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Gessica Wilkey e Daniel Michael: Un Matrimonio tra Tradizione e Modernità

Nel panorama letterario contemporaneo, emergono storie che, pur ambientate in contesti specifici, riescono a toccare corde universali, esplorando temi come l'amore, la famiglia, la ricerca di sé e il confronto con le proprie radici. Tra queste, spiccano opere che, attraverso narrazioni avvincenti e personaggi ben delineati, offrono spunti di riflessione sulla complessità delle relazioni umane e sull'evoluzione della società.

Un esempio significativo di come la letteratura possa intrecciare vicende personali con riflessioni più ampie si ritrova in opere che esplorano le dinamiche familiari e le sfide che ogni individuo affronta nel proprio percorso di vita. La scrittrice tedesca di origine russa, maestra nel raccontare le vicende tragicomiche della quotidianità, mette in scena un protagonista, il signor Schmidt, di fronte a un cambiamento improvviso che lo costringerà a vivere un nuovo capitolo della sua vita. La moglie, infatti, non sta bene e lui sarà costretto ad occuparsi della casa, attività che si era sempre rifiutato di considerare di sua competenza. Il suo tranquillo e abitudinario tran tran da pensionato viene sconvolto non solo dalle incombenze casalinghe, ma soprattutto da una visione diversa del piccolo mondo che lo circonda. È questo che l'autrice soprattutto racconta: le ferree convinzioni di un uomo granitico che si è costruito un'esistenza al riparo dai rivolgimenti della storia, in una bolla protetta dove si illude di avere tutto sotto controllo, a partire dalla moglie.

Uomo che fa lavori domestici

I figli, Sebastian e Karen, gli sono ostili, mettendo in luce un contrasto generazionale e valoriale. Sebastian lo aggredisce verbalmente e non vuole che dica niente sul nipote, avuto con una donna nera, mentre Karen se n'è andata a vivere a Berlino con la sua compagna Mia. Walter, il signor Schmidt, si sente continuamente provocato dalle vite dei figli, che contrastano con il suo razzismo e le discriminazioni di genere su cui ha basato la sua concezione della famiglia e del paese in cui vive. Così, oltre ad essere costretto ad occuparsi di tutto quello che faceva Barbara, Walter scopre le attività in cui si impegnava la moglie a favore dei migranti e il mondo di internet, in cui incappa ingenuamente alla ricerca di ricette di cucina. Apre così uno spiraglio sul quartiere in cui vive e anche sul rapporto con Barbara, la cui presenza ha sempre data per scontata. Un piccolo gioiello che fa insieme ridere, commuovere e pensare a chi condivide con noi gran parte della vita.

Parallelamente, il romanzo "JAMES" di Percival Everett, tradotto magistralmente da Andrea Silvestri, entra di diritto nel novero dei grandi romanzi americani. La vicenda, ambientata negli Stati Uniti e ispirata a "Le avventure di Huckleberry Finn" di Mark Twain, ha una valenza universale. Lo scrittore americano ci riporta ad Hannibal, la cittadina sul Mississippi, ma i protagonisti principali sono Jim, ovvero James, lo schiavo che fugge in zattera con Huck. Percival Everett acquisisce il suo punto di vista, ne sviluppa a pieno le potenzialità di personaggio letterario e scrive un libro politico e mai didascalico sulla giustizia, la schiavitù, la violenza, il privilegio e il senso vero della libertà. Non tradendo mai il romanzo di Mark Twain, Everett ne mantiene le scelte linguistiche, l'ironia e l'innegabile capacità narrativa che apre orizzonti reali e mentali ad ogni pagina.

