Il matrimonio combinato è una pratica sociale e culturale in cui la scelta del partner non è demandata alla libera volontà dei futuri sposi, bensì a terze persone, solitamente familiari. Questo fenomeno, radicato in diverse culture e contesti sociali, solleva importanti questioni etiche, legali e sociali che meritano un'analisi approfondita, soprattutto nel contesto italiano.
Che cosa sono i matrimoni forzati? Come avvengono e perché?
I matrimoni forzati, o imposti, non sono tipici di una singola religione o cultura, né toccano esclusivamente famiglie di una specifica fede. Le Convenzioni internazionali spesso assimilano matrimoni imposti e matrimoni combinati. Tuttavia, alla luce del lavoro teorico e pratico che si svolge contro la violenza di genere, il confine tra matrimonio combinato, accettato, e matrimonio imposto deve essere tracciato dalla stessa persona che si rende conto di aver subito un’imposizione, oppure accetta la proposta di matrimonio che le viene fatta. Questa prospettiva è accettata dai Musulmani d’Europa, che affermano anche la facoltà della giovane di sostituire il proprio walii, il tutore (normalmente il padre) se vuole costringerla a nozze non gradite.
La pratica di combinare i matrimoni dei figli, che può sfociare nella loro imposizione, si ripropone in situazioni di emigrazione nella misura in cui il tessuto sociale comunitario - famiglie di provenienza da particolari regioni o strati sociali dei paesi di origine - sostiene ancora la legittimità della scelta genitoriale. Tale scelta è talvolta (ma sempre più spesso) contestata dalle generazioni più giovani, cresciute in un ambiente culturale in cui le relazioni sentimentali sono scelte dagli individui stessi con maggiore libertà.
In Italia, il fenomeno delle spose bambine e dei matrimoni combinati ha una presenza limitata, principalmente nelle aree urbane con alta concentrazione di comunità straniere; spesso rimane sommerso per la difficoltà di monitoraggio e segnalazione. Il matrimonio precoce è un’unione formale o informale in cui uno o entrambi gli sposi non hanno raggiunto la maggiore età. È un’unione guidata dalle famiglie, che hanno un ruolo importante nella scelta del partner e nell’organizzazione della cerimonia; a volte uno o tutti e due gli sposi non hanno espresso il loro pieno e libero consenso all’unione e subiscono violenze psicologiche e fisiche che li forza al matrimonio.
Differenza tra matrimonio combinato e forzato
Nel matrimonio combinato, nonostante l'arrangiamento familiare, entrambe le parti mantengono teoricamente il diritto di rifiutare la proposta. Il matrimonio forzato, invece, comporta coercizione e viene considerato una violazione dei diritti umani. L’articolo 16 (2) della Dichiarazione universale dei diritti umani stabilisce che il matrimonio deve basarsi sul libero e pieno consenso degli sposi. Vi è anche una apposita Convenzione sul consenso al matrimonio, l’età minima per il matrimonio e la registrazione dei matrimoni (CCM) adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 7 novembre 1962, che al punto 1 stabilisce: “Non verrà contratto legalmente alcun matrimonio senza il pieno e libero consenso dei partners”.
Il matrimonio forzato è spesso menzionato nei documenti ONU tra le violenze ai danni delle donne. Il problema vero è quale sia la considerazione sociale delle donne e quali spazi ci siano per la libertà femminile. Se ci sia tanta o poca violenza (leggi anche: matrimoni imposti) può non essere in sé un indicatore valido di disagio delle donne in generale perché laddove una donna vive in una schiavitù senza speranza, la violenza è strutturale e se lei accetta la sua posizione non verrà probabilmente maltrattata più di tanto, al contrario di una donna che si ribella e che incontrerà una più intensa violenza repressiva. Difficilmente infatti il matrimonio imposto è un fenomeno isolato, esso accade sempre in famiglie che limitano in molti modi la libertà femminile, anzi l'imposizione di un matrimonio è generalmente il rimedio a quelli che sono giudicati eccessi di libertà femminile.
