Quando Eracle ritornò a Tebe dopo le sue fatiche, decise di cercare una nuova moglie. Venuto a conoscenza che Eurito, re di Ecalia, aveva promesso la mano della propria figlia Iole all'arciere più abile, Eracle si recò alla sua corte per mettersi alla prova.
Eurito, figlio di Melanio, era un sovrano rinomato per la sua abilità con l'arco, abilità che aveva appreso direttamente da Apollo, al quale si diceva persino di essere superiore. La competizione prevedeva che l'arciere dovesse superare sia Eurito che i suoi quattro figli in una gara di tiro con l'arco.
Nonostante la fama di Eurito e dei suoi figli, Eracle vinse la gara senza incontrare particolari difficoltà. Tuttavia, Eurito non accolse la vittoria di Eracle con gioia. Fu profondamente amareggiato e, venuto a sapere che Eracle aveva in precedenza ripudiato sua moglie Megara dopo averne ucciso i figli, rifiutò categoricamente di concedergli Iole in sposa.
In preda all'ira e all'amarezza, Eurito rivolse parole offensive ad Eracle. Sostenne che Eracle avesse vinto solo grazie all'uso sleale di "frecce magiche" e che la prova non fosse quindi valida. Affermò inoltre di non voler affidare la figlia a un uomo come Eracle, definendolo uno "schiavo di Euristeo", meritevole solo di essere calciatato da un uomo libero. Con queste parole, Eurito scacciò Eracle dal suo palazzo.

Tre dei figli di Eurito, Dideone, Clizie e Tosseo, appoggiarono la decisione e le parole del padre. Il figlio maggiore, Ifito, tuttavia, espresse un parere diverso, ritenendo che, secondo giustizia, Iole dovesse essere concessa ad Eracle.
Poco tempo dopo, si verificò un furto: dodici giumente e dodici mule scomparvero dall'Elibea. Eurito sospettò immediatamente di Eracle, ma Ifito non volle credere a questa accusa. In realtà, gli animali erano stati rubati da Autolico, un noto ladro, che, tramite un incantesimo, ne aveva alterato le fattezze per venderli all'ignaro Eracle.
Ifito si mise alla ricerca degli animali rubati e le tracce lo condussero verso Tirinto, la città di Eracle. Questo dettaglio rafforzò in lui il sospetto che Eracle potesse aver agito per vendicarsi dell'offesa subita da Eurito. Trovandosi improvvisamente di fronte ad Eracle, Ifito celò i suoi sospetti e chiese semplicemente consiglio su come ritrovare gli animali.
Eracle, non riconoscendo gli animali dalla descrizione di Ifito, promise generosamente di aiutarlo nella ricerca, a condizione che Ifito accettasse la sua ospitalità. Tuttavia, Eracle si sentì offeso dal sospetto di furto che percepiva nei confronti della sua persona.

Al termine di un banchetto, Eracle condusse Ifito sulla torre più alta di Tirinto. Dalla sommità, chiese a Ifito se vedesse le sue giumente pascolare in basso. Alla risposta negativa di Ifito, Eracle, in un impeto di rabbia, urlò di essere stato falsamente accusato e lo scagliò giù dalla torre, causandone la morte.
Questo tragico evento segnò l'inizio di un periodo di tormento per Eracle. Cercò purificazione da Neleo, re di Pilo, che però rifiutò in quanto alleato di Eurito. Alla fine, Eracle fu purificato da Deifobo, figlio di Ippolito, ad Amicle. Tuttavia, gli incubi notturni persistettero, spingendo Eracle a interrogare l'oracolo di Delfi.

La Pizia, Senoclea, rifiutò di rispondere, accusandolo di aver ucciso un ospite. Eracle, indignato, saccheggiò il tempio e strappò il tripode su cui sedeva la Pizia. Apollo intervenne infuriato, e solo l'intervento di Zeus, che separò i due contendenti con un fulmine, portò alla riconciliazione. Eracle restituì il tripode e, insieme ad Apollo, fondò la città di Gizio.
Senoclea diede infine ad Eracle un consiglio per liberarsi dal tormento: avrebbe dovuto servire come schiavo per un anno intero, e il ricavato della sua schiavitù sarebbe stato offerto ai figli di Ifito. Zeus, pur adirato per la violazione delle leggi dell'ospitalità, considerò la provocazione una parziale giustificazione. Eracle accettò umilmente la condanna, ma giurò che un giorno avrebbe ridotto in schiavitù chi gli aveva inflitto tale sofferenza.
La regina Onfale di Lidia acquistò Eracle come schiavo, sottoponendolo a tre anni di servitù durante i quali l'eroe, avvolto in abiti femminili, si dedicò ad attività tipicamente femminili come la tessitura e la filatura, mentre Onfale indossava la leontè e la clava di Eracle.
Eracle: la follia e le prime 6 fatiche
Il mito di Eracle, con le sue contraddizioni e le sue fatiche, riflette la complessa natura dell'eroe, oscillante tra la sua divinità e la sua umanità, tra la forza bruta e la virtù, tra il caos e l'ordine.
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