Copertina del libro

Viaggiamo così sul fiume, sperimentandone le bellezze, i frutti e i pericoli, e allo stesso tempo compiamo un viaggio nella storia dell'umanità, un percorso che mette in luce come persino la religione venga usata per giustificare le divisioni sociali e mantenere il potere economico nelle mani di pochi. Seguendo James nelle sue peripezie, si diramano infiniti pensieri a partire dalla mistificazione di chi si è realmente: nascondere capacità e conoscenze per rimanere nel ruolo prestabilito, perché fa più paura uno schiavo che sa leggere e può mettere a rischio un intero sistema consolidato a vantaggio dei ricchi maschi bianchi. C'è poi uno sguardo lucido e spietato sulla discriminazione verso le donne, spesso vittime di abusi, e riflessioni mai banali sul nostro ruolo nella società e su come siamo comunque complici di sistemi ingiusti e discriminatori, perché non fare qualcosa di moralmente inaccettabile non è sufficiente per mettersi dalla parte giusta della storia. "James" è un romanzo dove si respira il piacere di narrare, la sfida e il divertimento di dialogare e aggiungere livelli di lettura a un classico, con lo sguardo di oggi e sul futuro, un inno al potere delle parole, dello studio e della forza dei libri.

Il romanzo "KUKUM" dello scrittore Michel Jean, nato in Québec, esplora e tramanda la storia e la cultura degli indigeni americani. Il libro trasporta il lettore in un altro mondo, a contatto con quella che sembra una diversa umanità, e allo stesso tempo porta a riflettere su ciò che siamo e su ciò che stiamo vivendo. La storia di una famiglia e di un intero popolo prende avvio con la descrizione di un lago: "Un mare fra gli alberi. Acqua a perdita d'occhio, grigia o blu a seconda dell'umore del cielo, attraversata da correnti gelide. Il lago è al tempo stesso bello e terribile. Smisurato. E la vita vi è tanto fragile quanto ardente". Attraverso l'esistenza della protagonista, Almanda, che rimasta orfana cresce con gli zii, e del suo amore per Thomas, Michel Jean racconta in realtà la vita, ritraendo la parabola di un popolo nomade che viveva libero nelle foreste del Québec prima dell'arrivo dei bianchi e delle segherie che hanno alterato l'equilibrio naturale.

Paesaggio del Québec con lago e foreste

Quella degli Innu era un'esistenza faticosa ma dagli orizzonti ampi, dettata dai ritmi della natura. Era vita di comunità, dove le donne avevano gli stessi compiti e diritti degli uomini, dove nessuno era lasciato solo, e abilità e saperi si trasmettevano di generazione in generazione. Sino a quando il disboscamento e il trasporto dei tronchi attraverso il fiume impedirono il naturale nomadismo del popolo Innu, che venne relegato in una riserva e a cui vennero sottratti bambini. Vennero così strappati i legami familiari e comunitari e quelli con la natura: "Lontani dal territorio, abbiamo dovuto imparare a vivere in modo diverso. Passare da una vita in movimento a un'esistenza sedentaria. Non sapevamo come fare e, ancora oggi, è difficile. La noia si è insediata negli animi instillandovi il proprio gusto amaro". Attingendo alla storia della sua famiglia, Michel Jean rende omaggio alla figura straordinaria della bisnonna Almanda Siméon.

Un altro caso letterario è quello dello scrittore greco emigrato in Svezia, che ha fatto della lingua di adozione la sua lingua letteraria. Egli racconta la crisi che lo coglie a settantasette anni, quando gli sembra di non riuscire più a scrivere: "Che cosa si frapponeva tra me e le parole? Eravamo stati amici per così tanto tempo. E adesso non lo eravamo più". Vende il suo amato studio nel centro di Stoccolma e cerca di adattarsi a una nuova vita, che però gli fa rimpiangere la routine e gli incontri nel percorso tra casa e luogo di scrittura. Comincia così a ripercorrere la sua vita: l'infanzia in Grecia, l'arrivo in Svezia, la sua carriera, le letture e gli incontri con altri scrittori. Finché si fa sempre più strada il pensiero legato alla Grecia che ha lasciato. Ci porta in giro nel suo paese di origine durante la grave crisi economica, con uno sguardo insieme critico e affettuoso, deluso e malinconico: "Mendicanti ovunque… Donne stese per terra con in braccio bambini piccoli. Giovani uomini di bell'aspetto che cadevano in ginocchio imploranti. E noi che passavamo oltre, alcuni pieni di vergogna, altri con forzata indifferenza". Sottolinea però il legame atavico che viaggia anche attraverso le parole. E allora perché non provare a scrivere un libro usando la sua lingua di origine? Un romanzo denso e variegato come la vita, commuovente e ironico, pieno di considerazioni fulminanti sulla lingua che usiamo e sui legami che si intrecciano anche quando non ne siamo consapevoli.

