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Le Nozze di Cana: Significato Profondo del Primo Miracolo di Gesù

Il Vangelo di Giovanni narra l'esperienza di Dio come un incontro, o meglio l'Incontro per eccellenza, mostrando come arricchisca di particolari minuziosi i dialoghi intensi che nascono fra Gesù ed i suoi interlocutori. Nel mistero del Natale riecheggia in noi questa Parola: “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. In Cristo, Dio riempie di significato la parola “Incontro”, accorcia le distanze, si fa prossimo; in una battuta potremmo dire che Dio “è Colui che scommette sulla relazione”. Dio non ha paura di toccare la nostra carne, per questo sceglie di farsi prossimo e raggiunge ciascuno con la sua cura. In Cristo, Dio accetta la sfida della Reciprocità. La Relazione, sappiamo, è sempre un’esperienza di “uscita da sé” ed è attraverso un’esperienza così carica che ciascuno accetta la sfida di consegnarsi all’altro. È l’Amore che muove ad uscire da sé, ed è in un contesto carico di gioia e amore che Gesù si manifesta pubblicamente per la prima volta.

Le prime parole di Papa Francesco alla recita dell’Angelus del 20 gennaio sono di raccordo con quanto celebrato la domenica precedente. «Domenica scorsa, con la festa del Battesimo del Signore, abbiamo iniziato il cammino del tempo liturgico chiamato “ordinario”: il tempo in cui seguire Gesù nella sua vita pubblica, nella missione per la quale il Padre lo ha inviato nel mondo. Nel Vangelo di oggi (cfr Gv 2,1-11) troviamo il racconto del primo dei miracoli di Gesù. Come sottolinea il Pontefice, «non è casuale che all’inizio della vita pubblica di Gesù si collochi una cerimonia nuziale, perché in Lui Dio ha sposato l’umanità: è questa la buona notizia, anche se quelli che l’hanno invitato non sanno ancora che alla loro tavola è seduto il Figlio di Dio e che il vero sposo è Lui», venuto a ricongiungere l’Eterno con l’umanità dispersa dal peccato.

Il miracolo di Cana si svela compiutamente agli occhi dell’interprete solo se questi si colloca proprio nell’ottica dell’alleanza, categoria fondante della storia di Israele. «Nel contesto dell’Alleanza si comprende pienamente il senso del simbolo del vino, che è al centro di questo miracolo. Proprio quando la festa è al culmine, il vino è finito; la Madonna se ne accorge e dice a Gesù: “Non hanno vino” (Gv 2,3)». Non era un problema da poco: all’epoca le bevande della festa di nozze erano interamente a carico della famiglia dello sposo e la negligenza in questo delicatissimo compito poteva costare l’accusa di non tenere in grande considerazione né la sposa, né il clan dal quale la fanciulla proveniva. Diventava, insomma, una questione “diplomatica” prima ancora che di etichetta. Tuttavia, nelle nozze di Cana si avverte, secondo il Papa, una sfumatura in più. «Le Scritture, specialmente i Profeti, indicavano il vino come elemento tipico del banchetto messianico (cfr Am 9,13-14; Gl 2,24; Is 25,6). L’acqua è necessaria per vivere, ma il vino esprime l’abbondanza del banchetto e la gioia della festa» dell’umanità riconciliata nello Sposo divino. Gesù sceglie come primo miracolo la trasformazione dell’acqua in vino a un banchetto nuziale e sceglierà di nuovo i medesimi elementi per riempire il calice del Sacramento che esprime compiutamente la nuova Alleanza, quello eucaristico.

“Quel giorno, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni”. Una Festa di nozze, ovvero la Festa dell’amore per eccellenza, è l’evento che segna l’inizio della Vita Pubblica di Gesù e la manifestazione della Sua Gloria. Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono».

