La situazione a Milano si faceva sempre più critica a causa della peste, costringendo i decurioni, magistrati cittadini, a cercare soluzioni disperate. Il 4 maggio, fu deciso di richiedere aiuto e sostegno economico al governatore, Ambrogio Spinola. Due decurioni furono inviati al suo campo il 22 maggio per esporre le gravi difficoltà della città: spese esorbitanti, erario esausto e indebitato, rendite future impegnate e imposte correnti non pagate. Queste difficoltà erano aggravate dall'impoverimento generale causato da vari fattori, in particolare dal passaggio delle truppe militari.
I decurioni ricordarono che, secondo leggi e consuetudini consolidate, e per uno speciale decreto di Carlo V, le spese per la peste dovevano essere a carico del fisco. Evocarono l'esempio del 1576, quando il governatore marchese di Ayamonte non solo sospese tutte le imposizioni camerali, ma sovvenne la città con quarantamila scudi. Chiesero quindi quattro cose: la sospensione delle imposizioni, un sussidio dalla Camera, che il governatore informasse il re delle miserie della città e della provincia, e l'esenzione da nuovi alloggiamenti militari per un ducato già provato dalle precedenti occupazioni.
La risposta di Spinola fu evasiva, offrendo condoglianze e nuove esortazioni. Lamentò di non potersi trovare in città per dedicare ogni cura al sollievo della popolazione, ma sperava che lo zelo dei decurioni avrebbe supplito. Sottolineò che era il momento di spendere senza risparmio e di ingegnarsi in ogni maniera. Riguardo alle richieste specifiche, promise di provvedere nel miglior modo possibile, compatibilmente con il tempo e le necessità presenti. Questa risposta ambigua lasciò i decurioni nel sconforto, nonostante ulteriori scambi di lettere e richieste, senza giungere a conclusioni concrete.
Nel frattempo, i decurioni avevano preso un'altra risoluzione: chiedere al cardinale arcivescovo, Federigo Borromeo, di indire una processione solenne portando per la città il corpo di San Carlo. Il prelato, tuttavia, rifiutò inizialmente per diverse ragioni. Gli dispiaceva la fiducia riposta in un mezzo considerato arbitrario, temendo che, in caso di mancato effetto, la fiducia si trasformasse in scandalo. Temeva inoltre che la processione potesse offrire un'occasione troppo comoda per il crimine degli "untori", qualora questi esistessero, e che, in loro assenza, un simile assembramento non potesse che diffondere ulteriormente il contagio, un pericolo ben più reale.
La credenza negli "untori" si diffondeva sempre più. Si diceva di aver visto muraglie, porte di edifici pubblici e usci di case "unte". Le notizie di tali scoperte circolavano rapidamente, e in un clima di grande preoccupazione, il sentire alimentava la convinzione come se si fosse visto. Gli animi, amareggiati dai mali presenti e irritati dall'insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri questa credenza, poiché l'ira cerca un colpevole umano contro cui sfogarsi, piuttosto che rassegnarsi a una causa ineluttabile. Si descriveva un veleno squisito, istantaneo e penetrantissimo, composto da rospi, serpenti, bava d'appestati e ogni sorta di materia nefanda. A ciò si aggiungevano le malìe, che rendevano ogni effetto possibile.
Chiunque avesse ancora sostenuto che si trattasse di una burla o negato l'esistenza di una trama, veniva considerato cieco, ostinato o addirittura complice degli untori. Il termine "untore" divenne comune, solenne e tremendo. Con tale persuasione, la scoperta di untori sembrava ormai inevitabile, e ogni atto poteva destare sospetto.
Vengono riportati due episodi emblematici della psicosi collettiva. Nella chiesa di Sant'Antonio, un anziano, dopo aver pregato, spolverò la panca prima di sedersi. Immediatamente, alcune donne gridarono che il vecchio stesse "ungendo le panche". La folla presente in chiesa si avventò su di lui, strappandogli i capelli, colpendolo e trascinandolo fuori semivivo per condurlo alla prigione.
Un altro caso, seguito il giorno dopo, coinvolse tre giovani artisti francesi che stavano osservando attentamente una parte esterna del duomo. Il loro abito e la loro capigliatura li segnalavano come stranieri, e peggio, francesi. Quando, per accertarsi che il materiale fosse marmo, si avvicinarono a toccare, furono immediatamente afferrati, malmenati e spinti, a furia di percosse, alle carceri. In seguito furono rilasciati, riconosciuti innocenti.
La frenesia si era propagata anche al di fuori della città. Viandanti incontrati dai contadini fuori strada, o chiunque si fermasse o si sdraiasse a riposare, o apparisse sospetto, veniva accusato di essere un untore. Al grido di allarme, si suonava a martello, si accorreva e gli infelici venivano lapidati o portati in prigione.

