L'apostolo Pietro, identificato come autore della Prima Lettera, si rivolge ai credenti dispersi e perseguitati con parole di incoraggiamento e speranza. Sebbene la persecuzione potesse portare alla disperazione, Pietro invita a considerarla un privilegio, un'opportunità per gioire nel soffrire per Cristo, così come Egli stesso ha sofferto per noi.
La Prima Lettera di Pietro, scritta probabilmente tra il 60 d.C., è un messaggio di speranza per i credenti che affrontavano intense persecuzioni. L'autore, l'apostolo Pietro, conosceva profondamente la sofferenza, avendo sperimentato minacce, punizioni e incarcerazioni per aver predicato la Parola di Dio.
Il messaggio centrale della lettera è la perseveranza nella fede, senza amarezza e con speranza in Gesù Cristo. Pietro attinge alle sue esperienze personali con Gesù e ai sermoni del libro degli Atti per offrire un incoraggiamento pratico. Egli afferma che Satana è il nemico di ogni cristiano, ma la certezza del ritorno di Cristo offre un incentivo di speranza.
La santità e la nuova speranza
Benedetto sia Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati a una viva speranza per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti. Questa nuova speranza è un'eredità incorruttibile, purissima e inalterabile, riservata nei cieli per coloro che sono custoditi dalla fede per la salvezza che sarà manifestata nell'ultimo tempo. Di ciò voi esulterete, anche se ora sia necessario trovarsi per un poco afflitti da diverse prove, affinché la prova della vostra fede, molto più preziosa dell'oro, sia trovata degna di lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo.
Pietro esorta i credenti a tenere cinti i lombi della mente, ad essere sobri e ad avere perfetta speranza nella grazia offerta nella manifestazione di Gesù Cristo. Come figli di obbedienza, non devono conformarsi ai desideri dell'ignoranza passata, ma sull'esempio del Santo che li ha chiamati, devono essere santi in tutto il loro operare. "Siate santi, perché io sono santo," ricorda Pietro, citando Levitico 11:44.
La santità, spiega Pietro, non si ottiene osservando la legge, ma per la grazia concessa a tutti coloro che credono in Cristo. La certezza della vita eterna è data a tutti i cristiani. Un modo per assomigliare a Cristo è condividere la Sua sofferenza, sopportando insulti e denigrazioni, una sofferenza minore rispetto a quella che Cristo ha sopportato per noi sulla Croce.
Pietro fa riferimento a Isaia 28:16 e Salmi 118:22, spiegando che la "pietra angolare" si riferisce a Cristo, rifiutato dagli Ebrei per la loro disobbedienza. Altri riferimenti all'Antico Testamento includono il concetto di Cristo senza peccato (1 Pietro 2:22 / Isaia 53:9) e gli incoraggiamenti ad avere una vita santa attraverso il potere di Dio (1 Pietro 3:10-12; Salmi 34:12-16; 1 Pietro 5:5; Proverbi 3:34).

Il matrimonio degli apostoli e la sequela di Cristo
La questione se Pietro fosse sposato e se abbia dovuto lasciare sua moglie per seguire Gesù è un tema che emerge dalle Scritture. I Vangeli menzionano che Gesù guarì la suocera di Pietro, indicando che egli avesse una moglie (Marco 1:29-31). Tuttavia, i Vangeli non entrano nei dettagli della sua vita familiare dopo la chiamata di Gesù.
È interessante notare che Gesù non chiamò uomini celibi alla sequela, poiché il matrimonio era la norma nella tradizione giudaica, in linea con gli insegnamenti della Sacra Scrittura. Geremia, un profeta celibe, era considerato un'eccezione.
Quando Gesù chiamò i primi discepoli, sapeva che erano uomini sposati. Il matrimonio non era un impedimento per la sequela del Signore. Anzi, seguire Gesù toccava gli aspetti più intimi delle persone, dando un nuovo orientamento alla loro vita relazionale e creando una nuova appartenenza alla famiglia di Gesù.
Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi (9:5), chiede retoricamente: "Non abbiamo il diritto di portare con noi una sposa credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?". Questa domanda rivela che gli altri apostoli e i "fratelli del Signore" erano sposati e portavano le loro mogli in missione, a differenza di Paolo e Barnaba.
La vita familiare all'interno della sequela poteva portare a conflitti o a maggiore unione, mostrando la complessità dell'argomento. Inizialmente, fino a quando il ministero di Gesù si svolse in Galilea, gli apostoli rimasero legati alle loro famiglie, ospitati nelle case dei discepoli. La "casa" di Pietro a Cafarnao, riportata alla luce dagli scavi archeologici, testimonia questa assiduità di rapporti.
Tuttavia, il Vangelo di Luca (18:28-30) riporta le parole di Pietro: "Noi abbiamo lasciato tutte le nostre cose e ti abbiamo seguito". Gesù rispose che nessuno che abbia lasciato casa, moglie, fratelli, genitori o figli per il regno di Dio, non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna. Espressioni più forti indicano le divisioni che potevano verificarsi in una famiglia a causa della conversione alla fede cristiana.
Gesù non invitava all'odio, ma affermava l'esigenza radicale del Vangelo: amare Lui più della propria vita significa amare tutto in Lui. Di questo atteggiamento è espressione il celibato per il Regno dei cieli, un dono e un segno per tutti, ma non l'unica condizione di vita per seguire il Signore.

