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Celibi Servizio Clienti: Informazioni Essenziali

Prima di procedere con la voltura del contatore, è dunque fondamentale accertarsi se si è clienti di Enel Energia - che opera nel Mercato Libero - oppure se si ha un contratto con il Servizio Elettrico Nazionale nel Mercato Tutelato.

Ricordiamo che il Servizio di Maggior Tutela attualmente è solo per una fascia di clienti definiti “vulnerabili” come anziani over 75, persone con disabilità, chi vive in case di emergenza, o con difficoltà economiche.

A questo punto possiamo procedere con la richiesta di cambio intestatario. È fondamentale ricordare che la voltura si effettua solo quando il contatore dell’energia elettrica è attivo.

Hai bisogno di aiuto? Capita spesso di sentire parlare di voltura o subentro del contatore luce e, molte volte, si fa fatica a capire la differenza tra le due procedure.

Differenza tra Voltura e Subentro

La Voltura è il cambio dei dati del titolare del contratto e la fornitura dell’energia continua ad essere attiva con lo stesso fornitore.

Tipi di Voltura

Nella voltura con accollo si ha quando non solo il fornitore resterà lo stesso, ma resteranno invariate anche le condizioni economiche di fornitura, quindi i prezzi.

Si può richiedere la voltura con accollo nel caso di separazione o divorzio e si dovrà procedere con l’autorizzazione del coniuge intestatario della fornitura o con il certificato di separazione.

Un altro caso può essere il decesso dell’intestatario.

La voltura senza accollo invece si ha quando, oltre al cambio di intestatario, si cambiano anche le le condizioni economiche.

I dati catastali dell’immobile, dopo aver sottoscritto il contratto, nonché tutti i dati che stabiliscono a che titolo occupiamo l’immobile (nel caso di affitto, i dati della registrazione del contratto all’Agenzia delle Entrate).

Come anticipato in precedenza, i costi variano a seconda se il contratto è nel mercato libero o in quello tutelato.

Vuoi risparmiare in bolletta? Se stai cambiando casa o vuoi semplicemente aggiornare le tue utenze, è il momento giusto per scegliere un nuovo fornitore di luce e gas.

Con la fine del Mercato Tutelato, oggi tutti i clienti sono nel Mercato Libero e possono cambiare operatore in qualsiasi momento, senza costi o interruzioni del servizio.

Contatore elettrico

Macchine Celibi e Informazione

Macchina celibe è la definizione che Marcel Duchamp ha dato ad un particolare di una delle più enigmatiche fra le sue opere, il celebre Grande vetro intitolato La sposa denudata dai suoi celibi, anche.

Si tratta di un curioso complesso di meccanismi di cui non riusciamo chiaramente a vedere il funzionamento e l'utilità, salvo il fatto che esso sembra far transitare una iscrizione dalla parte superiore a quella inferiore dell'opera.

A partire da questa idea sono state rintracciate nella storia della cultura precedente e successiva altre apparizioni di macchine celibi, come la macchina della Colonia penale di Kafka, che funziona anch'essa come "pantografo", incidendo sulla carne del condannato la sua sentenza, oppure il Pozzo e il pendolo di Poe, o lo stesso Frankenstein di Mary Shelley.

Il nesso fra le macchine celibi e gli argomenti di cui qui ci occupiamo non è dato tanto dal fatto che Duchamp sia stato bibliotecario, quanto dal nostro ricorrente interesse per le macchine, di cui continuiamo a misurare l'influenza sul nostro lavoro di professionisti dell'informazione.

Già da tempo ci interroghiamo sui mutamenti introdotti dalle nuove tecnologie, a partire dall'automazione dei cataloghi bibliotecari, per poi passare all'introduzione dei collegamenti online nei nostri servizi di consulenza bibliografica, all'esplosione dei CD-ROM e alla bufera di Internet.

Quello che abbiamo visto crescere insieme alle nuove tecnologie sono stati soprattutto gli strumenti di riferimento per la ricerca: i repertori bibliografici e biografici, i cataloghi, le enciclopedie, insomma le banche dati come espansione delle nostre sale di consultazione.

Così, siamo stati indotti a vedere nella reference il paradigma della nostra professionalità.

