Il Capitolo 26 dei Promessi Sposi segna un momento di forte transizione: alcuni nodi della trama cominciano a sciogliersi, mentre altri si preparano ad aprirsi verso nuove tensioni.
Questo capitolo è dominato da due eventi principali: da un lato, il crollo definitivo della figura di Don Rodrigo, ormai malato e sempre più isolato; dall’altro, l’arrivo della peste a Milano, che si preannuncia come uno dei drammi centrali della seconda parte del romanzo.
In questo contesto, Fra Cristoforo continua la sua opera di mediazione e giustizia, e si assiste al ritorno sulla scena di Renzo, finalmente di nuovo protagonista attivo della vicenda.
Una delle sezioni più significative del capitolo è dedicata a Don Rodrigo, che sta vivendo la sua caduta morale e fisica. Dopo essere stato uno dei principali artefici delle ingiustizie che hanno colpito Renzo e Lucia, il personaggio viene ora mostrato in uno stato di progressivo isolamento. L’Innominato si è convertito e ha abbandonato la violenza; il potere politico che lo proteggeva si sta indebolendo; i servitori non lo rispettano più e lo temono a malapena. Inoltre, è malato: i primi sintomi della peste iniziano ad affacciarsi anche su di lui.
Manzoni non descrive la malattia con dettagli crudi, ma lascia intuire attraverso piccoli segni il deterioramento del corpo e dello spirito del personaggio. Don Rodrigo, abituato a dominare con la forza e l’arroganza, si trova ora impotente di fronte a una forza più grande di lui, che non può controllare né minacciare: la morte.

Parallelamente, il capitolo racconta il ritorno di Renzo nella storia, dopo i lunghi capitoli incentrati su Lucia e sull’Innominato. Rifugiatosi a Bergamo, ospite del cugino Bortolo e sotto falso nome, Renzo ha passato un periodo di relativo riposo, ma con il pensiero fisso a Lucia, di cui non ha più avuto notizie. La sua situazione, seppur legalmente precaria, è stabile: ha un lavoro, è al sicuro, ma non si rassegna all’idea di restare lontano e inattivo.
La determinazione di Renzo si esprime nella decisione di tornare a Milano, nonostante i pericoli, per cercare notizie di Lucia e capire cosa sia successo. È un momento importante per l’evoluzione del personaggio: non è più il giovane impulsivo dei primi capitoli, ma un uomo più maturo, che agisce con cautela, riflette, ma non rinuncia al suo scopo. Il viaggio che intraprende è difficile, attraversa territori colpiti dalla carestia e minacciati dalla peste, ma Renzo è pronto a rischiare.

Uno degli elementi centrali del capitolo è l’introduzione della peste, che comincia a diffondersi nel Ducato di Milano. Manzoni, attraverso una narrazione sobria ma efficace, mostra come la malattia si insinui lentamente, colpendo prima i più poveri, poi i soldati, e infine l’intera popolazione. Si tratta ancora di una fase iniziale, ma già si percepisce l’atmosfera di paura, sospetto e disorganizzazione che accompagnerà l’epidemia nei capitoli successivi.
La peste, per Manzoni, non è solo un evento storico, ma un simbolo del disordine morale e sociale che affligge la società. Le autorità sono impreparate, la gente reagisce in modo irrazionale, e chi ha responsabilità spesso sceglie la strada della negazione o del ritardo. È il preludio a un disastro che non sarà solo sanitario, ma anche etico e civile.

Nel frattempo, Fra Cristoforo è tornato nel paese di Renzo e Lucia, dove cerca di fare chiarezza sulla situazione e soprattutto di verificare la posizione di Don Rodrigo. Viene a sapere che il signorotto è malato e che sta per essere trasferito a Milano per ricevere cure. Questo dato ha una doppia valenza narrativa: da un lato, mostra che il tempo dell’impunità di Don Rodrigo è finito; dall’altro, permette di mantenere viva la tensione tra il passato (le ingiustizie subite) e il futuro (la possibilità di un riscatto).
Fra Cristoforo continua a muoversi con discrezione, fermezza e spirito evangelico. È lui il punto di riferimento morale per la comunità e per i protagonisti: non cerca vendetta, ma verità e giustizia.
