La sedia vuota, che occupa uno spazio ben preciso nell’ambiente, si utilizza quando il protagonista deve dire delle cose ad un altro che egli immagina occupare lo spazio offerto dalla sedia.
Può trattarsi della poltrona dove il padre si sedeva per leggere il giornale, della culla del bambino, della poltroncina del nonno, della sedia del capoufficio, del posto a tavola occupato dal padre, dalla madre, dal marito.
La sedia vuota può essere anche utilizzata per incontri con persone morte o mai nate ma significative nel mondo intrapsichico del protagonista.

Nella pratica, i partecipanti a una sessione di psicodramma si riuniscono a cerchio o semicerchio all’interno del quale si aggiunge una sedia vuota.
Lo psicodrammatista domanda a ciascuno di osservarla e immaginare che vi sia seduto qualcuno con il quale entrare in comunicazione.
Dopo qualche istante di silenzio si chiede a ognuno di raccontare cosa ha provato: alcuni dicono di aver visto una sola persona, altri più di una, altri ancora un genitore defunto o un figlio mai nato e così via.
Una variante può essere quella di chiedere a ciascuno di immaginare una conversazione con qualcun altro che sta sulla sedia vuota e di essere psicodrammaticamente questa persona usandola come doppio.
Nella mia esperienza, mi è capitato diverse volte di usare la tecnica della sedia vuota con persone adulte. Essa è infatti sconsigliata con i bambini.
Utilizzare questa tecnica, seppur semplice così come descritta, non è facile: essa richiede infatti la capacità di contenere la persona in quanto suscita una serie di emozioni molto forti che a volte possono portare anche a degli acting out.
Utilizzai per la prima volta questa tecnica con una paziente verso la cui storia avevo dei sentimenti contrastanti: percepivo un forte dolore, ma non riuscivo a capire da dove provenisse e nonostante io andassi ad indagare diverse aree della sua vita, sembrava che il problema non fosse da nessuna parte. Come se non esistesse.
La paziente riferiva di essere lei quella sbagliata.
Decisi allora di esplorare maggiormente la storia attraverso la sedia vuota: come immaginavo, la paziente non riuscì a dire molto alla persona che con cui stava immaginando di comunicare, ma compresi che quelle poche parole mi stavano dando delle informazioni nuove che potevano rappresentare il nocciolo del problema.
In effetti lo erano e questo fu dimostrato dal fatto che la paziente, appena finita la conversazione, scoppiò in un pianto ininterrotto che facevo io stessa fatica a calmare.
Ci vollero più di dieci minuti prima che la signora riuscì a emettere di nuovo un suono diverso da quello di un pianto: mi confessò che c’era un evento che non mi aveva mai raccontato, non perché non volesse, ma perché probabilmente lo aveva rimosso.

L'influenza della tradizione iconografica, che consentiva di raffigurare soltanto attraverso la simbologia i personaggi sacri, poiché la bellezza della perfezione non distogliesse il fedele dalla preghiera, può essere ricondotta a questo concetto.
Così il “trono vuoto” veniva a simboleggiare la presenza di Cristo.
Allo stesso modo le sedie vuote di Van Gogh evocano una forte, incombente presenza: Gauguin è seduto su quella sedia, seppure non lo si veda.
La sedia di Vincent, in legno e paglia giallo fieno su un pavimento di mattoni rossi, modesta e poco comoda, appare alla luce del giorno.
La sedia di Gauguin, rosso e verde, più ricercata e confortevole, sembra quasi invitare al colloquio con quella di Vincent, comunicando di reciproca fiducia.
Le sedie si danno le spalle, si respingono, non hanno più niente da dirsi, sono contrastanti come il giorno dalla notte, nei quali ciascuna di esse è, separatamente, immersa.
Sopra di esse sono posati alcuni oggetti: una pipa e la borsa del tabacco; due romanzi e una candela.
Oggetti di uso quotidiano, pronti a essere presi o spostati dalla persona a cui essi appartengono, sono segno nostalgico di una presenza.
Come se la loro immobilità contenesse - per contrasto - movimento, nel richiamo profondo di una presenza umana.
L'incontro con Paul Gauguin segna per Vincent un forte legame.
Il pittore - che Vincent considerava un amico ed un maestro - lo raggiunse ad Arles nel 1888, invitato con l’intenzione di costituire una comunità artistica nel sud.
La casa di Arles era il luogo d’incontro quotidiano di Vincent e del suo ospite.
I due pittori vi si sedevano per discutere sull’arte e sul mondo.
L’ultima visita di Gauguin, prima della partenza è strettamente connessa al crollo nervoso dal quale Vincent non si riprenderà mai completamente.
“Dopo aver accompagnato Pa alla stazione, sono rimasto a guardare il treno che si allontanava finchè ho potuto vedere lui o almeno il fumo. Poi sono tornato a casa e ho visto la sedia di Pa accanto al tavolo, dov’erano rimasti, ancor dal giorno prima, i suoi libri e i suoi quaderni.
A questo proposito è necessario osservare quanta di questa infanzia vi sia nell’opera artistica di Van Gogh.
L’immagine della sedia vuota aveva accompagnato Van Gogh fin dalla giovinezza.
A venticinque anni già scriveva la tristezza alla vista della sedia.
Questo oggetto è presente nell’inconscio del pittore come un “ricordo della morte”.
Al momento della separazione da Gauguin l’immagine della sedia vuota torna come reminiscenza in tutta la sua forza.
Alla morte del padre, avvenuta anni prima (1885), Vincent aveva disposto la sua pipa e il tabacco in una natura morta estremamente carica di significato simbolico.
Van Gogh è anche un figlio del suo tempo, ovvero di un secolo (il XIX) in cui, secondo quanto scrive lo storico d’arte austriaco Hans Sedlmayr nella sua opera La perdita del mezzo “furono gli artisti a soffrire più profondamente (…) Nel XIX secolo vi fu un tipo affatto nuovo d’artista tormentato, isolato, folle, disperato, l’artista situato ai confini della pazzia, che prima era stato un caso eccezionale.
Gli artisti del XIX secolo, gli spiriti grandi e profondi, hanno spesso il carattere di vittime che si offrono al sacrificio. (…) condividono tutti una grande solidarietà nel dolore.
Secondo questa visione l’opera di Van Gogh, oltre ad essere il riflesso della propria esistenza personale, è altresì corrispondente alla crisi di tutto un secolo.
In questo senso l’arte e la vita di Van Gogh si collocano su un profilo storico-esistenziale.
Ed è in questa visione che la sua opera si compirà fino alla crisi di follia e al suicidio.

