Tra le opere più controverse di Marcel Duchamp vi è senza dubbio La mariée mise à nu par ses célibataires, même, altrimenti nota come Le Grand Verre (1915-1923).
Questa immagine, realizzata su vetro con olii, vernici, lamina e filo di piombo, argento, polvere e acciaio, è attraversata al centro da una sbarra di ferro.
Il vetro, danneggiato durante il trasporto nel 1927, fu ritenuto dal suo autore una vera e propria “aggiunta del caso”, una sorta di frattura necessaria, e fu lasciato così, frantumato in maniera definitiva.
I protagonisti (la sposa, gli scapoli, i testimoni oculisti, i setacci, la macinatrice di cioccolato) sono lamine sottili incastrate tra due vetri, e raccontano significati erotico-mistici pressoché indecifrabili.

La composizione è scandita da due parti opposte ma in continuo dialogo: i personaggi in basso, denominati “testimoni oculisti”, sono separati dalla protagonista per mezzo del cardine-orizzonte che divide l’opera in due parti, costruendo una similitudine con le antiche rappresentazioni religiose su tavola.
La parte in alto è ‘il regno della Sposa’, un insieme di provette e tubicini, alla cui destra si trova l’iscrizione o ‘Via Lattea’, una sorta di grande nuvola al cui interno sorgono i ‘tre pistoni di corrente d’aria’, secondo la descrizione data dallo stesso autore, riferimento ai tre quadrati bianchi inscritti nella nuvola in alto.
I ‘Nove spari’ sono in alto a destra, dei piccoli buchi ottenuti perforando il vetro sui fiammiferi tinti di vernice.
La parte in basso è la zona maschile, in cui domina lo ‘Scapolo-Nove stampi maschi’, in comunicazione, tramite i ‘vasi capillari’, con i ‘sette setacci’.
Al centro regna la ‘Macinatrice di cioccolato’, alla sua sinistra la ‘regione della cascata’ e la ‘slitta’, contenente il ‘mulino ad acqua’.
Lo sguardo assume il ruolo di azione-reazione che mette a nudo la sposa, a sua volta animata da un desiderio che, come la cascata d’acqua, invade tutto.
Tali elementi ambivalenti sono intrecciati all’interno di una narrazione che rifiuta ogni tipo di catalogazione e finisce per esprimere forse solo un funzionamento fine a sé stesso.
La trasparenza dello spazio, la simbologia palese, l’androginia come concetto appartenente a ogni individuo, sono parte di un racconto che resta sospeso nel vuoto, nello stesso vuoto che traspare dal vetro e che riporta all’ambiente in cui viene posto, che gli fa da sfondo e in cui vive ogni volta.
Il supporto diviene allora rappresentazione, messa in discussione della superficie pittorica: le figure si animano e prendono vita in un dialogo-interazione tra di esse e con lo spazio.
La ricostruzione operata dalla mente dello spettatore crea un’influenza reciproca tra le figure, che altrimenti potrebbe non esistere.
L’artista diventa allora, come nell’Etant donnés, demiurgo e supremo creatore di una esistenza ‘altra’ e immaginifica, e lo spettatore assume il ruolo di ‘attivatore’ di realtà pronte e fantastiche, provenienti dal suo immaginario e da esso riassorbite.
“Se in un mondo razionalistico, prosaico e frammentato come il nostro, si può ancora tentare un’avventura irrazionale, poetica e umanistica, nessuno più di Duchamp può esserne l’eroe. Nessuna opera più del Grande Vetro può rappresentare l’irraggiungibile trasparenza della pietra filosofale.
La storia della ricerca della pietra filosofale è la storia di una serie di fallimenti; ma gli uomini che hanno fallito con audacia ci hanno dato insegnamenti più di coloro che hanno avuto effimeri successi.
Negli scacchi si può arrivare a una posizione senza via d’uscita, ove nessuno degli avversari può imporre la vittoria.
Uno di essi si trova in uno stato di perpetuo scacco.
Per Duchamp questa situazione è divenuta la metafora della sua relazione con la vita.
Probabilmente, è il suo più bel finale di partita”.
Le interpretazioni circa il significato dell’opera sono diverse.
