La descrizione della peste del 1630 ne "I Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni ha indubbiamente contribuito a mantenere vivo il ricordo di questo tragico evento storico. La cosiddetta "peste manzoniana" fu una delle epidemie più violente mai registrate, abbattendosi sui territori colpiti con un'intensità ancora maggiore rispetto alle precedenti pestilenze del 1576 e del 1524. Solo a Milano, la malattia causò la morte di oltre 60.000 persone, circa un quarto della popolazione cittadina.
Il contagio giunse in Lombardia al seguito dell'esercito di Lanzichenecchi, mercenari tedeschi al servizio del Sacro Romano Impero. Tra l'estate e l'autunno del 1629, queste truppe attraversarono le Alpi dirette a Mantova, un ducato rivendicato dall'Imperatore Ferdinando II. Sebbene la questione mantovana potesse apparire di secondaria importanza sullo scacchiere politico europeo, essa innescò nuovi contrasti tra le potenze.

I soldati, già infettati nei Grigioni, diffusero il contagio nelle Prealpi e lungo la direttrice dell'Adda. Da lì, il morbo serpeggiò nella valle del Lambro, tra i colli brianzoli e raggiunse anche i più piccoli centri abitati, con rare eccezioni. L'anno precedente, una terribile carestia aveva già stremato la popolazione, rendendola ancora più vulnerabile alla "morte nera". I primi sintomi della peste apparvero verso la fine del 1629, ma fu con il progredire della primavera e soprattutto durante l'estate, tradizionalmente funesta per le malattie epidemiche, che l'epidemia si scatenò con virulenza.
Manzoni dedica due capitoli del suo capolavoro, il XXXI e il XXXII, a questo tragico evento. L'incipit del capitolo XXXI è celebre: "La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimenti che non si fermò qui, ma invase e spopolò in una buona parte d’Italia". L'epidemia continua a influenzare la trama nei capitoli successivi, portando alla morte molti personaggi, sia potenti che umili, dotti e ignoranti, santi e peccatori. Tra le vittime illustri troviamo Don Rodrigo, il Griso, Padre Cristoforo, Don Ferrante e Perpetua.
Tuttavia, non tutti soccombono alla malattia. Renzo, dopo aver contratto la peste, riesce a guarire da solo e, riacquistate le forze, torna a Milano alla ricerca di Lucia. La città, precedentemente sconvolta dai tumulti della folla affamata, è ora devastata dalla pestilenza. Il silenzio regna sovrano, rotto solo dal suono delle campane che annunciano il passaggio dei carri carichi di morti. Renzo si reca al Lazzaretto, luogo simbolo della sofferenza e della speranza, dove, nel capitolo XXXVI, ritrova Lucia.
La frase di Lucia, "Paura di che?", pronunciata in un momento di grande fragilità, diventa un potente messaggio di consolazione e resilienza. Manzoni, con la sua maestria linguistica, racchiude in tre semplici parole un orizzonte di speranza che contrasta la paura, sentimento predominante non solo nel romanzo ma nell'intera esperienza umana. La paura è una condizione che attraversa l'intera opera, incarnata in personaggi come Don Abbondio, ma anche Lucia, pur avendola vissuta sulla propria pelle, non perde la fiducia nel futuro.
I Lanzichenecchi: Mercenari e Portatori di Peste
I Lanzichenecchi (dal tedesco Landsknecht, "servo della terra") erano soldati mercenari di fanteria, arruolati dalle Legioni tedesche del Sacro Romano Impero Germanico tra la fine del XIV e il XVII secolo. Erano noti per la loro crudeltà e violenza nei confronti dei nemici e delle popolazioni civili. Reclutati principalmente tra i figli cadetti di famiglie di piccoli proprietari terrieri, preferivano la vita militare per evitare di diventare servi rurali.