Il cardinale Federigo Borromeo sta facendo il giro delle parrocchie di Lecco e si trova in visita proprio nel paese di Lucia. Lo abbiamo lasciato nel capitolo precedente che rassicurava Lucia ed Agnese in merito alla loro separazione e al fatto che la proposta ricevuta dalla giovane da parte di donna Prassede era da accettare convintamente e lo vediamo poi a colloquio diretto con don Abbondio, il quale viene incalzato in merito al fatto che il curato non abbia adempiuto ai suoi doveri sposando i “suoi figliouli“. Proprio la fine del capitolo 25 ci lascia in attesa che il curato proferisca parola dopo tutto il discorso dell’arcivescovo.
A una siffatta domanda, don Abbondio, che pur s’era ingegnato di risponder qualcosa a delle meno precise, restò lì senza articolar parola. Don Abbondio non risponde e il cardinale quindi lo incalza nuovamente dicendogli che non risponde perché non ha compiuto quanto la carità ed il dovere richiedeva, altrimenti ora sarebbe in grado di rispondere. E l’arcivescovo chiede apertamente se non abbiamo sposato Renzo e Lucia adducendo dei pretesti ed attende una risposta. Il curato pensa che “le chiacchierone” gli hanno riportato tutto, ma non risponde.
Allora il cardinale riprende accusando don Abbondio di aver tenuto “nell’ignoranza, nell’oscurità” “que’ poverini“, di aver ingannato i deboli, di aver mentito ai suoi figliuoli. Don Abbondio alla fine dice di aver mancato, ma aggiunge una domanda retorica - “ma cosa dovevo fare, in un frangente di quella sorte?“.
Il cardinale prontamente gli risponde che doveva amare, amare e pregare e che avrebbe dovuto informare il suo vescovo in merito all’impedimento che gravava sull’esercizio del suo ministero. Ecco che il cardinale gli dà lo stesso suggerimento che a suo tempo gli aveva dato Perpetua. Ma l’arcivescovo ha capito di che pasta è fatto il curato e quindi, dopo averlo messo di fronte alla sua pusillanimità, al suo pericolo temporale anteposto al dovere del ministero sacerdotale a cui era chiamato, gli dice che non deve continuare a scusarsi accusando, ma semplicemente deve amare Renzo e Lucia, perché hanno patito, sono deboli ed hanno bisogno di perdono.
Don Abbondio sta zitto: “ha più cosa da pensare che da dire“. Il narratore ci mostra il curato e l’arcivescovo con una significativa similitudine che richiama la luce, il lume della religione e della ragione, in un certo senso: il male degli altri, dalla considerazion del quale l’aveva sempre distratto la paura del proprio, gli faceva ora un’impressione nuova. E se non sentiva tutto il rimorso che la predica voleva produrre (chè quella stessa paura era sempre lì a far l’ufizio di difensore), ne sentiva però; sentiva un certo dispiacere di sè, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di confusione. Era, se ci si lascia passare questo paragone, come lo stoppino umido e ammaccato d’una candela, che presentato alla fiamma d’una gran torcia, da principio fuma, schizza, scoppietta, non ne vuol saper nulla; ma alla fine s’accende e, bene o male, brucia.

Don Abbondio, nonostante rimanga in silenzio, si mostra commosso ed il cardinale si accorge che le sue parole “non erano state senza effetto“. Esorta il curato a riguadagnare il tempo, nonostante gli sposi siano lontani ed al momento non abbiano bisogno di lui. Lo esorta alla carità, quindi il cardinale si muove e don Abbondio lo segue.
Il giorno seguente donna Prassede arriva a prendere Lucia e si complimenta con il cardinale, che le loda la giovine. Lucia piangendo si stacca dalla madre e saluta per la seconda volta il suo paese.
Il cardinale sta per lasciare il paese, quando arriva il curato del paese dell’Innominato con una lettera del signore, nella quale prega il cardinale di far accettare ad Agnese cento scudi come dote per la giovane. Il cardinale fa chiamare subito la donna, che una volta informata del fatto, resta meravigliata e soddisfatta allo stesso tempo. Ritornata a casa, passa tutto il giorno a pensare e far progetti sull’avvenire, poi all’indomani si incammina verso la villa dove si trova Lucia.