Secondo Calvesi questo sarebbe riconducibile al principio delle letture omofone, tanto utilizzato da Duchamp, secondo cui il titolo reale di quanto rappresentato avrebbe lo stesso suono di ciò che poi in realtà mostra.
La mariée potrebbe quindi ricondursi alla frase ‘La Marie est mise à nue par ses céli-batteurs’ (Maria è messa nella nuvola dai propri trebbiatori celesti).
Effettivamente, nella parte superiore della composizione, c’è una nuvola con tre quadrati (la santissima trinità), nella parte inferiore quello che potrebbe sembrare un sarcofago vuoto e che, come nell’assunzione, trova intorno a sé, riuniti, gli astanti.
La sposa denudata, richiamo esplicito a una tavola raffigurata in un manoscritto di Solidonius, alchimista settecentesco, “è una figura della pietra filosofale che fa cadere a uno a uno i propri mirabili colori, per conservare null’altro che la propria trasparenza cristallina”.
Sarebbe quindi un’allegoria dello stesso processo alchimistico: la trebbiatura (alchimia come agricoltura celeste), l’assunzione della vergine e la svestizione della sposa sono metafore di un processo di purificazione, in cui la macinazione della materia corrisponde alla creazione della pietra filosofale, composta di argento e oro.
La stessa Marièe verrà spesso paragonata al cristallo e denominata, oltre che Grande Vetro (Grand Verre) proprio Grande Oeuvre, come il processo (opus) alchemico.
Più in generale per i Surrealisti (collegati al Dadaismo e, di conseguenza a Duchamp per mezzo della figura di André Breton), l’Assunzione della Vergine è vista come dinamica legata alla creazione di energia e trasformazione della materia.
La realtà del fenomeno viene rappresentata in maniera didascalica: il sarcofago è vuoto, la Vergine sale in cielo, le figure intorno a essa ne sono i testimoni, che, insieme ai nove stampi sulla sinistra, danno il numero complessivo di dodici: sono gli Apostoli.
È innegabile il rapporto di Duchamp con citazioni esoteriche e soprattutto il suo forte legame con l’alchimia.
Il processo creativo è per lui riconducibile al fenomeno della trasmutazione, ossia della trasformazione di una materia nell’altra, da cui nasce l’Arte.
“Naturalmente il valore dell’arte di Duchamp non risiede nei suoi contenuti ermetici e alchimistici, ma nella suggestione delle immagini e del loro carattere mentale: affascinante proprio nella sua, vorrei dire, luminosa oscurità.
E consiste nella rivoluzionaria innovazione del linguaggio, che così profondamente ha influenzato gli sviluppi dell’arte contemporanea.
Tuttavia, senza il codice dell’alchimia è impossibile comprendere a pieno quali fossero gli stimoli e le costruzioni della sua immaginazione.
Resta in ogni caso stupefacente la sua capacità di ‘mantenere il segreto’ sul vero significato della propria opera, convinto che la magia dell’arte parli da sé, senza bisogno di mettere a nudo la letterale cultura magica da cui può avere origine, convinto, anzi, che una simile divulgazione avrebbe potuto sciupare l’aura di mistero”.
Duchamp grande vetro
L’esecuzione della Box in a Valise (una scatola di velluto verde contenente 93 note di appunti riguardanti la realizzazione della Marièe) è ritenuta un momento fondamentale per la comprensione del Grande Vetro.
Una “impresa senza equivalenti nella storia contemporanea” in cui “è impossibile non scorgere almeno il bottino di una favolosa partita di caccia in terre vergini, ai confini dell’erotismo, della speculazione filosofica, dello spirito sportivo, degli ultimi portati della scienza”.
Realizzata in 300 esemplari, il suo fine era quello di riunire tutti gli scritti e le riflessioni sull’opera: “Volevo che quest’album andasse insieme al Vetro e che si potesse consultare per vedere il Vetro perché, secondo me, quest’ultimo non andava visto nel senso estetico della parola.
Era necessario consultare il libro e vederli insieme.
La congiunzione delle due cose faceva sparire completamente l’aspetto retinico, che io non amo affatto”.
“Il Grande Vetro, nella mia carriera, se posso chiamarla così, ha rappresentato un dipinto chiave per me.
Non aveva quasi traccia di tradizione.
Considero quella mia grande pittura su vetro qualcosa che non è necessario guardare per apprezzarla.