"A quel punto è partita una piccola discussione: si chiedevano se era meglio ascoltare le stesse storie di sempre o piuttosto qualcosa di nuovo, qualcosa di un altro mondo… ho pensato che in quella discussione, sostenuta in una piccola taverna di un’isola sperduta alla fine del mondo, c’era tutta la storia della letteratura. L’idea in ogni caso non è mia, ma di Walter Benjamin. Diceva che a raccontare storie sono sempre stati i contadini o i marinai. Il contadino sarebbe colui che raccoglie la memoria locale, e se ne prende cura, e la trasmette. Il marinaio, colui che va per le acque e torna con storie di altre terre". Anche nel romanzo ci sono in qualche modo un contadino e un marinaio: Julian non si è mai mosso dall’isola in cui è nato e si è occupato delle zie e degli zii che l’hanno cresciuto, mentre il gemello Jerónimo se ne è andato da ragazzo e ha girato il mondo come giornalista, per poi tornarci da vecchio, senza poter ripartire a causa della pandemia. Il suo ritorno innesca il filo dei ricordi e dei racconti, dei bilanci e dei rimpianti, ma rinsalda anche antichi legami e insieme mette in filigrana le vicende del passato: "La gioia di rincontrarci e sentire che, a poco a poco, le parole tornavano e le idee si riordinavano, era molto più grande della storia che volevamo raccontare. E adesso, quando guardiamo indietro, verso i giorni in cui abbiamo parlato con il mare, quei momenti di dubbio e frustrazione non sembrano così gravi, come ai marinai le tempeste che hanno vissuto in alto mare non sembrano così terribili una volta che rimettono piede a terra e tornano a incontrarsi con i loro cari". Il racconto si gioca continuamente tra il passato e il presente, tra le tracce di chi non c’è più e le esistenze che sembrano eterne all’interno dell’isola.

"Non si può cambiare il passato, ci si può soltanto aggrappare all’illusione di capirlo" ed è esattamente questo che fanno le storie. Un libro che seduce e incanta, dove la leggenda di una campana d’oro finita in fondo al mare anima le serate alla taverna costruita in una nave naufragata, e dove ci si può trovare a passeggiare in un cimitero senza corpi e a entrare nella segheria dove è gelosamente custodito un segreto. E dove si possono conoscere i segreti per organizzare una festa perfetta. Un romanzo poetico e intenso, che illumina sul valore della comunità e della condivisione, anche delle storie.

Il potere della memoria | Evelina Christillin | TEDxTorino

"Buonasera e benvenuti in Sicilia, l’isola più grande del Mediterraneo, in cui hanno vissuto e convissuto fenici, greci, romani, bizantini, arabi, normanni, angioini, aragonesi, austriaci, borboni… farei prima ad elencare da chi non siamo stati dominati…". Grazie a "NON HO TEMPO PER ANDARE AL MARE" di Mari Accardi, possiamo andare in vacanza semplicemente leggendo e trovarci catapultati in un originale tour della Sicilia, aggregandoci alla Compagnia Il mondo degli audaci, composta per lo più da turisti stranieri, per la maggior parte americani. Matilde, la protagonista del romanzo, è la guida turistica, assunta da Clara Fern, che fornisce un vademecum preciso ai suoi dipendenti su come relazionarsi con i turisti. Matilde ha composto una sua personale psicopatologia dei componenti immancabili dei gruppi che guida nelle bellezze della Sicilia: la spugna, la cinica, il simpatico, l'impicciona, il pedante, la lagnosa, l'ottuso, e noi cominciamo a immaginarli come membri temporanei della nostra famiglia. In realtà, è esattamente quello che fa la giovane donna, una carriera fallita da sceneggiatrice, ostaggio di una famiglia assurda e comica insieme, a partire da una nonna perennemente sull'orlo della morte, che ha regalato alla nipote da bambina un posto al cimitero, a un padre in pensione che praticamente vive sull'Audi che usava per il suo lavoro di rappresentante, sino a una madre frustrata che cerca di sfondare come stilista. Per non parlare della badante rumena Adela e di non ordinari vicini di casa, tra cui un asociale soprannominato La Bestia. Tutto questo entra nella narrazione dei luoghi da visitare, anzi diventa una tappa vera e propria del tour, con i parenti arruolati come comparse a salutare dal balconcino, per fare vivere agli audaci la vita di una autentica famiglia palermitana. Come i precedenti libri di Mari Accardi, anche qui non manca la sua comicità così tenera e quotidiana, raffinata e acuta, che fa di "NON HO TEMPO PER ANDARE AL MARE" un libro comico e intelligente.

