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Le taverne ne "I Promessi Sposi": luoghi di perdizione e specchio della società

Nel vasto affresco de "I Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni, le taverne e le osterie emergono come scenari significativi, lontani dai luoghi sacri della narrazione, ma carichi di un profondo valore simbolico e sociale. Questi ambienti, spesso descritti con vividezza, rappresentano non solo luoghi di ristoro o di incontro, ma veri e propri specchi della società seicentesca, con le sue contraddizioni, i suoi pericoli e le sue umanità più nascoste.

Il ruolo delle osterie nella narrativa manzoniana

Manzoni dedica un'attenzione particolare alle osterie, contrapponendole spesso alla purezza e alla spiritualità che ci si aspetterebbe di trovare in un'opera cristiana. Questi locali diventano il palcoscenico di eventi cruciali per lo sviluppo della trama e per la formazione dei personaggi, in particolare di Renzo.

Un luogo tipico della narrativa sette-ottocentesca è "l'osteria" o locanda. Nel settimo capitolo l'osteria diventa il punto di convergenza di due progetti opposti: quello dei bravi e quello di Renzo e Tonio. Nel nono capitolo ritroviamo ancora l'osteria anche se solo citata come punto di ristoro. Dalla lettura di questi capitoli si capisce che l'osteria è un luogo di perdizione, dal quale Renzo deve cercare di stare lontano.

Analizzando i tre episodi che hanno come sfondo l’ambiente dell’osteria, risultano evidenti alcune caratteristiche analoghe. In tutti e tre i casi, Renzo entra nelle osterie al calare del sole. L’osteria manzoniana, come afferma l’oste del paese, ha sempre “tanta gente che va e gente che viene: è sempre un porto di mare”. L’attenzione del narratore si focalizza non tanto sulla descrizione dello spazio, ma sulla rappresentazione dei suoi frequentatori. I grandi protagonisti di questo movimentato mondo sono loro, gli osti, capaci di parlare o di tacere al momento opportuno.

L'oste di Gorgonzola è taciturno, ma la sua indole è chiara: non è uno che si compromette ingenuamente, che mette a rischio la propria sicurezza per gli altri. Gli altri due colleghi sono invece più eloquenti, anche se hanno in comune un intento: guadagnare, usando l’astuzia nelle difficoltà quotidiane, sottraendosi alla violenza dei clienti e alla loro criminalità.

È proprio dal Tabernacolo dei Bravi che ha inizio tutta la storia del romanzo I Promessi Sposi. Mentre si percorre l’Itinerario Manzoniano, nel rione Acquate, dove si trova anche la tradizionale casa di Lucia, si può rivivere l’incontro fatidico che ha luogo nel primo capitolo de I promessi sposi. «…tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, Don Abbondio… Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando com’era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere.»

Insegna di un'osteria del Seicento

La taverna "Luna Piena" e le esperienze di Renzo

Una delle osterie più significative del romanzo è l'Osteria della Luna Piena a Milano. Questo locale malfamato, frequentato da gente di ogni risma, diventa teatro di un episodio cruciale per Renzo durante il tumulto di San Martino.

L'osteria della Luna Piena è una locanda di Milano, dove Renzo si reca in compagnia del poliziotto travestito che lo ha avvicinato in seguito al suo improvvisato discorso alla folla, nella giornata del tumulto di S. Martino (cap. XIV): lo sbirro ha tentato di condurlo direttamente al palazzo di gisutizia, ma Renzo è troppo stanco per proseguire ed entra in questo "usciaccio", fuori dal quale campeggia appunto l'insegna della Luna Piena. Si tratta di un locale malfamato e frequentato da gente di ogni risma, in cui il poliziotto è di casa e dove infatti fa da guida a Renzo: i due attraversano un cortiletto ed entrano attraverso un saliscendi nella cucina, dove c'è una tavola lunga e stretta con due panche ai lati, illuminata da due deboli lumi appesi al soffitto; sulla tavola ci sono bicchieri, fiaschi, dadi, carte da gioco e tutt'intorno siedono degli avventori intenti a giocare e a bere, facendo un gran chiasso.