Una volta restate sole, Agnese informa la figlia della fortuna accaduta ed inizia a parlarle del futuro con Renzo. Lucia si accora e gettando le braccia al collo della madre le dice che ha fatto un voto quando si trovava prigioniera al castello dell’Innominato. Agnese resta “stupefatta e costernata“. Lucia dice alla madre che sono nelle mani del Signore e della Madonna e che l’unica cosa che chiede è di poter ritornare con lei, in quanto a Renzo spera e crede che il Signore perché lo abbia preservato dai pericoli.
La grazia che chiedo per me al Signore, la sola grazia, dopo la salvazion dell’anima, è che mi faccia tornar con voi: e me la concederà, sì, me la concederà. (…) “E Renzo?” disse Agnese, tentennando il capo. “Ah!” esclamò Lucia, riscotendosi, “io non ci devo pensar più a quel poverino. Già si vede che non era destinato… Vedete come pare che il Signore ci abbia voluti proprio tener separati. E chi sa…? ma no, no: l’avrà preservato Lui da’ pericoli, e lo farà esser fortunato anche di più, senza di me.”
Agnese resta in silenzio pensierosa e Lucia riprendendo il discorso dice alla madre che Renzo deve essere informato di quanto accaduto, di quanto ha sofferto e che Dio ha voluto così, quindi lui deve mettersi il cuore in pace, perché lei ha fatto proprio un voto, lo ha promesso alla Madonna. Inoltre chiede alla madre di far avere metà di quanto ricevuto dall’innominato proprio a Renzo, perché sicuramente ne avrà bisogno.
Le donne così si salutano tra parole di lamento e di conforto, di rammarico e di rassegnazione, con molte raccomandazioni e promesse di non dir nulla, con molte lacrime, dopo lunghi e rinnovati abbracci e quindi si separano, promettendosi di rivedersi il prossimo autunno, al più tardi.

Passa molto tempo senza che Agnese abbia notizie di Renzo. Lo stesso cardinale Borromeo è impegnato nella ricerca di informazioni sul giovane. Un giorno, tornato dalla visita a Milano, l’arcivescovo riceve una lettera nella quale si dice che non si è trovato, se non che per qualche tempo è stato ospite di un suo cugino, ma una mattina è scomparso improvvisamente e da quel giorno non si sa più nulla di lui, nemmeno il cugino che riporta voci che si rincorrevano, come che Renzo potesse essersi arruolato per il Levante, oppure emigrato in Germania o morto nel guadare il fiume. Queste voci si spargono ben presto anche nel paese di Agnese e allarmano non poco la donna, che tenta di capire quali notizie siano vere e quali frutto di chiacchiere o di fantasia, senza tuttavia riuscire a sbrogliare quell’intricata matassa.
In realtà tutte queste voci su Renzo sono infondate e la verità su come sono andate le cose è presto svelata dall'autore: tutto ha inizio quando il governatore dello Stato di Milano, don Gonzalo Fernandez de Cordoba, protesta vivacemente col residente di Venezia in Lombardia per il fatto che la Repubblica offre asilo e rifugio a un famigerato lestofante ed eccitatore di disordini pubblici quale Lorenzo Tramaglino, che per di più è riuscito a sottrarsi all'arresto dopo essere finito nelle mani della giustizia. Il residente risponde di non saperne nulla e che scriverà subito a Venezia per ottenere qualche ragguaglio, che poi riferirà prontamente al governatore milanese.
La Repubblica di Venezia, spiega l'autore, incoraggia gli operai milanesi della seta a trasferirsi nel territorio di Bergamo come ha fatto Renzo, dunque la sua politica è di assicurar loro molti vantaggi tra cui principalmente la sicurezza: per questo motivo qualcuno avverte Bortolo che Renzo farebbe meglio a cambiare paese e ad assumere una falsa identità per qualche tempo, quindi il cugino del giovane lo porta subito in un filatoio non molto distante da quello in cui già lavora e lo presenta come “Antonio Rivolta“ al padrone dello stabilimento, che è un suo conoscente di origine milanese. Renzo viene assunto grazie alle ottime referenze di Bortolo e il nuovo padrone ne è molto contento, salvo il fatto che il giovane, all'inizio, non si volta subito quando viene chiamato "Antonio" e dà l'impressione di essere un po' tardo di mente. Poco dopo giunge da Venezia un ordine scritto al capitano di Bergamo, che gli fa capire che dovrà prendere informazioni su Renzo in modo da non trovarlo e che la risposta dovrà essere negativa, compito che il capitano esegue alla perfezione.
