La figura di Galla Placidia, nata intorno al 390 d.C., è stata per lungo tempo dimenticata, relegata al ruolo di vittima e mera ancella della storia. Lungi dall’essere stata una spettatrice passiva degli eventi, ne fu protagonista attiva e artefice. Nata sullo sfondo di un Impero Romano d’Occidente ormai in piena agonia, si svegliò all’alba di una nuova era, quella medievale.
La sua vita fu da subito segnata dalla tragedia, divenendo ben presto orfana sia di madre che di padre e venendo affidata alle cure della zia paterna, Serena, e al marito Stilicone. Essendo stata figlia di Teodosio I, ultimo imperatore romano prima della divisione dell’impero in parte occidentale e orientale, Stilicone - al quale l’imperatore aveva affidato l’esercito e che, di fatto, esercitava la reggenza dell’Impero - pensò di combinare il matrimonio di Galla con il proprio figlio, così da ottenere un erede al trono. Il matrimonio, tuttavia, non si celebrò.
La dura scalata della vita per Galla non si era di certo conclusa; si ritrovò a vivere a Roma durante l’assedio dei Goti. Durante questi anni fu chiamata a prendere una difficile decisione: la zia Serena era stata accusata di essere stata lei a chiamare i Goti nella Capitale, con lo scopo di vendicarsi della morte del marito in seguito a una congiura di palazzo. L’esecuzione di Serena non poteva, tuttavia, essere eseguita senza il consenso di un esponente della famiglia imperiale. L’imperatore Onorio, fratello di Galla, se ne stava al sicuro a Ravenna, sebbene l’esercito romano languisse sotto i colpi delle invasioni barbariche. Spettò quindi a lei decidere. Diede il suo assenso.
Fu nell'agosto del 410 d.C. che la sua sorte cambiò: quando i Goti entrarono a Roma e la saccheggiarono, lei divenne una prigioniera illustre. Condotta in Africa venne data in sposa ad Ataulfo, che attraverso l'unione mirava ad assicurarsi un legame con l’imperatore romano e il conseguente riconoscimento del suo popolo.
Galla Placidia accettò le nozze: dopo quattro anni di prigionia con i Goti, la predisposizione, l’animo e i sentimenti della giovane donna erano probabilmente mutati. Il matrimonio non sancì infatti il suo ruolo di sottoposta, al contrario, e lo si può intuire da come le nozze furono celebrate. Ataulfo vestì le vesti romane, al posto dei classici indumenti barbari, e fece restituire alla moglie come dono di nozze parte del bottino trafugato durante il Sacco di Roma. Si trattò del primo matrimonio tra un barbaro e una erede imperiale.

Dall’unione dei due nacque un bimbo, chiamato Teodosio, che morì poco dopo, una perdita che avrebbe segnato Placidia fino alla fine dei suoi giorni.
Alla morte di Ataulfo, Galla fu restituita ai Romani e il fratello Onorio la diede in sposa a Costanzo, un uomo che la donna detestò sempre, ma da cui nacquero Giusta Grata Onoria e Valentiniano. Divenuto Costanzo imperatore, Placidia divenne augusta dell’impero, di fatto imperatrice, ma per i primi anni preferì ignorare le questioni politiche e dedicarsi al suo profondo impegno religioso.
Morto, però, il marito, la sua posizione a corte comincio a scricchiolare e fu costretta a rifugiarsi con i figli a Costantinopoli, sua terra natìa, ritirandosi nella casa che la madre le aveva lasciato. Il suo ritiro non durò a lungo. Raggiunta dalla notizia della morte di Onorio, il quale non aveva lasciato eredi, fece ritorno a Roma, non più come moglie, figlia o sorella di, bensì come imperatrice. Il suo carattere umile ma fiero avrebbe saputo difendere la dinastia. Si trattava, però, di anni complessi: la violenza barbarica imperversava alle porte dell’impero, le campagne italiane erano divenute campi di battaglia, e neanche il suo spirito determinato fu in grado di tenere insieme i pezzi di un regno che si dirigeva verso la sua definitiva disgregazione.