Il Miracolo di Cana è il primo, anzi dovremmo definire il principio dei segni compiuti da Gesù nel testo giovanneo. La sapienza teologica di Giovanni ci invita a chiamarli segni piuttosto che miracoli, attribuendo agli stessi il potere di “manifestare” la Gloria di Dio. Già, in Gesù, Dio si manifesta nella gioia di un sì, nell’amore fra due sposi, nell’allegria di una comunità che si riunisce per una grande occasione, nella sinfonia di una danza ebraica che fa da sfondo ai festeggiamenti. Il Dio con noi, l’Emmanuele, non sceglie di iniziare la sua vita pubblica tra celebrazioni liturgiche e canti gregoriani, tutt’altro: Egli si fa prossimo ai momenti più quotidiani di una comunità, di una famiglia, di una cerchia di amici. Questo Dio che precede, che abita “le occasioni feriali e festive” di un popolo, che fa di tutto, nel silenzio, perché la gioia non venga meno è il Dio di cui faccio esperienza nella terra della Guinea Bissau, dove parole come “Festa e Ferialità” si riempiono di significato. È attraverso la convivialità di un pasto o negli incontri ad una festa che tocco con mano come Dio abiti il quotidiano. E queste scene di vita quotidiana mi riportano alla mente una delle definizioni più belle dell’Essere missionari (e come battezzati, tutti lo siamo!), una frase scritta nella prefazione di uno dei primi testi di p. Alex Zanotelli. Alla domanda: “Cosa significa essere Missionari?”, egli risponde: “Essere missionari è sedersi dove si siede la gente e lasciare che Dio si manifesti”. Questo, in fondo, è ciò che accade nella Festa di Cana: Gesù si siede a tavola, ne condivide il cibo e la gioia, coglie la necessità grazie all’occhio scrupoloso di sua madre, che come ogni donna sa anticipare le situazioni! Gesù, a Cana di Galilea, trasforma l’acqua in vino perché la gioia di un banchetto nunziale non venga meno, perché la musica della festa non finisca troppo presto, perché gli invitati a nozze possano continuare a godere di un’atmosfera leggiadra, perché il “sì” di due sposi possa perpetrarsi senza interruzione. A Cana di Galilea, se ci pensiamo, il Signore “riempie fino all’orlo” quella che poteva essere a tutti gli effetti una “mancanza”, una falla organizzativa che avrebbe minato con troppo anticipo la gioia della Festa. Già, fino all’orlo, perché la misura di Dio non è mai quantificabile, non è mai riducibile ad un simbolo matematico… No, la misura del Suo amore per l’uomo sa andare oltre ogni possibilità di calcolo.

La prima lettura (Is 62,1-5) e il vangelo (Gv 2,1-12) presentano la simbolica nuziale quale cifra dell’incontro tra Dio e l’umanità. In particolare, la celebrazione delle nozze è immagine che allude all’alleanza tra Dio e il suo popolo. Il contesto in cui si colloca il testo profetico di Is 62,1-5 è quello della “rinascita” di Gerusalemme dopo la fine della deportazione babilonese. Rinascita in realtà auspicata, desiderata, profetizzata nella forma di un nuovo esodo (cf. Is 43,16-21), ma realizzata solo parzialmente e in maniera molto deludente: parecchi figli d’Israele avevano preferito restare in terra babilonese dove avevano ormai avviato una nuova vita, sposandosi, avendo una casa, trovando un lavoro, e non avevano certo intenzione di precipitare di nuovo in una situazione di incertezza e densa di incognite affrontando un ritorno pieno di rischi e criticità. Ecco dunque che il profeta decide di non tacere, di alzare la voce e di non risparmiarsi, quasi per costringere l’aurora a spuntare, per spingere il sole a sorgere e affrettare così un’alba per la città di Gerusalemme, un’alba che significhi un nuovo giorno finalmente di giustizia e di salvezza (62,1). Giustizia e salvezza che consistono nel ricongiungimento della sposa-Gerusalemme con il Signore-suo sposo e nel ricongiungimento con i suoi figli che finalmente ritornano dalla deportazione (62,5). Un elemento interessante che emerge dal testo è l’immagine di Dio come amante gioioso, come giovane innamorato che sposa la donna che ama: “come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (62,5). La storia del popolo, e dunque della sposa-Gerusalemme, è stata travagliata e ha conosciuto allontanamenti, tradimenti, fatiche, ma qui il profeta afferma che ciò che sta per avvenire non è tanto una riconciliazione dopo un periodo di crisi e di lontananza, ma è qualcosa di nuovo, di inaugurale, come è inaugurale, nuovo e traboccante di bellezza e di promessa di inebriante felicità il giorno delle nozze, quello che il Cantico dei Cantici definisce “il giorno della gioia del cuore” (Ct 3,11). Il testo “parla di giovani che si sposano, non di adulti che si riconciliano” (Alonso-Schökel) e se ci si riferisce al passato e alla situazione di abbandono e desolazione che Gerusalemme ha vissuto è solo per mettere ancor più in risalto la novità e la freschezza dell’evento annunciato dal profeta. Le immagini dicono la capacità di rinnovamento e ringiovanimento dell’amore. L’amore è forza creatrice, leggerezza che rende giovani, luce che dona gioia, bellezza che promette felicità. Alla gioia di Dio, descritta con toni esuberanti come in Sof 3,17, corrisponde la gioia di Gerusalemme che può riabbracciare il Signore-suo sposo e anche i suoi figli.