Renzo a Milano Spiegazione (Promessi Sposi) Capitolo 11-17 | Come studiare per la verifica
Il Capitolo 26 ha una funzione cruciale nella struttura del romanzo: chiude alcune trame e ne apre di nuove, preparando il terreno ai drammatici eventi che seguiranno con l’esplosione della peste a Milano. Ma non è solo un capitolo di transizione: è anche un momento di svolta morale, in cui i personaggi cominciano a mostrare i segni del cambiamento. Don Rodrigo cade nel silenzio e nella malattia, Renzo si mette in cammino con uno scopo preciso, Fra Cristoforo continua a essere presenza viva di giustizia e compassione.
Dal punto di vista stilistico, Manzoni alterna descrizione, narrazione e riflessione, mantenendo sempre alta l’intensità emotiva. La peste, pur ancora alle porte, è come una nuvola scura all’orizzonte, che getta un’ombra su ogni scelta. Ma è anche una prova che rivela i veri volti dei personaggi: i deboli, i forti, i giusti, i corrotti.

Don Abbondio non riesce a giustificare il suo comportamento e Borromeo gli fa notare che avrebbe dovuto rivolgersi al suo vescovo, proponendo così la stessa soluzione che aveva pensato Perpetua. Il parroco si giustifica allora raccontando il tentativo del matrimonio a sorpresa ma, così facendo, va incontro ad un altro rimprovero perché non ci si può scusare accusando gli altri. Il cardinale, infine, gli raccomanda di non lasciarsi sfuggire la prossima occasione di fare del bene ai due giovani. La mattina seguente Lucia, in lacrime, si separa dalla madre per andare con Donna Prassede. Intanto l’Innominato decide di provvedere alla sua dote e invia al cardinale cento scudi d’oro insieme ad una lettera in cui promette di essere sempre disposto ad aiutarla. La somma viene così consegnata ad Agnese che il giorno seguente si reca dalla figlia per darle la lieta notizia. La ragazza confessa allora il voto fatto alla vergine e, anche se il suo cuore trabocca ancora di amore, prega la madre di consegnare a Renzo la metà della somma dopo avergli raccontato della sua promessa solenne. Di Renzo, però, si son perse le tracce.
Don Abbondio non riesce a trovare argomenti da opporre alle incalzanti e sempre religiosamente concrete domande del cardinale. C'è un'altra accusa contro di lui: quella di non avere sposato i due promessi ricorrendo a pretesti. È tutto vero e lui, il curato, dentro di sé non ha altro da dire che mandare qualche parola di condanna alle donne che non hanno saputo frenare la loro lingua. Ma insomma, conclude il curato, cosa avrei potuto fare in una situazione come quella? Prima, risponde il cardinale, doveva fare il suo dovere e sposarli, poi avrebbe potuto chiedere l'intervento del suo vescovo (la stessa cosa che aveva a lui suggerito Perpetua). Ma Federigo non vuol fare l'inquisitore: ha capito di quale stoffa sia il curato e pur non perdonando lo comprende e lo conforta a sperare e lo esorta alla resistenza in nome dei grandi valori della religione: la vita nostra deve essere misurata e valutata non sullo sfondo delle cose terrene ma di quelle eterne dell'aldilà.
Dall'Innominato intanto giunge al cardinale una lettera con cento scudi: dovranno servire per la dote di Lucia. Ma questa, messa alle strette, ora rivela alla madre il voto: la esorta alla pazienza e a mandare la metà della somma a Renzo. Del quale Renzo nello Stato di Milano nessuno sa nulla: neanche il cardinale riesce ad avere notizie precise. Il fatto si è che la polizia di Milano aveva incaricato quella di Venezia di fare ricerca del noto delinquente.