Alcune fonti negano che vi sia una distinzione - con un’evidente funzione anti-immigrazione di questa negazione. Nel rapporto del Consiglio d’Europa Les mariages forcés anche i matrimoni di comodo sono inclusi sotto l’etichetta di matrimoni forzati. Occorre inoltre che siano promosse campagne di informazione rivolte alle donne migranti al fine di prevenire ed evitare matrimoni forzati o concordati, mutilazioni genitali o altre forme di costrizione psicologica o fisica. Se la maggior parte degli scriventi sostiene una differenza tra matrimonio combinato e forzato, alcuni sostengono la coincidenza tra i due concetti e propongono misure restrittive soprattutto ai ricongiungimenti familiari per i casi di matrimoni combinati. Altri esprimono il timore che sotto l’ampio mantello dei “matrimoni combinati” vi siano molti casi di violazioni dei diritti individuali. Se anche solo una di due persone che si sono sposate o stanno per farlo si sente costretta al matrimonio contro la propria volontà, si tratta di un matrimonio imposto. Spostarci su questo piano soggettivo significa dare rilievo al fatto che, come tutte le istituzioni sociali, anche il matrimonio ha sempre in sé un elemento di costrizione, includendo questioni legate alla povertà, alla gravidanza e alla sessualità, nonché norme e aspettative sociali sostenute da strutture e istituzioni patriarcali.
La separazione dei due è chiaramente un tentativo di accettare diverse pratiche culturali, ma questa dicotomia sembra rendere invisibili alcune delle forme di coercizione più sottili che a volte possono portare a uno “slittamento” tra matrimoni combinati e forzati. Diversi studi contestano il binarismo tra matrimoni forzati e combinati in quanto non considera il continuum che sociologicamente si può individuare tra costrizione e consenso. In altri testi si sottolinea lo slittamento possibile tra matrimonio combinato e matrimonio forzato, considerando questo una sottospecie del primo, e si sottolinea come la forzatura nasca in un contesto di sostegno sociale alle azioni dei genitori.

Chi sono le spose bambine
Le spose bambine sono bambine o ragazze (anche di 10-11 anni) costrette a sposarsi precocemente, ovvero prima di raggiungere la maggiore età. Le cause principali di questo fenomeno sono: povertà estrema, che spinge le famiglie a considerare le figlie come un peso economico, una condizione di riscatto (cambio di classe sociale) o guadagno; tradizioni culturali e religiose radicate; mancanza di accesso all’istruzione; disuguaglianza di genere sistemica.
Secondo UNICEF e Save the Children, le spose bambine affrontano rischi significativi per la salute, tra cui: complicazioni durante la gravidanza e il parto, principale causa di morte per le ragazze tra i 15 e i 19 anni nei paesi in via di sviluppo; maggiore vulnerabilità a malattie sessualmente trasmissibili; elevato rischio di subire violenza domestica e abusi. Dal punto di vista sociale ed economico, il matrimonio precoce interrompe bruscamente l’istruzione delle ragazze, limitando drasticamente le loro opportunità future.
Diffusione globale e statistiche
Secondo l’UNICEF, ogni anno circa 12 milioni di ragazze vengono date in sposa prima dei 18 anni, equivalenti a una ogni tre secondi. Questo fenomeno evidenzia la persistenza delle spose bambine, nonostante i progressi fatti negli ultimi decenni. Per quanto riguarda i matrimoni combinati, le statistiche rivelano una distribuzione variabile a livello globale: in Asia meridionale, circa il 40% dei matrimoni sono ancora combinati; nel Medio Oriente la percentuale si attesta intorno al 30%; in alcune comunità dell’Africa occidentale, la pratica supera il 50%. Nonostante un graduale declino della pratica nelle aree urbane e tra le popolazioni più istruite, il matrimonio combinato rimane profondamente radicato nelle zone rurali e tra le comunità tradizionali, dove rappresenta ancora una norma culturale.
Entro un minuto da quando hai fatto partire il cronometro 23 ragazze con meno di 18 anni si sono sposate. Nei cinque minuti di una pausa caffè il loro numero è salito a 115 e in un’ora è arrivato a quota 1.380. Alle cosiddette “spose bambine” vengono infatti negati diversi diritti umani fondamentali, a partire da quello all’istruzione. Sono costrette a lasciare la famiglia d’origine per essere inserite all’interno di quella del marito, esposte a un rischio maggiore di subire violenza fisica e sessuale. Quasi la metà (il 45%, ovvero 290 milioni) vive nei Paesi dell’Asia meridionale e il 20% (circa 127 milioni) nell’Africa sub-sahariana.
Disparità e discriminazioni di genere. In molti Paesi prevale ancora una visione patriarcale in base alla quale l’uomo è superiore alla donna, il cui unico ruolo nella società è quello di moglie e madre. In questi contesti, investire nell’istruzione femminile o favorire il loro inserimento sul mercato del lavoro è spesso fuori discussione. Povertà. Non è un caso che nei Paesi più poveri del mondo i matrimoni precoci interessino il 40% delle bambine e delle ragazze, un tasso doppio rispetto alla media globale. Per le famiglie più povere dare in sposa una o più figlie è un modo per garantire la sopravvivenza del resto del nucleo familiare. Il pagamento della dote. Si tratta di un aspetto indirettamente collegato al tema della povertà: in molti Paesi (tra cui ad esempio l’India) è ancora in vigore la prassi di prevedere il pagamento di una dote da parte della famiglia della sposa a quella dello sposo. Guerre e situazioni di insicurezza.