Al matrimonio di Meghan Markle e del principe Harry ci si è a lungo interrogati sul significato della sedia vuota, in chiesa, davanti alla Regina Elisabetta II.
Alcuni hanno sostenuto si trattasse di un omaggio a Diana.
In realtà da protocollo nessuno può sedersi davanti alla sovrana.
Altro che vasi, ceramiche, quadri o soldi per il viaggio di nozze.
Quando si parla di Royal Wedding, i regali destinati agli sposi brillano per originalità.
D'altronde su cosa se non sulle stranezze bisogna puntare per fare un dono gradito a chi ha già tutto?
Ecco che, ad esempio, per il loro matrimonio Kate e William hanno ricevuto un tandem.
Meghan Markle ed Harry, invece, un toro indiano.
E che dire di Mary di Danimarca e del principe Frederik, destinatari di un campo da tennis nuovo e fiammante?
Queste sono solo alcune delle tante stranezze relative ai matrimoni reali del secolo.
Nel libro di Marina Minelli vengono raccontati tanti aneddoti relativi ai vari Royal Wedding.
Sapevate, ad esempio, che il ricamo sul soprabito indossato da Camilla per il matrimonio con Carlo nel 2005 - in realtà per la benedizione a Windsor - riproduceva il disegno di un gioiello appartenuto alla madre della sposa?
In molte famiglie, infatti, il vero protagonista delle Feste non è né il cibo, né la tavola e neppure il senso di famiglia ostentato, talvolta senza pudore, da molte delle nostre fotografie.
È la sedia del nonno o della nonna, volati via durante quest’ultimo anno, è la sedia di un papà o di una mamma che non ci sono più, è la sedia dello zio, del cugino, del nipote.
In molte case è la sedia di un figlio o di mio fratello.
Quelle sedie vuote, così scomode nelle ore in cui tutti si “truccano di felicità”, fanno emergere la solitudine, il dolore, il dramma di una parola che si spezza in bocca, di una lacrima che non si trattiene, di un pensiero che riesce a smuovere perfino i più risoluti buontemponi.
Ma la morte ha molte forme e non è detto che sia sempre quella fisica a dominare la scena.
Quanti rapporti, infatti, sono morti, sono venuti a mancare, sono finiti.
Nel silenzio delle luci di Natale che si spengono rimane così un gusto di assenza, una preoccupazione per il futuro, una recondita paura che l’anno prossimo una di quelle sedie possa essere realmente vuota per un nuovo dolore, per un altro dramma.
Sono vuote anche le sedie delle case dei profughi fuggiti dalla fame, dalla guerra e dalla persecuzione, sono vuote le sedie di chi è morto lo scorso 13 novembre, di chi si è tolto la vita schiacciato dal peso di un’esistenza ritenuta ormai “fallita”, sono vuote pure le sedie dei poveri che non hanno casa e di chi oggi non ha ricevuto neanche una telefonata.
Ma c’è una sedia che è vuota soprattutto nel nostro cuore: è la sedia di quelle parti di noi che non abbiamo davvero accolto, amato, ospitato.
Quella sedia ci guarda, si insinua, ci segue e ci lascia senza parole.
Eppure il Natale è iniziato proprio perché nel mondo c’era questo vuoto, queste sedie vuote.
Il Cielo non ha voluto riempire con la sua presenza un negozio o un trono, ma ha scelto di iniziare a riempire una mangiatoia, un posto vuoto.
Un bambino che ha attraversato il Cielo per venirci incontro e dirci - con le sue lacrimucce - quello che il nostro cuore in questi giorni non riesce davvero a gridare.
Egli è infatti venuto non per spiegarci la vita, o per risolverci i problemi, ma per urlarci con tutto se stesso, semplicemente e umilmente, “Tu mi manchi!”.
E davanti a questa frase così disarmata non resta altro che avere il coraggio - seppur sottovoce - di iniziare a pronunciarla, di permettere a questo Natale di non essere solo la Festa delle luci e dei colori, ma soprattutto di diventare, giorno dopo giorno, la festa di un uomo che ha bisogno del Cielo per guardare tutto.
La sedia vuota
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