"WELLNESS" è un romanzo intenso e avvincente, una storia d’amore mai banale, profonda e molto cinematografica. La storia prende il via dal sorprendente amore a prima vista tra Elizabeth e Jack, che in realtà si spiano per mesi dalle loro finestre di fronte prima di incontrarsi; poi il romanzo diventa la storia di un matrimonio, la storia di una genitorialità, la storia delle famiglie dei due protagonisti e il ritratto vivo e articolato di un paese eterogeneo e complesso come gli Stati Uniti. Di umili origini e nato e vissuto in Kansas, Jack; erede di una famiglia di ricchi magnati del Connecticut, arricchiti in maniera per lo più disonesta, Elizabeth, che è sempre stata costretta a spostarsi. Finché non fugge da un padre a dir poco problematico per studiare a Chicago. Dove anche Jack si rifugia per fare l’artista. Lo scrittore americano orchestra un romanzo perfetto, dove i salti temporali aggiungono via via nuove storie e nuovi punti di vista sui due protagonisti.

Walden ovvero Vita nei boschi è il resoconto di un periodo di vita dell’autore, Henry David Thoreau, naturalista, filosofo e agrimensore, che nel 1845 decise di soggiornare per due anni in una capanna, costruita in gran parte da solo, sulle sponde del lago Walden (Massachusetts). Durante questo periodo egli visse di caccia, pesca, e del raccolto di poche colture cui si dedicava. Walden fu molto apprezzato dagli autori della Beat Generation, che vedevano nella sua forte volontà di un ritorno alla natura il contrasto con la crescente modernizzazione delle metropoli americane, e il consumismo che permeava tutta la loro società, ma anche da autori più moderni, per certe riflessioni vegetariane e naturaliste che non possono non prendere piede in questo nostro mondo così inquinato e rovinato.

Illustrazione della capanna di Thoreau sul lago Walden

Il libro è da leggere innanzitutto perché è davvero ben scritto, a tratti poetico, chiaro nell’enunciazione e interessante nelle citazioni: testi fondamentali delle culture mondiali, la Bibbia, i Veda, i filosofi dell’antichità. Thoreau amava la natura, era fortemente ostile nei confronti del mercantilismo e dell’utilitarismo dei suoi connazionali e sosteneva che l’uomo per migliorare se stesso doveva abbandonare le proprie preoccupazioni, sia economiche che sociali. Molti temi affrontati qui per la prima volta sono più urgenti oggi di centocinquant’anni fa: la ricerca di uno stile di vita sostenibile, il dialogo con le filosofie orientali, il rapporto paritario con la Natura, la critica al lavoro e alla società dell’abbondanza. I capitoli iniziali sono un resoconto dettagliato di come l’autore, ponendosi come cavia, porta avanti per due anni l’esperimento di vivere nei boschi, nell’intento di dimostrare prima di tutto a se stesso e poi agli altri quanto semplice potesse essere vivere in armonia con sé stessi e la natura, rinunciando alle agiatezze della vita di città. Proseguendo con la stesura, le riflessioni lasciano ampio spazio a descrizioni, a volte davvero liriche, a volte francamente troppo didascaliche, della natura, e ovviamente del lago, dei pesci, della fauna boschiva nelle diverse stagioni dell’anno. Sono affreschi dettagliatissimi e, per alcuni lettori, un poco pedanti. È evidente che ognuno può ritrovarsi a piacimento nell’esplorazione della natura con tanto di erbario in mano fra cince, cinciarelle e altri animalucci del bosco. Un libro che contiene concetti ormai diffusi e sviscerati in infinite opere più moderne; ma poichè è partito tutto da qui, è interessante vedere da quale purezza di pensiero siano scaturiti. "Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario".

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