Abdicò nel 437 d.C. in favore del figlio Valentiniano e si ritirò a vita privata, occupandosi solo di questioni religiose. Essendo, infatti, una fervente credente si pensa che fece edificare a Ravenna un mausoleo, oggi conosciuto proprio col suo nome.
Gli ultimi sforzi della sua esistenza furono destinati a salvare la figlia Onoria. Questa, obbligata a fidanzarsi con un senatore anziano, inviò ad Attila un anello perché venisse al liberarla. Il re degli Unni interpretò questo gesto come una promessa di matrimonio e scese in Italia a reclamare la sua sposa. Accusata di tradimento, Onoria rischiò di essere giustiziata e fu soltanto grazie all’intervento della madre che si salvò. Ormai privata delle sue forze e del suo animo combattivo e, forse, conscia di essere giunta alla fine della sua vita, Galla chiese che il corpo del figlio Teodosio, frutto del suo matrimonio con Alarico, fosse portato a Ravenna.
Origini e primi anni
Galla Placidia nasce a Costantinopoli nel 390 dall’imperatore Teodosio e dalla sua seconda moglie Galla, figlia di Valentiniano I: in lei quindi scorre il sangue di due dinastie imperiali quella dei valentiniani e dei teodosiani. La differenza d’età dei suoi genitori è molto significativa: lui 40 anni; lei 16. Nel 410 si trova a Roma e ha poco più di vent’anni quando viene rapita, come bottino di guerra, da Alarico, re dei Visigoti e responsabile del primo sacco di Roma. É costretta a seguire l’esercito visigoto durante marce estenuanti verso il sud della penisola dove il suo rapitore muore; il successore, Ataulfo, quattro anni più tardi, decide di sposarla per garantirsi la possibilità di essere nominato imperatore d’occidente, è, secondo le cronache dell’epoca, anche perché si innamora di quella donna dal forte temperamento e dalla grande preparazione culturale, conseguita grazie ai suoi studi prima a Costantinopoli e poi a Roma.
L’unione con il re visigoto, seppur obbligata, non è completamente sgradita a Galla, che dà alla luce Teodosio e ambisce a farlo riconoscere come imperatore, vista l’incapacità dei fratelli nel guidare l’Impero. Teodosio, però, muore poco dopo la nascita e lo stesso Ataulfo la lascia presto, ucciso da una congiura di palazzo.
Le viene imposto un nuovo matrimonio con il generale romano Flavio Costanzo, da lei aspramente osteggiato perché considerato rozzo e incolto, tanto da farle rimpiangere Ataulfo, che l’aveva sempre rispettata e stimata. Questo suo diverso atteggiamento nei confronti del primo e del secondo marito, differenti per stirpe, origine e soprattutto per il modo di approcciarsi a lei, le ha fatto guadagnare tre titoli: abile, astuta e crudele.
Durante gli anni di reggenza, ha tre grandi nemici: l’inettitudine del figlio, incapace di prendere adeguate decisioni nella gestione del potere; le invasioni dei popoli germanici, che tenta di contenere con l’aiuto del generale Ezio con cui ha sempre un rapporto conflittuale e oppositivo; e le eresie religiose alle quali si oppone ordinando una politica fortemente repressiva soprattutto nei confronti del paganesimo.
Il Matrimonio con Ataulfo
Galla Placidia nacque nel mondo antico e morì nel Medioevo. Venne alla luce intorno al 390 d.C. a Costantinopoli e seguì presto il padre, l’imperatore Teodosio I, in Italia. Ma due tragedie erano alle porte: nel giro di pochi mesi la madre Galla morì di parto nella lontana Costantinopoli e il padre si ammalò d’idropisia e si spense a Milano. L’orfana Placidia rimase in Italia, sola in terra straniera, e fu affidata alle cure di una cugina paterna, Serena, sposata con Stilicone, l’uomo a cui Teodosio aveva lasciato il comando dell’esercito e che, di fatto, dalla sua morte esercitava la reggenza della parte occidentale dell’impero romano. Si trasferì a Roma nel palazzo dei Cesari sul Palatino, in una casa piena d’intrighi. Capì presto di essere una pedina all’interno del mercato matrimoniale per arrivare al trono. Serena e Stilicone avevano dato in spose entrambe le loro figlie all’imperatore Onorio, il suo fratellastro, ma furono matrimoni senza figli. Allora, per avere nella loro famiglia un erede al trono, fecero fidanzare Placidia con il loro figlio maschio, Eucherio. La giovane crebbe dunque accanto al suo promesso sposo, anche se poi il matrimonio non si celebrò.