La mattina seguente giunge in paese donna Prassede e Lucia viene condotta nella villa della ricca famiglia. Federigo riceve dall'Innominato una lettera con cento scudi da dare in dote a Lucia e la promessa di essere sempre al suo servizio per qualunque necessità. Ricevuta dal cardinale la somma, Agnese si reca il giorno seguente al palazzo dove si trova la figlia per darle la buona notizia. La ragazza annuncia però in lacrime alla madre di non poter più andare in sposa a Renzo e le confessa quindi il voto di castità fatto alla Madonna, raccontandole anche le circostanze che l'avevano condotta a compiere quel gesto. La giovane chiede scusa ad Agnese per averle tenuto nascosto il voto e le chiede infine di fare informare Renzo della situazione, consegnandogli quindi la metà della donazione ricevuta dall'Innominato.
Le notizie sul conto di Renzo iniziano ad arrivare nel milanese ma sono molto varie e discordanti tra loro, così che né il cardinale Federigo né Agnese riescono ad ottenere informazioni certe sulla condizione del giovane. Bortolo infatti, informato del fatto che la ricerca del cugino Renzo si stava per estendere anche nel territorio bergamasco su richiesta del governatore di Milano, aveva fatto cambiare paese al giovane, facendolo assumere in un altro filatoio con il nome di Antonio Rivolta. Per sviare le ricerca aveva quindi anche iniziato a mettere in circolazione false giustificazioni per l’improvvisa scomparsa del parente; di bocca in bocca tali dicerie erano poi arrivate nel milanese.
Don Abbondio non riesce a trovare argomenti da opporre alle incalzanti e sempre religiosamente concrete domande del cardinale. C'è un'altra accusa contro di lui: quella di non avere sposato i due promessi ricorrendo a pretesti. È tutto vero e lui, il curato, dentro di sé non ha altro da dire che mandare qualche parola di condanna alle donne che non hanno saputo frenare la loro lingua. Ma insomma, conclude il curato, cosa avrei potuto fare in una situazione come quella? Prima, risponde il cardinale, doveva fare il suo dovere e sposarli, poi avrebbe potuto chiedere l'intervento del suo vescovo (la stessa cosa che aveva a lui suggerito Perpetua). Ma Federigo non vuol fare l'inquisitore: ha capito di quale stoffa sia il curato e pur non perdonando lo comprende e lo conforta a sperare e lo esorta alla resistenza in nome dei grandi valori della religione: la vita nostra deve essere misurata e valutata non sullo sfondo delle cose terrene ma di quelle eterne dell'aldilà.
Dall'Innominato intanto giunge al cardinale una lettera con cento scudi: dovranno servire per la dote di Lucia. Ma questa, messa alle strette, ora rivela alla madre il voto: la esorta alla pazienza e a mandare la metà della somma a Renzo. Del quale Renzo nello Stato di Milano nessuno sa nulla: neanche il cardinale riesce ad avere notizie precise. Il fatto si è che la polizia di Milano aveva incaricato quella di Venezia di fare ricerca del noto delinquente.
Don Abbondio non riesce a giustificare il suo comportamento e Borromeo gli fa notare che avrebbe dovuto rivolgersi al suo vescovo, proponendo così la stessa soluzione che aveva pensato Perpetua. Il parroco si giustifica allora raccontando il tentativo del matrimonio a sorpresa ma, così facendo, va incontro ad un altro rimprovero perché non ci si può scusare accusando gli altri. Il cardinale, infine, gli raccomanda di non lasciarsi sfuggire la prossima occasione di fare del bene ai due giovani.
La mattina seguente Lucia, in lacrime, si separa dalla madre per andare con Donna Prassede. Intanto l’Innominato decide di provvedere alla sua dote e invia al cardinale cento scudi d’oro insieme ad una lettera in cui promette di essere sempre disposto ad aiutarla. La somma viene così consegnata ad Agnese che il giorno seguente si reca dalla figlia per darle la lieta notizia. La ragazza confessa allora il voto fatto alla vergine e, anche se il suo cuore trabocca ancora di amore, prega la madre di consegnare a Renzo la metà della somma dopo avergli raccontato della sua promessa solenne. Di Renzo, però, si son perse le tracce.