Il passo evangelico si apre (vv. 1-2) elencando le circostanze di tempo (il terzo giorno), di luogo (Cana di Galilea), di azione (le nozze), e di persone (Maria, Gesù e i suoi discepoli) in cui si svolge la scena. L’evento è uno sposalizio, un evento dunque comune, attinente alla quotidianità, all’ordinario dipanarsi delle vicende umane. Ed è in questo contesto così ordinario che Gesù “manifestò la sua gloria” (Gv 2,11). Il luogo dello straordinario è l’ordinario; il manifestarsi del divino avviene nell’umano; la gloria di Dio si esprime, dirà l’intero IV vangelo, nell’amore. E quale migliore espressione della vitalità dell’amore che uno sposalizio? La partecipazione di Gesù a un banchetto nuziale diviene “l’inizio dei segni”: questa annotazione fornisce una chiave per leggere quanto avvenuto a Cana, ma più estesamente per rapportarsi alla realtà nello spazio della fede. La realtà viene risignificata, assume un valore ulteriore non esauribile nella fatticità degli eventi, nella materialità delle cose, nel senso letterale delle parole. Così, “il terzo giorno” diviene riferimento all’alleanza sinaitica avvenuta “il terzo giorno” (Es 19,10-11.16) e profezia della resurrezione che avverrà “il terzo giorno” (1Cor 15,4); l’immagine delle nozze (gámos: vv. 1.2) evoca l’alleanza tra Dio e l’uomo (Os 1-3; Ger 2; Ez 16; Is 54,4-8; 61,10; 62,4-5); le sei (numero che denota imperfezione e incompiutezza) giare di pietra (come di pietra erano le tavole su cui era scolpita la legge mosaica), vuote, estremamente capienti e di fatto inamovibili, destinate alla purificazione dei Giudei, diventano segno dell’antica alleanza che Gesù rinnova con quel vino buono che è riferimento ai beni messianici (Is 25,6). La realtà è più della realtà: questo significa l’approccio simbolico al reale. Ecco allora che anche la presenza di Maria a Cana, che il testo sottolinea essere precedente l’arrivo di Gesù stesso e dei suoi discepoli (vv. 1-2), diviene riferimento all’Israele che attende il Messia, alla Figlia di Sion chiamata a riconoscere il compimento dell’alleanza e l’instaurazione del tempo messianico. Così, le sue parole a Gesù (“Non hanno più vino”: Gv 2,3) non sono una richiesta di miracolo e le sue parole ai servi (“Qualunque cosa vi dica, fatela”: Gv 2,) non sono una mediazione, ma semplicemente mostrano Maria nella sua totale disponibilità all’obbedienza quale figura dell’Israele che accoglie le condizioni ancora sconosciute della nuova e definitiva alleanza che Dio stringe in Gesù il Messia. In filigrana si può vedere il riferimento al passo di Es 24,7 e alle parole del popolo al momento della conclusione dell’alleanza sinaitica: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo”.