Aspetti legali in Italia
La legislazione italiana adotta un approccio articolato che distingue tra matrimoni combinati e matrimoni forzati. I matrimoni combinati non sono di per sé illegali, ma devono rispettare requisiti fondamentali: consenso libero e informato di entrambe le parti, età minima legale per il matrimonio, assenza di coercizione o minacce. I matrimoni forzati sono esplicitamente vietati e puniti dall'art. 558-bis del Codice Penale. Prevedono pene severe per chiunque costringa al matrimonio, induca al matrimonio persone di età inferiore ai 18 anni o approfitti di condizioni di vulnerabilità.
Il matrimonio forzato in Italia è penalmente perseguibile grazie alla legge 19 luglio 2019, n. 69 che, all'art. 7, prevede l'introduzione dell'art. 558-bis del Codice Penale (Costrizione o induzione al matrimonio). Viene quindi punito con la reclusione da uno a cinque anni chiunque obblighi un'altra persona a contrarre matrimonio od unione civile mediante qualsiasi tipo di minacce e/o violenze, anche se il fatto avviene fuori dal territorio italiano nei confronti di un italiano o di un cittadino non italiano residente in Italia da parte di un italiano o di un cittadino non italiano residente in Italia. La nuova normativa prevede che “Chiunque, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. La stessa pena si applica a “chiunque, approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di di inferiorità psichica o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità derivante dall’affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile”. L’adozione del Codice Rosso costituisce certamente un passo avanti rispetto alla situazione precedente, in cui i matrimoni forzati non erano criminalizzati, ma permangono alcuni problemi riguardo all’approccio al matrimonio minorile, che non è presente nella Legge 69/2019 come fattispecie a sé, ma la minore età è descritta come semplice aggravante all’interno del fenomeno del matrimonio forzato.
I primi dati ufficiali dopo l’introduzione di tale norma sono stati diffusi dal Servizio analisi della Polizia criminale e coprono il periodo che va da agosto 2019 a maggio 2021. Sono stati identificati 24 matrimoni con reati cosiddetti di “costrizione o induzione al matrimonio”, di cui l’85% a danno di donne, il 73% perpetrato da maschi; un terzo sono matrimoni minorili e il 9% delle vittime sono bambine con meno di 14 anni, il 27% invece ha tra i 14 ed i 17 anni; il 59% delle vittime è straniero. Tuttavia, negli ultimi anni, iniziative di ONG locali e regionali hanno individuato numeri molto più alti, ad esempio nel 2009 l’Associazione Trama di Terre aveva identificato 33 matrimoni forzati solo nell’Emilia Romagna.
Perché viene fatto un matrimonio combinato
Il contesto sociale e le aspettative della comunità di appartenenza influenzano fortemente la persistenza dei matrimoni combinati, con famiglie e individui che spesso si conformano a questa pratica per evitare lo stigma sociale e proteggere la reputazione familiare. Nelle società dove i matrimoni combinati sono parte integrante della tradizione, questa pratica si configura come un vero e proprio strumento di conservazione culturale e coesione sociale. Le famiglie che sostengono questa pratica la vedono come un modo per mantenere vive le proprie tradizioni culturali e religiose. In particolare, nelle comunità minoritarie o diasporiche, il matrimonio combinato diventa uno strumento per mantenere vivi i legami con le proprie radici culturali. Questo aspetto assume particolare rilevanza in contesti multiculturali, dove le famiglie temono che i propri figli possano perdere il contatto con la loro eredità culturale.
Il matrimonio combinato viene fatto anche per dare continuità ai valori familiari: le famiglie credono che unendo persone con background simili e valori condivisi, si possa creare un ambiente più stabile per la crescita delle future generazioni. Questa continuità non riguarda solo aspetti culturali astratti, ma anche pratiche quotidiane, stili di vita e modalità di educazione dei figli. Infine, creando nuove connessioni attraverso il matrimonio, le famiglie costruiscono reti di supporto più ampie e rafforzano il tessuto sociale della loro comunità.