Questa era una delle idee alla sua base.
La si dovrebbe osservare come un catalogo Sears e Roebuck.
Si guarda una parte di essa e ci si dice: ‘Questo era ideato per fare questo e quello’.
Volevo fare un libro che mostrasse in formato ridotto ciò che c’era sul vetro e perché - e non partendo dall’immagine retinica, ma da quella concettuale.
Cioè l’idea precedente e l’esecuzione successiva”.
Il Grande Vetro è un’opera che va oltre la pittura poiché comprende elementi grafici incastonati su una lastra di vetro; assimila funzioni biologiche e tecnologiche, paragonando meccanismi fisici e psicologici a dispositivi di macchine ben funzionanti, di cui i protagonisti assumono le sembianze.
La figurazione scompare e lo spazio si riempie di implicazioni magiche, facendosi linguaggio, gioco, emozione.
D’altronde, la sua idea di pittura era di un congegno più mentale che visivo: egli si dichiarava interessato più alle idee che ai prodotti di una visione meramente retinica.
“La pittura moderna dovrebbe riguardare l’espressione intellettuale, piuttosto che l’espressione animale e cercare di interessare anche la materia grigia, il nostro appetito di comprensione”.
La pittura era per lui al servizio della mente, in grado cioè di poter comprendere e di intendere il mondo.
Le Grand Verre è un’opera che lotta contro i meccanismi stessi dello sguardo, pigro e viziato dall’ottica conformista, è il caos che si svela dietro l’incomprensione di un senso lontano dal proprio essere, è il contrario di ciò che la società si aspetta di guardare, è la messa a nudo dello sguardo contemporaneo, così com’è, ora, adesso.
Nell’istante in cui si guarda.
Quello sguardo che si affaccia, come inebetito, cercando di scrutare oltre quel vetro e continua a non vedervi nulla.
Già nel suo titolo originale, lungo e piuttosto assurdo, l’opera di Duchamp rivela tutta la sua complessità semantica.
L’artista ne ha iniziato la realizzazione intorno al 1912 con una serie di disegni progettuali, avviandone la concreta produzione nel 1915, per poi dichiararla «definitivamente incompiuta» nel 1923.
L’opera è composta da due grandi lastre di vetro.
Quello superiore, il Regno della Sposa, è immobile e occupato da un oggetto simile ad una nuvola, un velo o una Via Lattea.
Da un punto di vista stilistico la composizione dell’opera ricorda le pale d’altare, come l’Assunta di Tiziano o la Trasfigurazione di Raffaello, in cui vediamo una parte superiore - il mondo divino - e una inferiore - che rappresenta l’umano.
L’interpretazione più accreditata, anche perché fondata sugli scritti dello stesso Duchamp, vuole che il Grande Vetro rappresenti il desiderio erotico e, allo stesso tempo, l’impossibilità di conciliare l’universo maschile con quello femminile.
L’apparecchio-Scapolo è composto da nove divise maschili che rappresentano categorie e non più individui - il becchino, il barista, il poliziotto, il corazziere.
Questi uomini ridotti ad automi compiono un movimento doppio in avanti e indietro, come in un rapporto sessuale, muovendo la macinatrice di cioccolato, già presente in un altro dipinto di Duchamp del 1914.
L’artista sceglie questa macchina come simbolo del desiderio e del piacere.
Tuttavia i nove colpi sparati verso l’alto dagli Stampi maschi non centrano il bersaglio, la Sposa, anch’essa già presente nel Nudo che scende le scale, e vanno a creare nove buchi sul vetro superiore.
Il caso è un elemento centrale del Grande Vetro.
Infatti, l’opera formata da due lastre di vetro dipinte con colori a olio e vernici, inserti di lamina, fili di piombo e argento, presenta gravi lesioni causate da una caduta durante un trasporto in camion.
La scelta del supporto, inoltre, crea continue e nuove commistioni tra l’immagine dipinta e l’ambiente circostante.
Il vetro, infatti, data la sua trasparenza, accoglie dentro di sé ciò che accade al di là, cambiando continuamente.
Tutto ciò che accade senza un progetto affascina Marcel Duchamp, al punto da indurlo a lasciare per alcuni mesi l’opera in posizione orizzontale, in modo che la polvere potesse posarsi su di essa.
