L'attribuzione di un carattere "naturale" ai fatti sociali è un processo culturale che, tuttavia, contempla anche il superamento di visioni prototipiche. Queste visioni tendono a negare la diversità come valore intrinseco, promuovendo invece un'idea di un unico modello "normale" o "tradizionale". Questo approccio è ancora in uso quando si parla di famiglie non tradizionali, come quelle omosessuali, spesso definite come "nuove famiglie" o "nuove configurazioni genitoriali".
Il riferimento al termine "nuovo" implica un confronto implicito con un modello preesistente, una norma standard che definisce cosa sia "tradizionale", "classico" o "usuale". Questo modo di categorizzare le famiglie, etichettando ciò che devia dal prototipo come "insolito" o "inatteso", rischia di relegare le configurazioni familiari diverse ai margini della normalità e della legittimità.
È ormai ineludibile la constatazione che la famiglia non può essere più considerata un concetto monolitico. Essa è piuttosto un costrutto complesso che richiede una definizione plurale, in linea con le diverse forme che i sistemi di organizzazione dei rapporti primari hanno assunto nella società contemporanea. Parlare ancora di "famiglia naturale" attribuendo alle "nuove" famiglie una connotazione di "configurazione contro natura" significa assumere la natura/naturalità come un assioma indiscusso, senza problematizzarne l'applicazione alla realtà.
È fondamentale sviluppare una riflessione sul rapporto tra natura e famiglia, ponendo l'accento sulle dimensioni sociali e culturali in cui i fenomeni naturali trovano la loro espressione. La differenza cruciale da fare è tra "natura/naturalità" (dati immediati e fisici, ritenuti ovvi) e "naturalizzazione" (la trascrizione socio-culturale di tali dati entro un sistema di significati prodotto da una determinata cultura o ideologia).
Come sottolinea Chiara Saraceno, citando Durkheim, il potere dei fatti sociali è tale da farli percepire come naturali. Le costruzioni sociali che determinano aspettative non diventano per questo più naturali; l'ovvietà non equivale a naturalità. Assumere questa prospettiva discorsiva implica sospendere la correlazione tra forme familiari "nuove" (non tradizionali) e disfunzionalità, respingendo nell'area dell'anormalità o della patologia ogni struttura che si discosti da un supposto prototipo universale.
Questo approccio può portare alla negazione del diritto all'esistenza di determinate strutture familiari, come nel caso delle famiglie omosessuali in Italia. L'espressione stessa di "famiglia omosessuale" risulta impropria in un discorso sociale che ancora lega indissolubilmente la famiglia alla coniugalità eterosessuale e alla generatività biologica.

Gli studi antropologici, sociologici, giuridici e psicosociali dimostrano ampiamente che la famiglia, lungi dall'essere un'entità naturale, è un'istituzione in continuo divenire, strettamente legata alle dinamiche socio-culturali. È un prodotto socio-culturale e storicamente definito, sottoposto a continui processi di modificazione.
Non c'è nulla di meno naturale della famiglia; essa e la coppia sono tra le istituzioni sociali più regolate. La famiglia nucleare eterosessuale è una delle tante forme possibili di organizzazione dei rapporti primari, ma non l'unica. È necessario consentire la legittimazione di modelli familiari e genitoriali visti nella loro specificità e peculiarità.
Esistono oggi famiglie differenti per struttura, modalità relazionali, gestione dei compiti di sviluppo e capacità di affrontare le sfide della contemporaneità. La differenza tra forme familiari non deve portare a logiche di contrapposizione, ma a dinamiche di integrazione e convivenza, promuovendo una cultura delle differenze che veda la pluralità come valore e ricchezza.
Questo orientamento permette di depatologizzare i contesti genitoriali differenti da quelli tradizionali e di individuare i punti di forza specifici dell'esercizio delle funzioni genitoriali in essi. La famiglia e la genitorialità omosessuale rappresentano una delle possibili composizioni del sistema familiare e una delle possibili espressioni della genitorialità, al pari di tutte le altre.
L'individuazione delle sovrastrutture attraverso cui è stato costruito l'ideal-tipo di famiglia naturale apre uno spazio di interrogazione sulle radici concettuali dell'oggetto "famiglia". Cosa definisce la famiglia, una volta riconosciuto che struttura e configurazione sono dimensioni socialmente costruite? Ciò che definisce la famiglia è il sistema delle relazioni, il mondo degli affetti, la comunità dei legami.
La famiglia funzionale è quella in cui le relazioni offrono sicurezza, cura, contenimento, protezione, sostegno, supporto e adeguati processi educativi. È quella in cui i legami implicano reciprocità, responsabilità, sensibilità, sintonizzazione affettiva e condivisione. È quella in cui gli affetti sono positivi e amplificano l'amore e la cura. Questi sono gli elementi che definiscono la competenza genitoriale, non l'orientamento sessuale.
Famiglie Omosessuali: Il Punto di Vista dei Genitori
Domandarsi se gay e lesbiche possano esercitare la genitorialità in modo valido e competente significa in realtà interrogarsi se le persone omosessuali possano svolgere tale funzione al pari degli eterosessuali. Questo approccio collude con l'idea che la genitorialità sia strettamente connessa all'eterosessualità, senza mai mettere in discussione se l'orientamento eterosessuale possa influenzare negativamente le competenze genitoriali.