Rimase a Roma anche durante i terribili anni 408 e 409, quando la città era stretta d’assedio dai goti. Alarico, il loro re, era stato più volte deluso dalle promesse tradite dell’imperatore Onorio e aveva deciso di agire con la forza bloccando la città e i suoi rifornimenti.

Nel 408 Placidia fece il suo ingresso nelle cronache con la sua prima decisione ufficiale, per lei di grande portata emotiva. La cugina Serena, che l’aveva allevata, era stata accusata di avere chiamato i goti ad assediare Roma in rappresaglia per la sorte del marito Stilicone, giustiziato in una congiura di palazzo pochi mesi prima. Il senato la condannò a morte. Tuttavia, dato che da donna era imparentata con l’imperatore, non si poteva eseguire la sentenza senza l’approvazione di un membro della famiglia imperiale. Roma era cinta d’assedio e Onorio era lontano. Quindi il senato si rivolse a Placidia, il rango più elevato in città, e lei diede il suo assenso. Non spiegò mai il motivo e sono state fatte le ipotesi più disparate: fu plagiata dai senatori? Covava rancori verso la cugina? Fu costretta? Non si sa, ma nella decisione di quella diciottenne s'intuisce uno dei tratti della sua personalità autoritaria al limite dell’implacabilità.
Intanto l’assedio di Roma continuava e anche se Placidia non soffrì la fame e le privazioni, la sua adolescenza fu marcata dalla prigionia fra le mura di una Roma in rapida decadenza, già mezza spopolata e trascurata dall’imperatore, davanti alla minaccia dei barbari armati alle sue porte. La città cadde nell’agosto del 410: i goti vi entrarono e la saccheggiarono. Roma era stata profanata.
I goti uscirono dalle mura tre giorni dopo con una prigioniera illustre: Placidia, la sorella dell’imperatore, e fecero rotta verso sud. Volevano raggiungere l’Africa, il territorio più ricco dell’impero, il suo granaio. Cosa dovette vedere la giovanissima Placidia dalle tendine della sua lettiga durante quel viaggio? Il monaco Rufino d’Aquileia, fuggito da Roma, riportò la violenza barbarica, il pericolo delle frecce, l’incendio della fortezza di Reggio, le devastazioni di campagne e città. San Girolamo invece trascrisse i racconti degli scampati coperti di ferite che si aggiravano fra i ricoveri dei monasteri, o il dramma di quelli che, non potendo pagare un riscatto, venivano trascinati via come schiavi.
L’impossibilità di reperire navi per la traversata verso l’Africa obbligò i goti ad arrestarsi in Calabria, dove il loro re Alarico si ammalò e morì. Secondo lo storico Giordane sarebbe stato sepolto sotto il letto del fiume Busento, a Cosenza, con i suoi tesori; tutti gli schiavi che avevano lavorato per deviare temporaneamente il corso del fiume sarebbero stati uccisi perché non rivelassero l’ubicazione della tomba. Ad Alarico succedette il cognato Ataulfo, che decise di tornare indietro e riattraversare la penisola verso nord per arrivare in Gallia. Sempre con Placidia chiusa in una lettiga a domandarsi cosa ne sarebbe stato di lei, ripartirono. Non si trattava della cavalcata di un gruppo di guerrieri, ma della migrazione di un intero popolo: anziani, donne e bambini che vivevano sui carri con tutto quello che possedevano.
Placidia rimase a lungo prigioniera, dato che i goti aspettavano l’occasione giusta per scambiarla. Alla fine decisero di alzare la posta: un matrimonio reale con Ataulfo. Lei acconsentì e nel 414, quattro anni dopo il rapimento, i due si sposarono a Narbona con immensi doni provenienti dal saccheggio delle ville romane e che diventeranno il tesoro dei goti in Spagna.