Poi, nel 1920, chiese a Man Ray di documentare questo intervento del caso attraverso una fotografia dal titolo Allevamento di polvere.
Per come è concepita, l’opera rappresenta l’impossibilità di una relazione tra la Sposa e lo Scapolo, ribaltando il potere di genere e, più in generale, l’ideologia patriarcale presente nelle società umane.
Infatti, la fioritura arborea della Sposa e i complessi meccanismi della trebbiatura dell’apparecchio-Scapolo contrappongono il maschile, e quindi, l’uso della tecnologia applicata alla vita, e il femminile associato all’acqua come simbolo della forza primordiale della natura.
sfavorevole all’uomo Scapolo e favorevole alla donna-Sposa.
Quella appena tracciata è solo una delle numerose interpretazioni che accompagnano la storia di quest’opera complessa ed enigmatica.
Lo stesso Duchamp non ha mai voluto darne una spiegazione, nella convinzione che qualsiasi ipotesi interpretativa, in quanto frutto del caso, possa essere ritenuta plausibile, anche se estranea alle intenzioni dell’autore.
Quindi appare possibile pensare che il Grande Vetro, tra i suoi tanti significati, interpreti la nuove sensibilità estetica e sociale che coglie le potenzialità della civiltà delle macchine e allo stesso tempo, porti avanti una critica alle rappresentazioni tradizionali del femminile e dei valori e ruoli ad esso associati.
A partire dal 1915, Duchamp lavorò a La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche (traduzione di La Mariée mise à nu par ses célibataires, même), chiamato anche Il Grandevetro: questo “quadro” è formato da due enormi lastre di vetro (277 x 176 cm) che racchiudono lamine di metallo dipinto, polvere, e fili di piombo.
Nel 1923, lo lasciò “definitivamente incompiuto”.
Il Vetro contiene e sviluppa tutta l’attività passata e futura di Duchamp, e nel tempo ha dato origine a una tale quantità di interpretazioni da farlo ritenere una delle opere più complesse e affascinanti di tutta la storia dell’arte occidentale.
Durante un trasporto, subì dei danni consistenti, ma l’artista decise di non riparare l’opera proprio per dimostrare di accettare, complice del caso, la completa riassunzione-integrazione nell’opera del suo carattere inerziale di “cosa”.
L’opera può avere anche un’altra lettura: “La mariée mise à nu par ses célibataires” si può leggere come “La Marie est mise à nue per ses céli-batteurs” cioè “Maria è messa nella nuvola dei propri trebbiatori”.
Maria messa nella nuvola sarebbe la Vergine e in effetti il Grande Vetro è diviso in due metà come nelle iconografie tradizionali in cui nella metà superiore una nuvola composta da tre quadrati sta per accogliere la Madonna.
Dal 1954, è conservato al Philadelphia Museum of Art.
La sua descrizione comincia dal nome: Duchamp prescrive di non chiamarlo “quadro”, ma “macchina agricola”, “mondo in giallo” o “ritardo in vetro”.
Se la seconda denominazione ha dato adito alle più disparate interpretazioni, la “macchina agricola” è un attributo facilmente riconoscibile, dalla “fioritura arborea” della Sposa ai complessi meccanismi di trebbiatura dell'”apparecchio scapolo”.
La parte inferiore del Vetro è composta da un complesso meccanismo costituito dal mulino ad acqua, dalle forbici, dai setacci, dalla macinatrice di cioccolato e dai testimoni oculisti.
Questo mondo inferiore è il regno del molteplice (i nove stampi), della complessità e della materia: tutti gli elementi sono rappresentati in una rigida prospettiva, che accentua l’effetto di corporeità delle lamine metalliche.
Lo scapolo, al suono delle sue litanie, “macina da solo la sua cioccolata”: è identificato col “gas illuminante”, che subisce una serie di complicate trasformazioni e passaggi di stato, secondo una “fisica divertente”, passando attraverso i vari ingranaggi dell’apparecchio.
In occasione del suo prossimo compleanno del 28 Luglio, prendiamo in esame l’artista Marcel Duchamp, genio della storia dell’arte per aver realizzato opere ironiche e provocatorie.
Colui che passò alla storia per aver ideato il ready-made, ovvero opere già pronte che segnarono un passaggio verso l’arte concettuale.
