sarcasmo che "comanda chi può, e ubbidisce chi vuole", mentre poco dopo anche gli altri avventori dell'osteria si uniscono a lui nel dire che le leggi "son tutte angherie, trappole, impicci". L'idea di Renzo è che la parola scritta, specie per chi come lui è semi-analfabeta e non in grado di leggere facilmente, diventa uno strumento nelle mani dei potenti per esercitare soprusi e angherie sui più deboli, mentre a lui povero contadino la giustizia non è stata minimamente assicurata dall'apparato legislativo.

L'inutilità delle gride verrà ulteriormente ribadita dall'autore nel cap. XXVIII, quando viene descritta la situazione a Milano seguente alla rivolta per il pane del giorno di S. Martino: il prezzo del pane è nuovamente calato in seguito a un provvedimento di legge, cosa di cui approfittano i milanesi per acquistarne in gran quantità, situazione che ovviamente non può durare a lungo a causa della penuria di grano. Il 15 novembre viene dunque emanata una grida, a firma del gran cancelliere Antonio Ferrer, che proibisce di comprare pane in eccesso sotto minaccia di severissime pene e impone nondimeno ai fornai di continuare a produrne, il che suscita l'ironia dell'autore secondo il quale "Chi sa immaginarsi una tale grida eseguita, deve avere una bella immaginazione; e certo, se tutte quelle che si pubblicavano in quel tempo erano eseguite, il ducato di Milano doveva avere almeno tanta gente in mare, quanta ne possa avere ora la Gran Bretagna" (l'allusione è alla pena della galera, ovvero l'arruolamento dei condannati come forzati sulle navi da guerra). In seguito viene deciso di aggiungere il riso nel composto del pane e se ne fissa con una nuova grida un prezzo ridicolmente basso, il che spinge anche gli abitanti del contado a venire a comprarlo in città; per arginare il fenomeno, viene emanata l'ennesima grida che proibisce di portare il pane fuori dalla città, per cui l'autore osserva che "La moltitudine aveva voluto far nascere l'abbondanza col saccheggio e con l'incendio; il governo voleva mantenerla con la galera e con la corda".

Illustrazione dei bravi de

Tornando a don Abbondio, il curato capisce subito che i due bravi stanno aspettando lui, dal momento che al vederlo essi si scambiano un cenno d'intesa e gli si fanno incontro. Il curato si guarda intorno, nella speranza di scorgere qualcuno, ma la strada è deserta; pensa se abbia mancato di rispetto a qualche potente, escludendo di avere conti in sospeso di questo genere; non potendo fuggire, decide di affrettare il passo e affrontare i due figuri, atteggiando il volto a un sorriso rassicurante. Uno dei bravi lo apostrofa subito chiedendogli se lui ha intenzione di celebrare l'indomani il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, al che il curato si giustifica balbettando che i due promessi hanno combinato tutto da sé e si sono rivolti a lui come un funzionario comunale. Il bravo ribatte che il matrimonio non dovrà esser celebrato né l'indomani né mai e don Abbondio tenta di accampare delle scuse poco convincenti, finché l'altro figuro interviene con parole ingiuriose e minacciose. Il compagno riprende la parola e si dice convinto che il curato eseguirà l'ordine, facendo poi il nome di don Rodrigo, che riempie don Abbondio di terrore: il curato fa un inchino e chiede suggerimenti, ma il bravo ribadisce l'ordine impartito e intima al religioso di mantenere il segreto, lasciando intendere che in caso contrario ci saranno rappresaglie. Don Abbondio pronuncia alcune parole di deferenza e rispetto verso don Rodrigo, quindi i due bravi se ne vanno cantando una canzone volgare, mentre il curato vorrebbe proseguire il colloquio entrando in improbabili trattative. Rimasto solo, dopo qualche attimo di sconcerto don Abbondio prende la strada che conduce alla sua abitazione.

Il curato chiama la sua domestica, Perpetua, che da anni lo accudisce essendo rimasta zitella e sopportando i brontolii dei suo padrone, il quale a sua volta subisce i suoi. Don Abbondio va a sedersi sulla sua sedia in salotto e Perpetua capisce subito che è sconvolto: gli chiede spiegazioni, ma il curato rifiuta di parlare e chiede del vino, che la serva gli dà non senza qualche resistenza. La donna rinnova più volte le sue richieste, così alla fine il curato si decide a rivelare tutto in quanto desidera confidarsi con qualcuno; Perpetua inveisce contro la prepotenza di don Rodrigo, quindi suggerisce al padrone di informare di tutto con una lettera il cardinale Borromeo, che è noto per la sua onestà e la propensione a difendere i religiosi contro i soprusi dei potenti. Don Abbondio rifiuta l'idea adducendo il timore di ricevere una schioppettata nella schiena, benché Perpetua gli ricordi che i bravi spesso minacciano a vuoto e rimproverando il curato di non mostrarsi abbastanza deciso, attirando su di sé le soperchierie di ribaldi e malfattori. Don Abbondio non vuol sentire ragioni, quindi decide di andare a dormire senza neppure cenare: prende il lume e sale le scale, poi, prima di entrare nella sua stanza, si volta verso Perpetua e le rinnova la preghiera di non farsi sfuggire parola dell'accaduto.