Si è molto speculato su questo matrimonio tra coercizione, fascino e manipolazione, ma è probabile che, dopo una prigionia così lunga ci fossero stati dei cambiamenti nell’animo di Placidia. Sicuramente lei aveva influenzato immensamente Ataulfo, un barbaro originario della Pannonia che fino a pochi anni prima non aveva mai visto la magnificenza dell’impero romano e conosceva solo regolamenti militari e campi a perdita d’occhio da attraversare sui carri.

Il primo matrimonio di un’erede imperiale con un barbaro fu un evento epocale. Da prigioniera, Placidia aveva aggiunto un titolo nobiliare ai già tanti che possedeva: era ora anche regina dei goti. Dopo le nozze, la coppia si trasferì a Barcellona, dove Placidia poté riposare in una casa vera, finalmente al sicuro in una città romana. Pochi mesi dopo nacque un bimbo, che la coppia decise di battezzare con il nome del nonno: Teodosio. Era chiaro l’intento di dare al piccolo i titoli per essere un pretendente al trono, il primo di sangue misto. Purtroppo però il bambino morì pochi mesi dopo. Fu una perdita che Placidia non dimenticò mai e che sarebbe riaffiorata fino all’ultimo istante della sua vita.
Nel 415 Ataulfo fu assassinato da uno stalliere e con lui se ne andò la possibilità che nascesse un nuovo erede al trono di sangue misto. Gli succedette Sigerico, ostile da subito a Placidia, che umiliò costringendola a marciare davanti al suo cavallo per dodici chilometri. Appena una settimana dopo fu assassinato anche lui. Il successore, Vallia, era un regnante più accorto. Intanto, a Ravenna, Onorio aveva nominato il patrizio Costanzo suo reggente e questi concordò il riscatto con Vallia. Placidia fece dunque rotta verso Ravenna; dopo anni di nomadismo e notti sotto le stelle, tornava in una città torbida, silenziosa, della quale Sidonio Apollinare diceva: «Zanzare e rane, a Ravenna non si trova altro». L’accompagnava un drappello di guerrieri goti come guardia del corpo, che tenne vicino per molti anni a venire. Costanzo mirava al trono e all’inizio del 417 la sposò con l’assenso di Onorio.
Imperatrice e Reggente
Se del matrimonio con Ataulfo si è data una visione romantica, del secondo marito sappiamo, almeno da Olimpiodoro, che Placidia lo detestò. Costanzo era un uomo brutto, pragmatico ai limiti della rozzezza, calcolatore, ma capace di organizzare efficientemente le poche risorse dell’impero romano d’Occidente al tracollo e difendere i suoi fragili confini.
Costanzo salì al trono come co-imperatore nel 421 e lei divenne augusta dell’impero, imperatrice. Fu un periodo breve e relativamente tranquillo per Placidia, che preferì dedicarsi a sviluppare la sua profonda religiosità lasciando le decisioni amministrative al marito che, però, morì improvvisamente pochi anni dopo. Vedova per la seconda volta, si ritrovò in una situazione scabrosa. Sempre secondo Olimpiodoro, il fratellastro Onorio mostrò una predilezione incestuosa per Placidia, che però non cedette. La sua posizione a corte scricchiolò fino a farsi insostenibile. Cacciata da Ravenna si rifugiò a Roma per poi imbarcarsi frettolosamente con i figli su una nave diretta a Costantinopoli, la città dove era nata e che aveva lasciato da bambina.
Qui però l’accoglienza fu tiepida: in molti non le perdonavano quel matrimonio barbaro che aveva rischiato d’inquinare il sangue romano. Lei si ritirò nella casa che la madre le aveva regalato quando era nata, la Domus Placidiana. Ma la sua personalità forte e determinata la fece tornare presto nelle grazie della corte imperiale fino al momento in cui fu raggiunta dalla notizia della morte di Onorio, che non aveva lasciato eredi. Si doveva dunque trovare in fretta un successore e, tra i pretendenti, Placidia era quella che incarnava al meglio la dignità imperiale (era umile ma fiera) e avrebbe saputo difendere la dinastia.