Infatti per lui, e grazie a lui, il significato di “arte” non significa più fare, mostrando competenza tecnica, ma scegliere un determinato oggetto e reinterpretarlo, operando a livello di intelletto.
Fu proprio su questa nuova idea di arte, che Duchamp realizzò una delle sue opere più iconiche e allo stesso tempo più complesse, mai realizzate.
Dal titolo La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, o meglio nota come il Grande Vetro, quest’opera è stata realizzata dal 1915 al 1923, ma non venne mai completata.
L’idea si presentò a Duchamp nel settembre del 1912, durante un viaggio che l’artista fece da Monaco a Neuilly, assistendo ad un’opera teatrale di Raymond Roussel, trovando l’ispirazione.
Solamente tornato a casa negli Stati Uniti, che iniziò a lavorare al suo nuovo progetto intorno al 1915, fino ad ora solo ideato su degli appunti.
Acquistò le lastre di vetro, e diede avviò alla lavorazione, che però volontariamente non portò a termine, arrivando a definire l’opera “definitivamente incompiuta”.
Duchamp infatti volle rendere la sua opera una sorta di strumento magico, il quale ogni qual volta lo si fosse osservato, avrebbe cambiato di significato e di forma.
Insomma, una lastra di vetro soggetta ad un’ermeneutica infinita, che solamente il caso, avrebbe potuto modificare e trasformare.
L’opera infatti, è formata da due lastre di vetro molto vicine che racchiudono lamine di metallo dipinto, polvere e fili di piombo, che si muovono e cambiano nel tempo.
Già dal titolo, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, possiamo capire come dietro all’opera che vediamo concretamente, Duchamp introdusse un significato nascosto.
Come sappiamo, l’artista amava usare giochi di parole e doppi sensi omofoni.
Secondo una lettura diversa della frase infatti, il titolo in francese potrebbe essere interpretato come “Maria è messa nella nuvola dai propri trebbiatori celesti”, una sorta di Assunzione religiosa molto provocatoria.
La lettura di Duchamp, in realtà, non ha in sé molto di religioso bensì si direbbe piuttosto una rilettura dell’assunzione in chiave metafisica.
A comprovare questa teoria è la suddivisione in due parti del vetro.
Nella parte superiore, quella celeste, vi è una nuvola pronta ad accogliere Maria, divisa da tre quadrati vuoti, che suggeriscono la Santissima Trinità.
Nella parte inferiore invece, quella terrestre, è presente un parallelepipedo metallico in prospettiva che richiama alle iconografie dei feretri vuoti.
I trebbiatori celesti, invece, richiamano la definizione duchampiana dell’opera come macchina agricola o macchina a vapore, che viene ricondotta alla struttura meccanica che si trova al centro dell’opera.
Essa formata da tre rulli, richiama quella utilizzata in cucina per macinare il cioccolato.
Queste teorie della trebbiatura celeste, dell’assunzione della Vergine incoronata dalla Trinità e del denudamento della sposa, sono tutte metafore che fanno riferimento al fondamento massonico-ermetico-filosofale dell’alchimia.
Infatti come spiegato in svariati saggi del periodo, queste idee vennero codificate nei trattati con il significato di purificazione della materia e la sua trasformazione in pietra filosofale.
L’intera opera quindi può essere letta come una grande metafora alchemica.
La macinatrice di cioccolato, serve a triturare la materia al nero, indicata come cioccolato, mentre i sette setacci o crivelli che la sovrastano, corrispondono alle sette chiavi delle operazioni e sono strumenti di progressiva raffinazione.
Il mulino ad acqua incorporato nel sarcofago invece allude al progressivo dissolvimento della materia che sale al cielo come vapore.
Nel cielo la nuvola con le tre finestre, ricondensa la materia per farla tornare sulla terra in forma di gocce fertilizzanti , identificate come rugiada filosofica, per dare nuovo avvio al processo alchemico.
L’opera è quindi idealizzata come una continua polarizzazione di principi positivi e negativi, la cui essenza risieda proprio in questa sua ineffabilità, in questa mancanza.
Il vetro, ovvero l’assenza dell’elemento che pone una distanza fra l’opera e l’osservatore, si conciliava con ciò che era sua intenzione esprimere, ovvero un’opera dinamica ed antidinamica al tempo stesso, dal significato mutante.
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