Don Abbondio e Perpetua

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Il capolavoro manzoniano dei Promessi Sposi rappresenta uno dei più importanti romanzi storici dell’Ottocento dopo l’Ivanhoe di Walter Scott. Caratteristica peculiare dei romanzi storici sono le digressioni. Una digressione è l’ allontanamento temporaneo dalla storia che costituisce la struttura portante del romanzo. Nel momento in cui c’è questo breve distacco, l’autore ne approfitta per approfondire un avvenimento storico in relazione con la vicenda in modo che il lettore possa avere una visione più ampia del contesto temporale. Altre volte queste digressioni vengono usate per descrivere, principalmente in modo indiretto , un nuovo personaggio narrando un evento nel quale lui è protagonista e mediante esso possiamo comprendere molti lati del suo carattere o numerosi aspetti della sua vita. Manzoni fa un largo uso di questa tecnica tanto che nella seconda revisione del romanzo dovette ridurre drasticamente le digressioni presenti in esso poichè potevano disorientare eccessivamente il lettore all’interno della vicenda. Per staccarsi dalla vicenda principale, Manzoni usa varie strategie. Una di queste è quella di affidare la narrazione ad un narratore di secondo livello che spesso fa parte del sistema dei personaggi. Questo è il caso del “ Miracolo delle noci “, racconto di uno strano miracolo narrato dal frate cappuccino Fra Galdino nella chiusura del terzo capitolo . Oppure l’autore utilizza ampie analessi ( flash-back ) soprattutto per raccontare al lettore la vita passata di un personaggio come ad esempio accade per Fra Cristoforo, digressione che occupa quasi tutto il quarto capitolo. Altre digressioni importanti contenute nel romanzo sono quella sulla Monaca di Monza e quella sulla giustizia del Seicento in cui sono riportate le grida contro i Bravi. Un aspetto negativo che scaturisce dall’uso di digressioni e parti descrittive è quello di rallentare, anche se non pesantemente, la narrazione infatti nei primi otto capitoli,nei quali Manzoni fa largo uso di questi espedienti, si può notare facilmente che la storia procede con un andamento molto flemmatico. La prima digressione che si incontra nel romanzo è quella sulla giustizia del seicento. In questa digressione Manzoni riporta numerose grida emanate contro la classe sociale dei bravi che in lombardia era molto copiosa ed racconta anche di come la dominazione spagnola opprimeva la popolazione e i più deboli che in questo periodo potevano solo subire la prepotenze dei più forti. La seconda digressione che Manzoni ci pone in esame è quella di Fra Galdino il quale narra una storia molto particolare soprattutto per il miracolo che conteneva.

«Grida fresca: son quelle che fanno più paura». La massima di oggi viene pronunciata dall’Azzecca-garbugli nel terzo capitolo dei Promessi sposi, e potrebbe addirittura essere presa come un monito contro i decreti legge, se non contro il riformismo e le novità legislative in genere. Ci ricorda anche, però, che è comune l’errore di confondere questa grida singolare e manzoniana con le grida umane e subumane. Quando i titoli in Borsa si scambiavano a voce, gli operatori si trovavano per farlo nell’apposito «recinto delle grida». Quelle manzoniane, invece, sono «gride», plurale che l’Azzecca-garbugli impiegava con disinvoltura. «Grida manzoniane» è un errore, segnato in rosso sui compiti liceali: ma di tanto in tanto lo si sente ancora ricorrere. Non è il solo caso. È il vecchio equivoco della luna e del dito, tutti astronomi e niente manicure e del resto nessuno ebbe molta voglia di dire a Benito Mussolini, all’epoca, che la battigia non è il bagnasciuga. Perciò non ho reso noto a un mio interlocutore, certo non altrettanto temibile, che quel suo insistere su «serrare le fila» (del Partito) e «reggere le file» (di non so che) aveva qualcosa che non andava. Ad avere avuto cari i problemi del Pd o quelli del lessico italiano avrei potuto e forse dovuto dirgli: «Amico caro, a volte è consigliabile saper distinguere anche i nomi delle cose, oltre a quelli dei leader di corrente. A poter essere serrate sono le “file”, plurale di “fila”: una fila di soldati; due file di soldati. Con apposito comando puoi farle avvicinare e così le hai serrate. Invece quelle che il burattinaio regge sono le “fila”, plurale di “filo”. Sì, certo, il plurale di “filo” è “fili”. Ma ci sono sostantivi che hanno due plurali. Smetti di guardare la luna, e osserva finalmente il dito, che come voleva l’antipsichiatra Ronald Laing, è tanto più interessante. Tu hai dieci “dita” nelle due mani, e due “diti” indici. E hai due “braccia”, mentre la croce è fatta di due “bracci”. Con le dita, puoi annodare i “fili” ma quando il discorso è complesso e non ha un “filo” solo, non è facile tenerne “le fila”».

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