Placidia tornava in Italia, e lo faceva da imperatrice. Non più sorella, figlia o moglie di imperatori: stavolta era lei a detenere il potere assoluto, e lo esercitò dal 425 al 437. S’installò dunque ad Aquileia e qui aspettò che le truppe di Bisanzio, con un inganno, saccheggiassero Ravenna e le portassero Giovanni in catene. Purtroppo, erano anni terribili: i barbari sciamavano per i territori dell’impero romano d’Occidente azzannandone pezzi e mutilandolo con pretese di legittimazione che assomigliavano a ricatti. Le campagne d’Italia erano diventate un campo di battaglia e i tranquilli borghi d’un tratto vennero investiti dalle razzie degli unni e dei goti: frecce e fiamme, saccheggi e stupri.
La violenza irruppe nella vita di tutti, dalle classi più agiate fino alla plebe. Era in questo mondo che Placidia prese il potere e, come gli altri reggenti, non fu capace di fermare la valanga che stava disgregando l’integrità dell’impero. Non lasciò quasi mai Ravenna, lontana dai continui fuochi e ribellioni che si accendevano un po’ ovunque ma non riuscivano a raggiungere lei, chiusa nel palazzo imperiale.

Il Ritiro Religioso e l'Eredità
Nel 437 Placidia abdicò in favore del figlio Valentiniano III. Il misticismo era sempre stato un tratto fondante del suo carattere e da quel momento si occupò sempre più di questioni religiose. Non era riuscita e tenere insieme l’impero romano d’Occidente, e s’impegnò quindi a difendere l’ortodossia cattolica contro le eresie ariane e nestoriane. Erano gli anni in cui si facevano intense, a volte persino sanguinose, le dispute teologiche e Placidia era una donna credente e inflessibile che di notte si ritirava dentro la chiesa di San Vitale a Ravenna, al lume delle candele, a pregare. Furono poche le apparizioni in pubblico: per onorare le personalità ecclesiastiche, come l’investitura del vescovo Pietro Crisologo, oppure per il suo instancabile lavoro di mecenate di chiese e mosaici.
La sua vita stava volgendo al termine, ma il passato ritornava. Il padre aveva incoraggiato un’assimilazione dei barbari nel sangue romano, lei stessa aveva generato il primo pretendente al trono barbaro e ora la figlia Onoria aveva ereditato la sua tempra. Obbligata a fidanzarsi con un senatore anziano, Onoria mandò un anello ad Attila in persona chiedendo di venire a liberarla. Era il gesto folle di una giovane, ma il re degli unni lo interpretò come una promessa di matrimonio e scese pochi anni dopo in Italia a reclamare la sua sposa - e il titolo d’imperatore romano che ne conseguiva. Scoperto l’intrigo, il fratello Valentiniano decise di metterla a morte e solo l’intervento di Placidia poté salvare la ragazza e commutare la pena in esilio. Ormai Placidia aveva esaurito le forze per lottare: nel 450, forse sentendo la fine vicina, chiese che le fosse portata da Barcellona la salma del piccolo Teodosio, il figlio avuto trentacinque anni prima dal goto Ataulfo e morto infante. Solo quando ebbe il corpo del piccolo accanto a sé, morì.

La vita di Galla Placidia è stata un’avventura con sullo sfondo l’agonia dell’impero romano. Per usare le parole della storica Lidia Storoni Mazzolani, era nata nel mondo antico, morì nel Medioevo. La sua vita è particolarmente interessante non solo sul piano personale, ma perché lo studio di essa offre uno spaccato quanto mai suggestivo di quella difficile epoca di trapasso che va dalla fine dell'unità politica del mondo mediterraneo alle grandi invasioni barbariche da cui nascerà, sulle ceneri dell'Impero Romano d'Occidente, l'Europa moderna, cristiana e romano-germanica.
Mausoleo di Galla Placidia - Italiano

tags: #beneplacito #imperiale #nozze #galla #placidia