Qual è la relazione tra l'esercizio della funzione genitoriale e l'orientamento omosessuale? Non esistono presupposti teorico-concettuali, al di là di visioni preconcette, per affermare che un soggetto omosessuale sia incapace di esercitare la funzione genitoriale. Allo stesso modo, non ci sono variabili che dimostrino inequivocabilmente che un soggetto eterosessuale sia "di default" competente.
I casi di maltrattamento e abuso in famiglie nucleari con genitori eterosessuali dimostrano che l'eterosessualità non è garanzia di adeguata genitorialità. La grave disfunzionalità di tali famiglie è da collegare a complessi fattori di rischio interagenti, non all'orientamento sessuale dei genitori.
L'opposizione all'omogenitorialità cela, in realtà, un atteggiamento di ostilità e rifiuto nei confronti dell'omosessualità, basato su un modello culturale che individua nell'eterosessualità l'unico modo legittimo di espressione dell'orientamento sessuale (eteronormatività). Sfidare il paradigma eteronormativo significa destrutturare i fondamenti di quel dispositivo di regolazione socio-simbolica che esclude ciò che non si conforma alle aspettative sociali.

È importante ribadire che l'orientamento sessuale è una variabile assolutamente indipendente dalla funzione genitoriale e dal suo esercizio. Non vi è motivo di rassicurare sulla capacità genitoriale di un soggetto omosessuale, poiché ciò implicherebbe un criterio di giudizio errato.
I Figli dei Nuclei Omosessuali
Gli studi sull'omogenitorialità, iniziati negli anni settanta, hanno mostrato come i bambini cresciuti in famiglie omosessuali siano del tutto comparabili, in termini di sviluppo, ai figli di coppie eterosessuali. Non si sono riscontrate differenze statisticamente significative rispetto a costrutti come autostima, benessere psicologico e fisico, adattamento personale e sociale, successo scolastico o comportamenti devianti.
Documentario Anyone and Everyone di Susan Polis Schutz (56 min)
Le indagini condotte per oltre quarant'anni non consentono di riscontrare differenze significative nemmeno rispetto ai comportamenti di genere o alle preferenze. L'orientamento sessuale dei genitori e la specifica configurazione strutturale della famiglia non hanno alcuna ricaduta disfunzionale sui figli e sul loro percorso evolutivo.
Tuttavia, il tema del matrimonio, specialmente in contesti televisivi e legali, solleva questioni complesse. Programmi come "Matrimonio a prima vista" mettono in scena matrimoni tra sconosciuti, basati su studi di compatibilità, ma con conseguenze legali che i partecipanti spesso sottovalutano. La burocrazia, i contratti con la produzione e le irregolarità formali possono portare a complicazioni legali, come l'impossibilità di separarsi facilmente.
Dal punto di vista legale, un matrimonio contratto in televisione, anche se basato su un contratto con la produzione, genera obblighi civili vincolanti. I problemi sorgono quando, al termine del programma, i coniugi desiderano separarsi e si scontrano con ostacoli burocratici o legali, come date errate negli atti o irregolarità nella celebrazione.
In alcuni casi, i tribunali hanno respinto le richieste di annullamento basate sul timore delle penali previste dai contratti di produzione, argomentando che i partecipanti hanno acconsentito volontariamente al matrimonio e alle sue conseguenze. Le conseguenze successorie, derivanti da un matrimonio validamente contratto, non sono da sottovalutare.
La normativa internazionale e nazionale pone un forte accento sulla tutela dei minori e sulla prevenzione dei matrimoni forzati o precoci. Le riforme legislative in paesi come la Germania mirano a stabilire un limite minimo per contrarre matrimonio e a qualificare come invalide le unioni contratte da minori. Tuttavia, l'applicazione di tali norme solleva questioni complesse riguardo al riconoscimento dei matrimoni contratti all'estero e alla tutela dei diritti fondamentali degli individui coinvolti.
La Corte Costituzionale tedesca, ad esempio, ha ritenuto incostituzionale il divieto totale di riconoscimento dei matrimoni precoci contratti all'estero, sottolineando la necessità di una valutazione caso per caso e di considerare le conseguenze del mancato riconoscimento, in particolare per quanto concerne i rapporti patrimoniali e familiari.
La questione dei matrimoni precoci e forzati evidenzia come le norme giuridiche debbano bilanciare la tutela dei soggetti più vulnerabili con il rispetto dei diritti individuali, come il diritto al matrimonio e al rispetto della vita familiare. La valutazione della maturità del minore e delle circostanze specifiche del caso è fondamentale per evitare decisioni che possano pregiudicare gli interessi superiori del minore stesso.
Infine, il tema della violenza di genere e dei pregiudizi giudiziari legati a stereotipi di genere è di cruciale importanza. Sentenze che riducono la violenza domestica a "liti familiari" o che attribuiscono la colpa alla vittima, basandosi su pregiudizi radicati sui ruoli di genere, perpetuano un sistema di disuguaglianza e ostacolano una risposta giudiziaria adeguata. La Convenzione di Istanbul sottolinea la necessità di eliminare pregiudizi e stereotipi che portano a una risposta inadeguata alla violenza di genere.
È fondamentale che il sistema giudiziario riconosca il movente di genere come causa della violenza maschile contro le donne, piuttosto che ridurlo a gelosia o a reazioni emotive incontrollabili. Solo attraverso una profonda riflessione sui modelli culturali e sugli stereotipi che influenzano le decisioni giudiziarie sarà possibile garantire una giustizia equa e non discriminatoria.
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