L’acqua divenuta vino, e il vino “buono” tenuto in serbo “fino ad ora” (2,10), diventano a loro volta rimando simbolico alla storia che Dio, in Cristo, sta scrivendo nella storia umana. Ma il rapporto tra antico e nuovo non è di sostituzione, bensì di novità nella continuità: il Messia ha bisogno delle giare di pietra e dell’acqua per poter offrire il vino buono. Senza quell’acqua non ci sarebbe neppure il vino buono. Si noti poi che Giovanni per designare il vino “buono” usa l’aggettivo kalòs (2,10; lett. “bello”), termine usato altrove nel IV vangelo per indicare il pastore che è Gesù (10,11.14) e le sue opere (10,32-33). Il rimando profondo è ancora alla pienezza del tempo messianico, alla salvezza, all’alleanza nuova. Così come lo è la sovrabbondante quantità di vino che viene servita ormai al termine del banchetto: sei giare “contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri” (2,6) significa qualcosa come circa seicento litri. Ma la profusione, l’eccesso, la sovrabbondanza è il segno dell’agire divino, del Dio che “dà lo Spirito senza misura” (Gv 3,34) del Dio che “così” (Gv 3,13) ha amato il mondo, con l’incomprensibile prodigalità di chi ama al punto di perdere se stesso per amore.

«Per ognuno di noi, attingere dall’anfora equivale ad affidarsi alla Parola e ai Sacramenti per sperimentare la grazia di Dio nella nostra vita. Fare la Comunione significa, poi, obbedire a Gesù nella vita quotidiana. In questo, dice Francesco, ci è maestra Maria, l’altra grande protagonista del brano giovanneo. «Anche oggi la Madonna dice a noi tutti: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Queste parole sono una preziosa eredità che la nostra Madre ci ha lasciato. E in effetti a Cana i servitori ubbidiscono» perché comprendono che è un ordine dato da una Persona diversa dalle altre. «Servire il Signore significa ascoltare e mettere in pratica la sua parola. È», ripete ancora il Papa, «la raccomandazione semplice, essenziale della Madre di Gesù, è il programma di vita del cristiano».

Rappresentazione delle Nozze di Cana con Gesù, Maria e gli invitati

Festa un po' strana, quella di Cana di Galilea: lo sposo è del tutto marginale, la sposa neppure nominata; protagonisti sono due invitati, e alcuni ragazzi che servono ai tavoli. Il punto che cambia la direzione del racconto è il vino che viene a mancare. Il vino nella Bibbia è il simbolo dell'amore. E il banchetto che è andato in crisi racconta, in metafora, la crisi dell'amore tra Dio e l'umanità, un rapporto che si va esaurendo stancamente, come il vino nelle anfore. Occorre qualcosa di nuovo. Vi erano là sei anfore di pietra... Occorre riempirle d'altro, finirla con la religione dei riti esterni, del lavarsi le mani come se ne venisse lavato il cuore; occorre vino nuovo: passare dalla religione dell'esteriorità a quella dell'interiorità, dell'amore che ti fa fare follie, che fa nascere il canto e la danza, come un vino buono, inatteso, abbondante, che fa il cuore ubriaco di gioia (Salmo 104,15). Il Vangelo chiama questo il “principe dei segni”, il capostipite di tutti: se capiamo Cana, capiamo gran parte del Vangelo. A Cana è il volto nuovo di Dio che appare: un Dio inatteso, colto nelle trame festose di un pranzo nuziale; che al tempio preferisce la casa; che si fa trovare non nel santuario, nel deserto, sul monte, ma a tavola. E prende parte alla gioia degli uomini, la approva, si allea con loro, con l'umanissima, fisica, sensibile gioia di vivere; con il nudo, semplice, vero piacere di amare; che preferisce figli felici a figli obbedienti, come ogni padre e madre. Il nostro cristianesimo che ha subito un battesimo di tristezza, a Cana riceve un battesimo di gioia.