Abbiamo imparato a sottolineare la crucialità dell'accesso alle informazioni rispetto al possesso dei documenti, abbiamo ampliato il campo un tempo trascurato dell'educazione all'utenza e ci siamo abituati al nuovo mestiere dell'intermediazione.

L'attuale stato dell'arte, pur denso di interessanti stimoli provenienti dalle nuove tecnologie, non sembra far prevedere novità rivoluzionarie come quelle che si sono consumate negli ultimi anni, in cui i cambiamenti che abbiamo vissuto giorno per giorno avevano il sapore di un vero e proprio passaggio d'epoca.

Una fonte assai autorevole per chi voglia avere un quadro dell'attuale stato dell'arte è certamente l'annuale International Online Meeting di Londra, che fin dai primi vagiti delle nuove tecnologie dell'informazione è uno degli appuntamenti più prestigiosi a livello internazionale.

Ebbene, scorrendo gli atti dell'ultima edizione di questo convegno, mi è effettivamente sembrato che le questioni "calde" oggi all'attenzione degli specialisti dell'informazione fossero di carattere culturale, più che prettamente tecnologico.

Si tratta ovviamente di un fenomeno che ha già una sua storia, che può essere fatta risalire ai primi servizi online orientati all'utente finale come Textline o Nexis, che con le loro interfacce di ricerca semplificate tentarono, senza grosso successo, di scavalcare l'intermediario.

La seconda ondata fu quella delle banche dati su CD-ROM, che ebbero il curioso effetto di creare in rapporto ai servizi online una gerarchia di fonti elettroniche: le prime, semplici, meno aggiornate e a costo prevedibile, da lasciare (a volte con troppa leggerezza) all'utente finale; le seconde, complesse, più aggiornate e con costi imprevedibili, ancora regno incontrastato del bibliotecario/intermediario.

La progressiva trasformazione di Internet in un unico ipertesto percorribile con browsers sempre più amichevoli accentua la sensazione di un accesso sempre più disintermediato all'informazione elettronica, ma il fenomeno è più generalizzato e non riguarda solo il campo delle risorse liberamente disponibili in rete.

Anche nell'ambito dell'informazione elettronica commerciale le più nuove fra le nuove tecnologie sembrano aver portato ad una situazione in cui un utente finale può acquisire le conoscenze di base necessarie per il recupero dell'informazione.

Probabilmente l'elemento più vistoso è stato lo sviluppo di WWW e conseguentemente dei browsers, ma nella stessa direzione si muovono anche i produttori di banche dati su CD-ROM, nel progressivo miglioramento delle interfacce e nella tendenza ad allargare sempre di più le possibilità di networking dei CD, fino a farli interagire con Internet stessa.

Questo orientamento del mercato verso gli utenti finali trova un riscontro particolare in alcuni sviluppi tecnologici: Java sembra contribuire alla possibilità di una presentazione sempre più agile e amichevole delle informazioni, e inoltre, rendendo più agevole la realizzazione di programmi eseguibili da un computer remoto, fa intravedere l'epoca del NetPC, una sorta di terminale poco più che stupido che, a basso costo, permetterebbe di usufruire di tutti i vari servizi di rete.

Questa tendenza della informazione elettronica ad entrare decisamente in casa dell'utente si esprime poi nello sviluppo della WebTV, che dovrebbe garantire un accesso rapido e tecnologicamente semplice al WWW dal televisore.

Anche la tecnologia dei modem superveloci, sebbene con qualche incertezza, si muove in questa direzione.

Forse c'è anche dell'altro che bolle nella pentola delle nuove tecnologie e del mercato dell'informazione elettronica, ma - a parte la WebTV di cui non si sa ancora moltissimo - mi sembra appunto che le grandi novità siano soprattutto nel fattore umano, in questa irruzione dell'utente finale che ormai sembra in grado di rapportarsi direttamente con i sistemi informativi.

In questo contesto, sembra che non sia più adeguata la domanda che periodicamente ci siamo riproposti in questi ultimi anni, su come cambiare la nostra professione, ma che piuttosto ci si debba chiedere se ce n'è ancora bisogno.

A cosa serve la biblioteca? Che senso ha che gli utenti convergano in un luogo fisico definito per accedere alla dimensione a-topica dell'informazione elettronica distribuita?