Il cardinale Federigo Borromeo sta facendo il giro delle parrocchie di Lecco e si trova in visita proprio nel paese di Lucia. Lo abbiamo lasciato nel capitolo precedente che rassicurava Lucia ed Agnese in merito alla loro separazione e al fatto che la proposta ricevuta dalla giovane da parte di donna Prassede era da accettare convintamente e lo vediamo poi a colloquio diretto con don Abbondio, il quale viene incalzato in merito al fatto che il curato non abbia adempiuto ai suoi doveri sposando i “suoi figliouli“. Proprio la fine del capitolo 25 ci lascia in attesa che il curato proferisca parola dopo tutto il discorso dell’arcivescovo.
A una siffatta domanda, don Abbondio, che pur s’era ingegnato di risponder qualcosa a delle meno precise, restò lì senza articolar parola.
Don Abbondio non risponde e il cardinale quindi lo incalza nuovamente dicendogli che non risponde perché non ha compiuto quanto la carità ed il dovere richiedeva, altrimenti ora sarebbe in grado di rispondere. E l’arcivescovo chiede apertamente se non abbiamo sposato Renzo e Lucia adducendo dei pretesti ed attende una risposta. Il curato pensa che “le chiacchierone” gli hanno riportato tutto, ma non risponde.
Allora il cardinale riprende accusando don Abbondio di aver tenuto “nell’ignoranza, nell’oscurità” “que’ poverini“, di aver ingannato i deboli, di aver mentito ai suoi figliuoli. Don Abbondio alla fine dice di aver mancato, ma aggiunge una domanda retorica - “ma cosa dovevo fare, in un frangente di quella sorte?“.
Il cardinale prontamente gli risponde che doveva amare, amare e pregare e che avrebbe dovuto informare il suo vescovo in merito all’impedimento che gravava sull’esercizio del suo ministero. Ecco che il cardinale gli dà lo stesso suggerimento che a suo tempo gli aveva dato Perpetua. Ma l’arcivescovo ha capito di che pasta è fatto il curato e quindi, dopo averlo messo di fronte alla sua pusillanimità, al suo pericolo temporale anteposto al dovere del ministero sacerdotale a cui era chiamato, gli dice che non deve continuare a scusarsi accusando, ma semplicemente deve amare Renzo e Lucia, perché hanno patito, sono deboli ed hanno bisogno di perdono.
Don Abbondio sta zitto: “ha più cosa da pensare che da dire“. Il narratore ci mostra il curato e l’arcivescovo con una significativa similitudine che richiama la luce, il lume della religione e della ragione, in un certo senso: il male degli altri, dalla considerazion del quale l’aveva sempre distratto la paura del proprio, gli faceva ora un’impressione nuova. E se non sentiva tutto il rimorso che la predica voleva produrre (chè quella stessa paura era sempre lì a far l’ufizio di difensore), ne sentiva però; sentiva un certo dispiacere di sè, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di confusione. Era, se ci si lascia passare questo paragone, come lo stoppino umido e ammaccato d’una candela, che presentato alla fiamma d’una gran torcia, da principio fuma, schizza, scoppietta, non ne vuol saper nulla; ma alla fine s’accende e, bene o male, brucia.
Don Abbondio, nonostante rimanga in silenzio, si mostra commosso ed il cardinale si accorge che le sue parole “non erano state senza effetto“. Esorta il curato a riguadagnare il tempo, nonostante gli sposi siano lontani ed al momento non abbiano bisogno di lui. Lo esorta alla carità, quindi il cardinale si muove e don Abbondio lo segue.
Il giorno seguente donna Prassede arriva a prendere Lucia e si complimenta con il cardinale, che le loda la giovine. Lucia piangendo si stacca dalla madre e saluta per la seconda volta il suo paese.
Il cardinale sta per lasciare il paese, quando arriva il curato del paese dell’Innominato con una lettera del signore, nella quale prega il cardinale di far accettare ad Agnese cento scudi come dote per la giovane. Il cardinale fa chiamare subito la donna, che una volta informata del fatto, resta meravigliata e soddisfatta allo stesso tempo. Ritornata a casa, passa tutto il giorno a pensare e far progetti sull’avvenire, poi all’indomani si incammina verso la villa dove si trova Lucia.
Una volta restate sole, Agnese informa la figlia della fortuna accaduta ed inizia a parlarle del futuro con Renzo. Lucia si accora e gettando le braccia al collo della madre le dice che ha fatto un voto quando si trovava prigioniera al castello dell’Innominato. Agnese resta “stupefatta e costernata“. Lucia dice alla madre che sono nelle mani del Signore e della Madonna e che l’unica cosa che chiede è di poter ritornare con lei, in quanto a Renzo spera e crede che il Signore perché lo abbia preservato dai pericoli.