"Lectio divina sul Vangelo delle Nozze di Cana" (Gv 2, 1-11) P. Alberto Neglia

Maria vive con attenzione ciò che accade attorno a lei, con quella «attenzione che è già una forma di preghiera» (S. Weil): «non hanno più vino». Notiamo le parole precise. Non già: è finito il vino; ma loro, i due ragazzi, non hanno più vino, sta per spegnersi la loro festa. Prima le persone. E alla risposta brusca di Gesù, Maria rilancia: qualunque cosa vi dica, fatela! Sono le sue ultime parole, poi non parlerà più: Fate il suo Vangelo! Non solo ascoltatelo, ma fatelo, rendetelo gesto e corpo, sangue e carne. E si riempiranno le anfore vuote del cuore. E si trasformerà la vita da vuota a piena, da spenta a fiorita. Il mio Gesù è il rabbi che amava i banchetti, che soccorre i poveri di pane e i poveri di vino.

Il profeta è nel punto di accogliere la manifestazione del Signore ed è paragonato alla sentinella che attende l’aurora ed è fedele al suo ‘turno’ vigilando per vedere il sorgere della prima stella. E il chiarore mattutino allude all’arrivo del tempo della giustizia e dello splendore di Gerusalemme, città che sarà un faro per le “genti” e per i “re”. Questo tempo inaugurerà il “nome nuovo” che verrà dato a Gerusalemme, nome che non avrà più niente a che fare con quelli sterili del tempo dell’esilio (abbandonata, desolata), ma sarà caratterizzato dal linguaggio nuziale: “mia gioia”, “sposata”. A questo messaggio così alto la Liturgia ci propone di rispondere con il Salmo 96, Salmo che rientra nel gruppo di quelli propri della Liturgia sinagogale sabbatica. Si tratta di una lode cosmica il cui “canto nuovo” si eleva a Dio da “tutta la terra” ed il coinvolgimento dei credenti è tale - e anche insolito - che gli stessi desiderano comunicare le opere del Signore agli altri popoli.

Nella pagina del Vangelo di Giovanni, una delle più belle, ritroviamo il tema della festa nuziale. La circostanza è quella delle ‘nozze di Cana’ ove sono presenti Sua Madre e i discepoli. La celebrazione delle nozze al tempo di Gesù comprendeva due fasi: quella dell’atto matrimoniale (ketubah) che veniva scritto in casa della sposa e che, secondo la consuetudine ebraica, ufficializzava l’unione, e quella della celebrazione vera e propria del matrimonio (nyssu’in) con conseguente festa che poteva durare tra i tre e i sette giorni. È in questa seconda fase che si svolge il primo dei ‘segni’ operato da Gesù. Il luogo è Cana, un modesto paese della Galilea a circa 13 km da Nazareth. La lettura attenta ci fa prendere consapevolezza che qui il personaggio più importante è Maria. È scritto infatti che “vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù”. Poi, circa Gesù è scritto “fu invitato alle nozze anche (kai, con funzione di ‘anche’) Gesù con i suoi discepoli”. In seguito chi prende la parola per prima è proprio Maria: “Non hanno più vino”. Sembra strano che nessuno si accorga del vino che sia venuto a mancare, ma così è, e Maria fa presente questa mancanza. Gesù risponde alla provocazione rivolgendosi a Sua Madre con il titolo di ‘donna’ superando così quello che è il legame strettamente familiare. Poche, ma chiare parole: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. E Gesù: “Riempite d’acqua le anfore”. I servitori devono riempire delle idrias: con questo termine greco si indicano dei recipienti che, essendo di pietra, erano considerati idonei perché non rendevano impuro il contenuto e quindi venivano utilizzati per metterci l’acqua della purificazione rituale. Quindi l’acqua che viene trasformata in vino era acqua destinata ai riti purificatori. L’acqua purificatrice è sempre elemento di iniziazione ad una nuova vita, ma il vino? Perché proprio il vino ‘segna’ l’inizio della “manifestazione” di Gesù? Scegliamo sempre il metodo della contestualizzazione e pensiamo ai tanti significati positivi cui è metafora il vino nell’AT, nonché all’esegesi rabbinica che definisce il monte Sinai la ‘cantina della torah’ (Targum Cantico 2,4). Sul Sinai il Signore si è manifestato attraverso la consegna della Torah, ora a Cana -nel bel mezzo dei festeggiamenti nuziali - si manifesta definitivamente nel ‘segno’ di Gesù.

Schema simbolico del vino nel Vangelo

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