Pietro e il primato nella Chiesa
La Chiesa cattolica, la Chiesa ortodossa e molte Chiese riformate riconoscono a Pietro un ruolo preminente tra gli apostoli. Gesù promise a Pietro che su di lui avrebbe fondato la sua Chiesa, poiché Pietro fu il primo a riconoscerlo come il Messia e il Figlio del Dio vivente.
Gesù chiamò Simone con l'appellativo "Pietro", un nome profetico che indicava la sua missione particolare. Sebbene il genere della parola "pietra" in greco (petra) sia femminile, si ritiene che questo sia un requisito grammaticale dovuto alla traduzione dall'aramaico, mantenendo il gioco di parole.

Un'altra fonte del primato petrino si trova nel Vangelo di Giovanni (21:15-17), dove Cristo dice a Pietro per tre volte: "Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle". Questo incarico, ripetuto per tre volte in ricordo del triplice rinnegamento di Pietro, affida a lui l'intero gregge di Cristo, tutte le nazioni e l'intera Chiesa.
Nella Prima Lettera di Pietro (2:1-8), l'apostolo stesso si riferisce a Gesù come "pietra vivente", rigettata dagli uomini ma eletta e preziosa davanti a Dio. Anche i credenti sono edificati come pietre viventi per essere una casa spirituale.
L'apostolo Paolo, in 1 Corinzi 3:10-21, si riferisce a Gesù Cristo come "pietra del fondamento". Sebbene nel Nuovo Testamento non sembri che Pietro sia stato considerato dagli altri apostoli come pietra del fondamento, essi lo chiamarono "Cefa", che significa appunto "pietra".
La Chiesa cattolica fa derivare il primato papale dall'affermazione attribuita a Gesù nel Vangelo di Matteo (16:18): "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa". A Pietro sono affidate le chiavi del Regno dei Cieli, metafora semitica per indicare l'investitura di un potere.
Tuttavia, le Chiese protestanti non riconoscono alcun primato al Vescovo di Roma, ritenendo errata la struttura episcopale della chiesa e l'interpretazione cattolica del mandato petrino. Molti sostengono che il brano in Matteo 16 riguardi solo Pietro e non i suoi presunti successori.
Il celibato apostolico e la vocazione
Il celibato apostolico è stato oggetto di discussione e interpretazione. Alcuni ritengono che il matrimonio sia per i "soldati" di Cristo, mentre il celibato sia per lo "stato maggiore". Tuttavia, questa metafora non implica disprezzo per il matrimonio, ma sottolinea la superiorità e il valore soprannaturale del celibato apostolico.
Il matrimonio è considerato una vocazione divina e un cammino di santità. L'amore umano e santo dei coniugi è benedetto, e i coniugi sono ministri e materia del sacramento del matrimonio.
Il celibato, fondato su motivi spirituali, è una dottrina di fede della Chiesa. Esso offre una maggiore libertà di cuore e di movimento per dedicarsi all'apostolato. Tuttavia, questo non sminuisce l'importanza del ministero dei laici sposati, che svolgono un apostolato meraviglioso e di primaria importanza.
Il celibato "propter regnum coelorum" (per il regno dei cieli) è una scelta volontaria per servire Dio senza le distrazioni della vita familiare. Non può essere imposto da una chiesa, ma è una vocazione speciale che alcune persone abbracciano.
La Bibbia mostra che molti cristiani che ricoprivano cariche religiose nel I secolo, incluso l'apostolo Pietro, erano sposati. Il matrimonio è un legame sacro che deve essere mantenuto inviolato.
Il celibato è una condizione che alcune persone abbracciano volontariamente per amore del Regno dei cieli, per servire Dio senza le distrazioni dei doveri e delle difficoltà della vita familiare privata. Questo non può mai essere legittimamente ordinato da una chiesa per il suo clero o ad una parte dei suoi membri. Il celibato, persino tra coloro che servono Dio in un ministero a tempo pieno, rappresenta l'eccezione piuttosto che la regola.
Nessuno che sceglie di essere celibe è libero di avere relazioni sessuali con chiunque ed in qualsiasi momento. Il vero celibato implica la pratica della castità inviolata. Vediamo allora che il celibato è destinato a coloro che trovano una grazia speciale con Dio tanto da trascendere il desiderio sessuale e il bisogno di un coniuge. Questo stato di celibato è destinato ad un gruppo di persone relativamente ristretto, ed è una scelta (o una chiamata) sostenuta solo tra l’individuo e Dio; non può essere prescritta da nessuno per qualcun’altro.
La Scrittura mette in guardia tutte le persone e le sedicenti autorità religiose dal proibire il matrimonio per quelli le cui vite sono moralmente sane. Questa proibizione contraddice direttamente la testimonianza di Dio riguardo al matrimonio, che deve essere rispettato da tutti (Ebrei 13:4).
Il Dio dell'Antico Testamento è diverso dal Dio del Nuovo Testamento?
La certezza della vita eterna viene data a tutti i Cristiani. Un modo per assomigliare a Cristo è quello di condividere la Sua sofferenza. Per noi questo si traduce nel sopportare insulti e denigrazioni da parte di coloro che ci considerano troppo buoni e ingenui. Questa nostra "sofferenza" è molto minore rispetto a quella che Cristo ha dovuto sopportare per noi sulla Croce.

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