Questi mercenari furono protagonisti di numerose battaglie, incluse quelle delle Guerre d'Italia. La loro presenza in Italia nel 1629 fu legata alla Guerra di Successione di Mantova e del Monferrato. L'esercito imperiale, composto in gran parte da Lanzichenecchi, attraversò i territori del Ducato di Milano diretto a Mantova. Durante il loro passaggio, perpetrarono saccheggi e contribuirono in modo significativo alla diffusione della peste.
Il transito delle truppe seguì un percorso che attraversò la Valtellina, la Valchiavenna, la Valsassina, per poi dirigersi verso Mantova, passando presumibilmente attraverso il Ducato di Milano lungo un percorso il più possibile rettilineo. I soldati, già infetti, diffusero il contagio lungo la direttrice dell'Adda, per poi riversarlo nella valle del Lambro e nella Brianza.
Alessandro Manzoni e la Lingua Italiana
Alessandro Manzoni (1785-1873) è una figura centrale della letteratura italiana, e "I Promessi Sposi" è considerato un caposaldo della nostra cultura. L'importanza dell'opera risiede non solo nella trama avvincente e nei personaggi indimenticabili, ma anche nel suo profondo radicamento storico e sociale. Manzoni aspirava a scrivere in una lingua comprensibile a tutti, un obiettivo ambizioso in un'epoca in cui l'italiano letterario era distante dalla lingua parlata dalla gente comune.
Dopo una prima stesura nel fiorentino antico, Manzoni decise di riscrivere il romanzo nel fiorentino parlato ai suoi tempi, una lingua viva e accessibile. Per fare ciò, si trasferì a Firenze, studiò la lingua parlata e la plasmò per creare l'italiano moderno che conosciamo oggi. Questa scelta linguistica contribuì enormemente alla diffusione e all'accettazione del romanzo in tutta Italia.
Firenze e la peste del Seicento
La Fuga da Don Abbondio
L'arrivo dei Lanzichenecchi getta nel panico la popolazione, e in particolare Don Abbondio, il parroco del paese. Le notizie delle scorrerie e della violenza dei soldati si diffondono rapidamente, seminando terrore. Don Abbondio, pur risoluto a fuggire, si trova paralizzato dall'indecisione e dalla paura, incapace di trovare una via di salvezza sicura. Le montagne sono infestate dai mercenari, il lago è in tempesta e le vie di terra sono impraticabili o presidiate da altre truppe.
Nel frattempo, Agnese, preoccupata per la sua sicurezza e per il suo denaro, propone a Don Abbondio e a Perpetua di cercare rifugio nel castello dell'Innominato, un luogo considerato inespugnabile. Nonostante le iniziali esitazioni di Don Abbondio, le tre figure intraprendono un cammino incerto, mentre i Lanzichenecchi continuano la loro marcia distruttiva.
La narrazione si sofferma sui dialoghi tra i personaggi, evidenziando le loro paure, le loro speranze e le loro diverse reazioni di fronte al pericolo. Il viaggio di Agnese, Don Abbondio e Perpetua diventa un microcosmo delle sofferenze patite dalla popolazione civile durante questo periodo turbolento.
L'Innominato: Da Bandito a Benefattore
La figura dell'Innominato, inizialmente un temuto signore feudale dedito a crimini e violenze, subisce una profonda trasformazione spirituale grazie all'incontro con il Cardinale Borromeo. Dopo la sua conversione, l'Innominato dedica la sua vita a compiere opere di bene, rinunciando alla violenza e diventando un protettore per la popolazione.
Quando i Lanzichenecchi invadono la regione, il castello dell'Innominato diventa un rifugio sicuro per i fuggiaschi. L'ex-bandito accoglie calorosamente chiunque cerchi protezione, organizzando le difese della valle e provvedendo al sostentamento dei rifugiati. La sua precedente fama di terrore si trasforma in ammirazione e rispetto, dimostrando come il pentimento e la volontà di redenzione possano cambiare radicalmente il corso di una vita e il giudizio della società.
| Personaggio | Esito | Note |
|---|---|---|
| Don Rodrigo | Morto | Morte tragica |
| Il Griso | Morto | Morte squallida |
| Padre Cristoforo | Morto | Morte in odore di santità |
| Don Ferrante | Morto | Morte incredula |
| Perpetua | Morta | |
| Renzo Tramaglino | Guarito | Si cura da solo |
| Lucia Mondella | Guarita | Supera la paura |
La vicenda dell'Innominato, pur essendo un esempio di redenzione individuale, solleva interrogativi sulla giustizia e sull'impunità. Nonostante i suoi crimini passati, non viene chiamato a rispondere legalmente delle sue azioni, un aspetto che stride con la sensibilità moderna ma che Manzoni giustifica con la straordinarietà della sua conversione e l'intervento della Provvidenza divina.

La discesa dei Lanzichenecchi e la conseguente epidemia di peste rappresentano un momento cruciale ne "I Promessi Sposi", intrecciando la grande Storia con le vicende personali dei protagonisti. Manzoni utilizza questi eventi storici non solo come sfondo narrativo, ma come potenti metafore della condizione umana, esplorando temi universali come la paura, la fede, la resilienza e la ricerca della giustizia.
tags: #lanzichenecchi #promessi #sposi