Nonostante il rifiuto iniziale, i decurioni continuarono a insistere per la processione, con il sostegno della pubblica opinione. Anche il cardinale Federigo, dopo aver resistito e cercato di dissuadere, alla fine cedette, sopraffatto dalla forza degli eventi e dall'insistenza di molti. In quello stato di opinioni confuse e contrastate, le sue buone ragioni furono soggiogate dalle cattive altrui.
Il tribunale della Sanità non oppose resistenza, ma ordinò alcune precauzioni, tra cui regole più strette per l'ingresso in città, la chiusura delle porte e il divieto di accesso alle case sequestrate. Furono spesi tre giorni in preparativi.
L'11 giugno, la processione prese le mosse dal duomo all'alba. Una lunga schiera di popolo, in gran parte donne scalze e vestite di sacco, precedeva le arti, le confraternite e il clero secolare, ognuno con ceri accesi. Al centro, sotto un ricco baldacchino e tra il chiarore di faci, procedeva l'arca contenente il venerato cadavere di San Carlo, portato a turno da quattro canonici. Dai lati di cristallo si intravedeva il corpo del santo, vestito di splendidi abiti pontificali, con il teschio mitrato. Dietro l'arca, seguiva l'arcivescovo Federigo, poi il resto del clero, i magistrati e i nobili, alcuni in abiti sfarzosi, altri in segno di penitenza, scalzi e coperti di sacco.

Le strade erano addobbate a festa, con suppellettili preziose esposte, rami fronzuti, quadri, iscrizioni e fiaccole. Dalle finestre, infermi sequestrati seguivano la processione con le loro preci, mentre altre strade rimanevano mute e deserte. Molti cercavano di vedere il corteo anche dai tetti.
Tuttavia, il giorno seguente, nonostante la diffusa fiducia che la processione avesse posto fine alla peste, le morti aumentarono a dismisura. La causa non fu attribuita all'assembramento e ai contatti, ma alla facilità che gli untori avrebbero trovato nell'eseguire il loro disegno empio in mezzo alla folla. Non essendo visibili untumi o macchie, si ricorse alla teoria delle "polveri venefiche e malefiche", sparse lungo la via e attaccatesi agli strascichi delle vesti e ai piedi scalzi dei partecipanti.
Da quel giorno, la furia del contagio crebbe costantemente. La popolazione del lazzaretto passò da duemila a dodicimila, e secondo alcuni, fino a sedicimila persone. Il 4 luglio, la mortalità giornaliera superava i cinquecento casi, per poi raggiungere picchi di oltre millecinquecento.

I decurioni si trovarono sommersi dal peso di provvedere alle necessità pubbliche. Bisognava quotidianamente sostituire e aumentare i serventi pubblici: monatti, addetti ai servizi più penosi come la rimozione dei cadaveri e il trasporto degli infermi; apparitori, che precedevano i carri avvertendo i passanti; e commissari, che regolavano le operazioni sotto gli ordini del tribunale della Sanità. Il lazzaretto doveva essere fornito di medici, chirurghi, medicinali, vitto e attrezzi. Furono costruite in fretta capanne di legno e paglia, e ne fu progettato un nuovo, ma per mancanza di mezzi, molti rimasero incompiuti.
L'esecuzione degli ordini rimaneva indietro rispetto ai progetti, e a molte necessità urgenti non si poteva far fronte. Una grande quantità di bambini, rimasti orfani a causa della peste, moriva di abbandono. La Sanità propose l'istituzione di un ricovero, ma non ottenne nulla.
La situazione era disperata. Le fosse comuni erano piene e si cercavano disperatamente braccia per il macabro lavoro. Non si vedeva alcuna uscita, se non un soccorso straordinario.
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Nonostante la tragedia, emersero anche opere di carità. Gli ecclesiastici offrivano assistenza ai malati e ai morenti, e molti di loro morirono a causa del contagio. Il cardinale Borromeo, nonostante le suppliche delle autorità, rimase in città, dimostrando grande coraggio e dedizione.
Accanto a questi atti di altruismo, si verificarono anche episodi di scelleratezza. Delinquenti saccheggiavano le case dei defunti, e alcuni monatti e apparitori lasciavano cadere oggetti infetti per favorire il contagio e aumentare il loro lavoro.
Il delirio collettivo aumentava, con confessioni di appestati che si accusavano di essere untori e racconti di visioni diaboliche. Si diffusero storie popolari, come quella di una carrozza infernale che portava le anime in un palazzo popolato da fantasmi. Anche gli studiosi e i medici, come Tadino, iniziarono a credere alle unzioni, basandosi su teorie pseudo-scientifiche e citando antichi poeti. Perfino il cardinale Borromeo ebbe dei dubbi e ammise di credere, seppur con esitazione, alle unzioni.
I magistrati, confusi, indirizzarono le loro energie nella caccia agli untori, con perquisizioni e processi.
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