E a cosa serve l'intermediario se gli agenti di rete sono sempre più intelligenti e le interfacce dei CD sempre più vicine al linguaggio naturale dell'utente?

Viene il dubbio che biblioteche e bibliotecari siano utili quanto una macchina per affilare il burro, o magari paragonabili alla Ruota di bicicletta di Duchamp.

Un interrogativo così radicale rientra chiaramente nel campo della futurologia.

Il libro a stampa sembra essere tuttora un supporto tecnologico insuperato per certi usi.

La tecnologia non ci ha ancora fornito un altro strumento che permette di leggere in piedi, sdraiati, in autobus, in bagno, quando manca l'elettricità; che permette di leggere a chi sa solo leggere, senza necessità di imparare nessun altra tecnica, nemmeno la più semplice; che permette di leggere senza rovinarsi troppo gli occhi...

E forse non è scontato che questo apice della tecnologia che è il libro a stampa venga superato.

Sembra dunque che la stampa su carta sia destinata a rimanere a lungo il mezzo prevalente di comunicazione scritta per quegli usi che presuppongono la lettura prolungata come modalità di fruizione principale.

Quindi, resta fondamentale fra i nostri compiti la gestione della documentazione a stampa, e sempre di più si accentuano le problematiche relative alla sua circolazione in termini cooperativi, visto che la telematica rende sempre più conoscibili i nostri patrimoni cartacei.

C'è poi da garantire il delicatissimo diritto alla connettività come nuovo diritto di cittadinanza; uno sviluppo di quella funzione sociale che è da sempre nella ragion d'essere delle biblioteche.

Di assistenza e intermediazione ci sarà ancora bisogno, almeno in Italia, dove siamo ancora lontani dal modello altrove già attuale in cui tutti i ricercatori hanno un PC in rete nel loro studio o addirittura a casa.

Se poi ci domandiamo quanto futuro abbia la user education, soprattutto nei confronti dei neofiti dell'informazione elettronica, basta considerare che presumibilmente il 90% di coloro che useranno Internet nel 2000, oggi è ancora offline.

In Italia poi, la distanza da una consapevolezza anche solo elementare sul funzionamento delle reti è testimoniata anche ad alti livelli, come ad esempio si è visto di recente in occasione dei servizi di un telegiornale di stato sul caso delle ragazze senesi fuggite da casa.

Mi sembra però che la questione dell'educazione all'utenza assuma sempre più chiaramente un carattere culturale, piuttosto che tecnico.

Del resto, quando l'educazione all'utenza era svolta in sala di consultazione, in era pre-elettronica, la questione non era di carattere tecnico (gli utenti sanno leggere e sfogliare pagine), ma concettuale: si trattava di rendere comprensibile e fruibile una certa organizzazione delle informazioni.

Non si tratta dunque tanto di interfacciare le interfacce, che ne hanno sempre meno bisogno, ma piuttosto di interfacciare i contenuti, assumendo la user education in un senso didattico più complessivo, capace di far fronte alla sesquipedale ignoranza bibliografica dei nostri utenti.

Vi è una specie di opere voluminose, usualmente chiamate libri da indice, non lette neppure da chi le possiede, e non esaminate se non da que' pochissimi a beneficio dei quali sono state composte, e i quali soli ne fanno buon capitale per la loro propria gloria e per la pubblica utilità.

Or chi può leggerli?

Foscolo scrive in Inghilterra, dove i reference books godono da sempre di ottima fama, ma si riferisce alla cultura italiana, che invece già allora manifestava una refrattarietà incrollabile nei confronti dei "libri da indice", quelli che noi chiameremmo opere di consultazione: repertori, enciclopedie, cataloghi...

Non vi capita mai che l'utente giudichi irrilevante un record bibliografico perché ci trova scritto Dewey e crede che si tratti di John Dewey?

Dunque, come osserva Riccardo Ridi, «è inutile fingere di credere che il problema sia solo lo specifico tecnologico, quando in Italia la maggioranza degli utenti (e una percentuale non trascurabile di bibliotecari) ha poca dimestichezza anche con cataloghi a schede e opere di consultazione a stampa».