La grazia che chiedo per me al Signore, la sola grazia, dopo la salvazion dell’anima, è che mi faccia tornar con voi: e me la concederà, sì, me la concederà. (…) “E Renzo?” disse Agnese, tentennando il capo. “Ah!” esclamò Lucia, riscotendosi, “io non ci devo pensar più a quel poverino. Già si vede che non era destinato… Vedete come pare che il Signore ci abbia voluti proprio tener separati. E chi sa…? ma no, no: l’avrà preservato Lui da’ pericoli, e lo farà esser fortunato anche di più, senza di me.”
Agnese resta in silenzio pensierosa e Lucia riprendendo il discorso dice alla madre che Renzo deve essere informato di quanto accaduto, di quanto ha sofferto e che Dio ha voluto così, quindi lui deve mettersi il cuore in pace, perché lei ha fatto proprio un voto, lo ha promesso alla Madonna. Inoltre chiede alla madre di far avere metà di quanto ricevuto dall’innominato proprio a Renzo, perché sicuramente ne avrà bisogno.
Le donne così si salutano tra parole di lamento e di conforto, di rammarico e di rassegnazione, con molte raccomandazioni e promesse di non dir nulla, con molte lacrime, dopo lunghi e rinnovati abbracci e quindi si separano, promettendosi di rivedersi il prossimo autunno, al più tardi.
Passa molto tempo senza che Agnese abbia notizie di Renzo. Lo stesso cardinale Borromeo è impegnato nella ricerca di informazioni sul giovane. Un giorno, tornato dalla visita a Milano, l’arcivescovo riceve una lettera nella quale si dice che non si è trovato, se non che per qualche tempo è stato ospite di un suo cugino, ma una mattina è scomparso improvvisamente e da quel giorno non si sa più nulla di lui, nemmeno il cugino che riporta voci che si rincorrevano, come che Renzo potesse essersi arruolato per il Levante, oppure emigrato in Germania o morto nel guadare il fiume. Queste voci si spargono ben presto anche nel paese di Agnese e allarmano non poco la donna, che tenta di capire quali notizie siano vere e quali frutto di chiacchiere o di fantasia, senza tuttavia riuscire a sbrogliare quell’intricata matassa.
In realtà tutte queste voci su Renzo sono infondate e la verità su come sono andate le cose è presto svelata dall'autore: tutto ha inizio quando il governatore dello Stato di Milano, don Gonzalo Fernandez de Cordoba, protesta vivacemente col residente di Venezia in Lombardia per il fatto che la Repubblica offre asilo e rifugio a un famigerato lestofante ed eccitatore di disordini pubblici quale Lorenzo Tramaglino, che per di più è riuscito a sottrarsi all'arresto dopo essere finito nelle mani della giustizia. Il residente risponde di non saperne nulla e che scriverà subito a Venezia per ottenere qualche ragguaglio, che poi riferirà prontamente al governatore milanese.
La Repubblica di Venezia, spiega l'autore, incoraggia gli operai milanesi della seta a trasferirsi nel territorio di Bergamo come ha fatto Renzo, dunque la sua politica è di assicurar loro molti vantaggi tra cui principalmente la sicurezza: per questo motivo qualcuno avverte Bortolo che Renzo farebbe meglio a cambiare paese e ad assumere una falsa identità per qualche tempo, quindi il cugino del giovane lo porta subito in un filatoio non molto distante da quello in cui già lavora e lo presenta come “Antonio Rivolta“ al padrone dello stabilimento, che è un suo conoscente di origine milanese. Renzo viene assunto grazie alle ottime referenze di Bortolo e il nuovo padrone ne è molto contento, salvo il fatto che il giovane, all'inizio, non si volta subito quando viene chiamato "Antonio" e dà l'impressione di essere un po' tardo di mente. Poco dopo giunge da Venezia un ordine scritto al capitano di Bergamo, che gli fa capire che dovrà prendere informazioni su Renzo in modo da non trovarlo e che la risposta dovrà essere negativa, compito che il capitano esegue alla perfezione.
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