In più, le famiglie sostengono i matrimoni combinati basandosi su: la propria esperienza positiva di matrimonio combinato; la convinzione che i genitori, con la loro maggiore esperienza di vita, possano fare scelte più oculate; la credenza che l’amore romantico non sia un prerequisito per un matrimonio di successo; l’idea che i sentimenti si sviluppino naturalmente dopo il matrimonio. Nel contesto contemporaneo, il matrimonio combinato assume anche una dimensione pragmatica, presentandosi come soluzione per chi cerca un partner culturalmente compatibile e affidabile attraverso reti familiari fidate, evitando le incertezze delle relazioni moderne e garantendo una maggiore probabilità di match basati su valori e background simili.

Conseguenze dei matrimoni combinati
I matrimoni combinati influenzano profondamente le dinamiche familiari e relazionali, con un impatto significativo sulla salute mentale. Le coppie in matrimoni combinati tendono a riportare punteggi più bassi nelle aree di valutazione positiva di sé, integrazione della personalità e autonomia rispetto alle coppie sposate per amore. Inoltre, lo studio ha rilevato che la percezione della realtà e l’attitudine orientata al gruppo sono meno sviluppate, suggerendo una minore capacità di affrontare le sfide relazionali e sociali. D’altro canto, il supporto familiare può fungere da elemento protettivo, contribuendo ad alleviare le difficoltà iniziali dell’adattamento alla vita matrimoniale.
Conseguenze psicologiche
Gli effetti psicologici dei matrimoni combinati sono complessi e dipendono da diversi fattori, inclusi il genere e il contesto sociale. Le coppie in matrimoni combinati possono manifestare livelli più elevati di ansia e conflitti tra aspettative personali e familiari. Questo può derivare dalla sensazione di avere una limitata libertà di scelta o dalla pressione di sviluppare sentimenti per un partner scelto da altri. In uno studio condotto in Nepal, è stato scoperto che le donne in matrimoni combinati, specialmente se non hanno avuto voce nella scelta del coniuge, mostrano una maggiore prevalenza di disturbi depressivi. In particolare, il conflitto coniugale, incluso il disaccordo frequente e la critica, aumenta il rischio di depressione. Inoltre, l’esposizione a violenza psicologica o fisica all’interno del matrimonio aggrava ulteriormente la vulnerabilità psicologica, evidenziando la necessità di supporti specifici per le vittime. Alcune coppie, tuttavia, riescono a sviluppare una relazione soddisfacente nel tempo, anche in assenza di un amore romantico iniziale. Il sostegno psicologico può essere d’aiuto per costruire una comunicazione efficace e bilanciare le proprie aspirazioni personali con le aspettative familiari.
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Il matrimonio riparatore
Il matrimonio riparatore è una forma particolare di matrimonio combinato che ha radici storiche profonde, specialmente nelle culture mediterranee. Tradizionalmente, questa pratica prevedeva il matrimonio tra una donna vittima di violenza sessuale e il suo aggressore, con l’obiettivo di "riparare" il presunto danno all’onore familiare. In Italia, questa pratica è stata legalmente supportata fino al 1981, quando venne abrogato l'articolo 544 del Codice Penale che permetteva l'estinzione del reato di violenza sessuale in caso di matrimonio tra vittima e aggressore. La svolta culturale significativa avvenne nel 1966 con il caso di Franca Viola, la prima donna italiana a rifiutare pubblicamente il matrimonio riparatore. Oggi, sebbene questa pratica sia stata formalmente abolita in molti paesi occidentali, sopravvive in alcune aree del mondo, spesso mascherata da altre forme di matrimonio combinato. Le organizzazioni internazionali per i diritti umani continuano a monitorare e contrastare questo fenomeno, che rappresenta una grave violazione dei diritti fondamentali delle donne.
Matrimoni forzati nelle comunità musulmane immigrate in Italia
La pratica di combinare i matrimoni dei figli, che può sfociare nella loro imposizione, si ripropone in situazioni di emigrazione nella misura in cui il tessuto sociale comunitario - famiglie di provenienza da particolari regioni o strati sociali dei paesi di origine - sostiene ancora la legittimità della scelta genitoriale. Tale scelta è talvolta (ma sempre più spesso) contestata dalle generazioni più giovani, cresciute in un ambiente culturale in cui le relazioni sentimentali sono scelte dagli individui stessi con maggiore libertà. Le giovani donne con background migratorio che si ribellano ai matrimoni forzati sono molte di più di quanto si possa immaginare e l’esito di tale opposizione è talvolta drammatico. La complessità e la conflittualità dei vissuti dei migranti a maggior ragione valgono per i loro figli, impegnati a definire la propria identità, a partire da un background spesso non vissuto in prima persona, ma solo percepito attraverso le abitudini e le tradizioni della casa familiare.

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