L'oste è seduto accanto alla cappa del camino e finge indifferenza mentre accudisce il fuoco con le molle, ma in realtà è molto attento e non gli sfugge nulla di quanto avviene nel suo locale. In seguito si apprenderà che conosce perfettamente il poliziotto e gli reggerà il gioco nel cercare di estorcere il nome di Renzo, che maledirà tra sé per la sua ingenuità da contadino.

L'osteria si rivelerà un "luogo di perdizione" per Renzo, il quale finirà per ubriacarsi e, privo di lucidità, cadrà nella trappola del poliziotto che riuscirà a fargli dire il nome per spiccare contro di lui un mandato di cattura (l'uomo lo ha preso per uno dei capi della rivolta, a causa del discorso con cui ha arringato la folla): il giorno dopo, infatti, il giovane sarà svegliato dal notaio criminale e da due birri venuti ad arrestarlo (XV), e riuscirà a sfuggire alla cattura per miracolo grazie all'aiuto di altri popolani, dandosi alla fuga e riparando in seguito nel Bergamasco.

Le esperienze negative accadutegli nell'osteria della "Luna piena" spingono Renzo ad evitare la compagnia di estranei e gli "sfaccendati" dell'osteria di Gorgonzola. Il Renzo di quest'osteria è diverso da quello della "Luna piena". Renzo è, infatti, segnato profondamente da quell'esperienza tanto da evitare le domande in maniera abile senza dare ai propri interlocutori la possibilità di instaurare un dialogo.

R. Focosi, Renzo all'osteria

La taverna come specchio dell'esistenza

Il poeta spagnolo Fernandez de Ribera (1579-1631) descrive l’osteria come specchio dell’esistenza: un universo popolato da persone che arrivano e altre che partono, in apparenza autentiche e non pericolose, ma di fatto spesso ingannatrici e teatranti, spaccone e ruffiane. Quella che all’apparenza potrebbe sembrare una locanda pulita e sicura si rivela, ad un osservatore più acuto, una taverna sporca e insicura.

All’uomo del Seicento l’osteria appare come specchio dell’esistenza, in cui si riflettono le varie qualità degli uomini e del mondo, come spiegava il canonico Antonio Mirandola. È impressa nella mente di ciascuno quella del paese dei due giovani fidanzati in cui Renzo dà appuntamento a Tonio e a Gervaso per organizzare il matrimonio di sorpresa, quella di Milano in cui il giovane si ferma a mangiare e a dormire la sera del tumulto di san Martino, quella di Gorgonzola in cui Renzo si rifocilla per poco tempo, il 11 novembre, prima di fuggire verso l’Adda. È sempre Renzo a trovarsi nell’osteria, verso sera, dopo il tramonto e al termine di una giornata particolarmente movimentata e drammatica. Lucia non vi compare mai.