Quello della information overload è un problema quantitativo con un immediato riscontro qualitativo.

T. Matthew Ciolek si è domandato quale sia il rapporto tra il volume totale dell'informazione in rete, misurata in megabytes, e l'informazione utile agli studiosi: 1/1? 100/1? 1000/1?

L'autonomia del ricercatore nel rapporto con le fonti, la sospirata disintermediazione, sembra porsi quanto meno in rapporto dialettico con la qualità e la quantità delle fonti stesse.

È l'esperienza che facciamo quotidianamente con i motori di ricerca.

Di information overload si discute a proposito di Internet, ma mi sembra che gli stessi interrogativi dovrebbero essere posti più in generale a proposito di tutto il crescente complesso della informazione elettronica disponibile, gratis e a pagamento, online e offline, in rete locale o geografica.

La battaglia non è solo con Internet, ma anche con l'eterogeneità, le sovrapposizioni e il dinamismo crescente delle offerte dell'editoria elettronica; e le osservazioni sulla qualità della informazione andrebbero ormai poste in una considerazione globale del campo delle disponibilità, superando in parte la differenziazione "per supporti" che la stessa tecnologia rende sempre più obsolescente.

Già alla precedente edizione di questo seminario Elisabetta Di Benedetto concentrava la sua attenzione sul problema della qualità osservando che non c'è tutto gratis su Internet perché non tutta l'informazione di qualità è su Internet, ma anche l'informazione che si paga non è sempre a livelli soddisfacenti e l'utente disintermediato attraversa un labirinto disorientante fatto non solo di pletorici risultati di motori di ricerca, ma anche di proposte e lusinghe di un mercato sempre più aggressivo.

Così considerato, il sovraccarico informativo comprende quindi a mio avviso non solo il sovraccarico della informazione in quanto tale, dei contenuti informativi disponibili, ma anche delle sue eterogenee, a volte neobarocche, seppur sempre più amichevoli, forme stilistico-tecnologiche.

Ci chiediamo dunque se le tecnologie che ci consentono una enorme possibilità di accumulo di informazioni nelle macchine, siano anche in grado di garantire una loro distribuzione dalle macchine alle intelligenze, o se invece non si richiedano per questo scopo professionalità.

La risposta non è scontata, e non dovrebbe essere consolatoria: i tentativi di attribuire a nuovi automatismi il compito di imporre un qualche principio di organizzazione al caos informativo non sono necessariamente destinati all'insuccesso, e si può anche ipotizzare uno scenario come quello descritto da Arthur Winzenried: «4 years from now: Early forms of so-called 'intelligent agents' are already in use and it is possible to imagine an 'intelligent agents kit' assembled to order by the librarian in order to create a body of knowledge for a specific purpose, and keep it updated. This would involve sampling online-resources at intervals but would need supervision by an information expert. Such software might not quite be new technology but would support the work of information experts».

Per ora, le più tipiche fra le soluzioni tecnologiche al sovraccarico e alla volatilità dell'informazione elettronica, i motori di ricerca, mostrano tutti i loro limiti e anzi la frustrazione che quotidianamente proviamo usando questi strumenti ci appare proprio come la manifestazione più caratteristica della information overload.

D'altra parte, non si può negare che lo sviluppo dei sistemi di NDIR (Network Information Discovery and Retrieval) mette in crisi alcuni concetti radicati nel lavoro dello specialista dell'informazione: ad esempio dovremmo forse tornare a interrogarci sul concetto di successo di una ricerca, ora che gli utenti sembrano essere in grado di svolgere per proprio conto ricerche che, pur nella loro aleatorietà, conducono a risultati dal loro punto di vista soddisfacenti.

Nel nostro periodo di entusiasmo booleano avevamo forse sottovalutato la serendipità, la capacità di ricavare dati scientificamente validi da osservazioni casuali o rivolte ad uno scopo diverso.

Qualcuno osservava che le banche dati non consentivano quello "sfogliare" casuale che spesso portava a scoperte fondamentali fra le pagine dei repertori cartacei.

Duchamp La Sposa messa a nudo dai suoi celibi, anche

Voltura, Subentro o Nuovo Allaccio?

tags: #celibi #servizio #clienti

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