Perché le pagine dedicate al mondo dell’osteria sono così numerose? Cosa voleva comunicarci Manzoni? Se andassimo a documentarci nelle biblioteche del Seicento, se leggessimo i saggi dell’epoca, scopriremmo che gli intellettuali di quel secolo avevano un repertorio di immagini e di motivi ricorrenti per descrivere il mondo e la realtà. La pazzia, che secondo la fisiologia del tempo nasce da uno squilibrio di umori, con eccesso di bile nera, causa di malinconia, diventa strumento indispensabile di conoscenza: perché in un mondo capovolto (totalmente differente da quello che si pensava fino al secolo prima, in seguito alle scoperte geografiche e astronomiche e alle conseguenti riflessioni antropologiche) la verità risiede nel contrario di se stessa. Grandi letterati mettono il tema della follia al centro delle loro opere: su tutti Shakespeare nell’Amleto e Cervantes nel El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha. Il mondo è come un teatro. L’uomo ritiene di interpretare una parte, come un attore in un’alternanza confusa tra essere e apparire; indossa una maschera ed è compito degli storici e dei moralisti toglierla e vedere cosa ci stia dietro. L’uomo può atteggiarsi a superiorità rispetto alla propria situazione reale (in questo caso si usa il termine «simulazione» per indicare la millanteria) oppure mostrarsi inferiore a come si è, avvalendosi della modestia (atteggiamento descritto all’epoca con la parola «dissimulazione», considerata dall’intellettuale Torquato accetto «onesta»). Il tempo è transeunte, mutevole, passeggero: nella vita, proprio come a teatro, le parti si alternano con repentini capovolgimenti. All’uomo del Seicento il mondo appare anche come un’osteria. Il poeta spagnolo Fernandez de Ribera (1579-1631) descrive l’osteria come specchio dell’esistenza, un universo popolato da persone che arrivano e altre che partono, in apparenza autentiche e non pericolose, ma di fatto spesso ingannatrici e teatranti, spaccone o ruffiane. mostrare le qualità, e gli accidenti del mondo significato per l’osteria, signoreggiata da Luciferone, il quale può esser figura del diavolo […]. Tiranno del mondo è il Diavolo, benché Cristo l’abbia scacciato. […] E l’Osteria è di Luciferone Tiranno. Il mondo, per lo più, è governato da peccatori che prevagliono. […] L’Hosteria è affittata ai Vitij. Il Mondo è abbondante di liti, controversie, e guerre. […] L’Hosteria mantiene risse e discordie. Il Mondo facilmente contiene buoni, e cattivi, qual rete, che raccoglie ogni sorte di pesce. Per lo che a ragione questa Hosteria può significare il Mondo. Pensiero anco di Seneca […]. E vi allude S. Pietro. […]

Illustrazione di Francesco Gonin per I Promessi Sposi: Renzo e l'oste

Le osterie e la cucina manzoniana

Le osterie non sono solo luoghi di incontro e di pericolo, ma anche scenari in cui Manzoni descrive con cura i cibi dell'epoca, offrendo uno spaccato della cucina popolare e delle sue differenze sociali.

Che cibi vengono serviti nelle osterie del romanzo? Nell’osteria del paese di Renzo e Lucia si servono delle polpette «prodigiose, che farebbero resuscitare un morto». Si tratta probabilmente dei mondeghili (termine che deriva dallo spagnolo albondiga, che a sua volta ha radici arabe): piatto tipico della cucina milanese, nato come ricetta di recupero per riutilizzare gli avanzi di carne cotta, impreziositi da mortadella di fegato, pane raffermo ammollato nel latte, uova, formaggio, prezzemolo, noce moscata, sale, pepe, burro e pangrattato. Nel Seicento, le polpette venivano leggermente schiacciate e fritte nel burro fino a doratura.

All’Osteria della Luna Piena, a Milano, a Renzo viene servito lo stufato: piatto rustico, cotto lentamente, servito con pane. Manzoni non ci racconta come sia cucinato. Possiamo immaginare che sia stato preparato con tagli di carne povera, marinata nel vino rosso, profumata e aromatizzata con alloro, chiodi di garofano, cipolla, sedano e carota. Il sugo di cottura è arricchito con pancetta sciolta e burro.

Una volta cucinato, lo stufato si accompagna sempre a fette di pane rustico, per raccogliere il sugo. Piatto economico ma nutriente, lo stufato era ideale per le osterie, perché si poteva tenere in caldo a lungo. Simboleggia la cucina popolare milanese, fatta di recupero e di sapienza contadina: il perfetto contraltare al banchetto aristocratico tenuto nel palazzotto in cui don Rodrigo festeggia con arroganza e protervia, ostentando superiorità e boria.

All’Osteria della Luna Piena lo stufato è accompagnato dal vino: non solo simbolo di sincerità, ma anche di libertà disinibita, sfrenata e libera da ogni coercizione. Ne sa qualcosa Renzo, che rischia addirittura di essere condannato a morte dopo aver rivelato il proprio nome all’osteria, quando ha alzato troppo il gomito.

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Soluzione: MALANOTTE

I PROMESSI SPOSI E IL SUGO DELLA STORIA/17 - Perché compaiono più osterie che chiese nel romanzo?

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