Il dibattito sul celibato sacerdotale, una pratica che da secoli caratterizza il clero della Chiesa Cattolica di rito latino, è tornato prepotentemente alla ribalta. La questione, complessa e delicata, tocca aspetti storici, teologici e pastorali, alimentando discussioni e richieste di riforma, specialmente in vista di importanti appuntamenti ecclesiali come il Sinodo sulla Sinodalità.
La Chiesa Cattolica ha visto in passato periodi di crisi legati alla continenza degli ecclesiastici. Intorno all'anno Mille, ad esempio, si diffuse il Nicolaismo, che indicava la perdita della continenza degli ecclesiastici attraverso il matrimonio per i chierici inferiori, il concubinato per i chierici maggiori, fino ai vescovi. Per quanto riguarda il caso delle Chiese orientali, la storia ecclesiastica ci insegna che il matrimonio dei preti è apparso nel VII secolo per mezzo di un'impostura: un concilio orientale si è servito di una decisione conciliare del IV secolo, stravolgendola, per consentire questo matrimonio.

Il documento conciliare Presbyterorum Ordinis (PO), votato in extremis alla chiusura del Vaticano II, dedica l'intero numero 16 a ribadire "l’imposizione per legge" del celibato ai sacerdoti della Chiesa latina. Il testo impernia questo obbligo sulla "convenienza" del celibato allo stato sacerdotale, riconoscendo che tale condizione "non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali, nelle quali vi sono degli eccellenti presbiteri coniugati". Coerentemente, perciò, PO giustifica la scelta affermando che in questo modo "i presbiteri aderiscono più facilmente a lui con un cuore non diviso, si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini, servono con maggiore efficacia il suo regno e la sua opera di rigenerazione soprannaturale, e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo".
Tuttavia, il testo conciliare solleva interrogativi. Come possono essere eccellenti preti quelli sposati nella Chiesa orientale, se la perfezione del servizio sacerdotale c'è solo con il celibato? Posto così, difficilmente si esce dall’idea che i preti sposati siano di serie b, rispetto alla loro capacità di svolgere pienamente il proprio ministero. È importante ricordare che Benedetto XVI nell’ottobre del 2009 ha accettato che preti anglicani sposati potessero rientrare come preti nella chiesa cattolica ed esercitare a pieno titolo il loro ministero. Ancora, PO 13 dichiara che "I presbiteri raggiungeranno la santità nel loro modo proprio se nello Spirito di Cristo eserciteranno le proprie funzioni con impegno sincero e instancabile". Tradotto: il sacerdote diventa santo se fa bene il prete, al massimo grado. Ma per viverlo al massimo si deve essere celibi, perciò il celibato è necessario alla santità del prete. Poi, però, si legge Gaudium et Spes 17 e ci si accorge che la santità non può essere imposta per legge, nemmeno per legge divina: "Dio volle, infatti, lasciare l’uomo in mano al suo consiglio, che cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, aderendo a lui, alla piena e beata perfezione. Perciò la dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e determinato da convinzioni personali, e non per un cieco impulso istintivo o per mera coazione esterna".
Perché, sempre PO 16 afferma che il celibato va chiesto come dono a Dio e va abbracciato liberamente dal sacerdote. Il che sembra maggiormente possibile se fosse reso facoltativo, più che obbligatorio. È pur vero che si può scegliere liberamente di stare dentro ad una regola esterna (che per ciò stesso non è più esterna), ma se questa è condizione indispensabile per essere preti, allora, per essere fedeli a GS 17, è assolutamente necessario ammettere al sacerdozio solo coloro che hanno compiuto davvero questa scelta interiore. E in effetti il concilio offre questa indicazione. Nel documento dedicato ai religiosi si dice che i candidati "non abbraccino questo stato, né vi siano ammessi, se non dopo una prova veramente sufficiente e dopo che sia stata da essi raggiunta una conveniente maturità psicologica ed affettiva" (PC 12). Ma ciò viene esplicitato solo per i religiosi, non per i sacerdoti.
Il sacerdote celibe ha la possibilità di testimoniare "quel mondo futuro, presente già attraverso la fede e la carità, nel quale i figli della risurrezione non si uniscono in matrimonio" (PO 16). A dire che la vita nel Regno di Dio non ammette la sessualità. Per giustificare ciò, coerentemente, il concilio afferma che i candidati al sacerdozio "abbiano una conveniente conoscenza dei doveri e della dignità del matrimonio cristiano, ma sappiano comprendere la superiorità della verginità consacrata a Cristo" (OT 10). Testo clamorosamente smentito da S. Giovanni Paolo II nell’udienza del 14 aprile 1982: "Nelle parole di Cristo sulla continenza per il Regno dei cieli non c’è alcun cenno circa la inferiorità del matrimonio". Le parole del Nuovo testamento "non forniscono motivo per sostenere né l’inferiorità del matrimonio, né la “superiorità” della verginità o del celibato".

La scelta della Chiesa tedesca di superare il celibato obbligatorio piomba su Francesco, il cui pontificato sta entrando lentamente nella fase finale. Il "cammino sinodale", condotto in Germania congiuntamente dai vescovi e dal laicato cattolico organizzato, si muove gradualmente ma con nettezza. In questi giorni è stata approvata dai delegati sinodali, riuniti a Francoforte, una risoluzione per la redazione di un documento a favore del celibato facoltativo e quindi dell’ordinazione di uomini coniugati, inclusa l’autorizzazione agli attuali sacerdoti di prendere regolarmente moglie.
Recentemente l’ex presidente della conferenza episcopale tedesca, cardinale Reinhard Marx, aveva già preso autorevolmente posizione: "Alcuni preti starebbero meglio se fossero sposati. Non solo per motivi sessuali, ma perché sarebbe meglio per le loro vite". Lo steso presidente attuale, vescovo Georg Baetzing, ha dichiarato di non vedere una contrapposizione tra servizio sacerdotale e stato matrimoniale, che al contrario potrebbero arricchirsi vicendevolmente. I suoi successori - da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI - non hanno mai riaperto la questione benché papa Ratzinger avesse permesso ai preti anglicani, passati al cattolicesimo, di restare coniugati. Giovanni Paolo II, da parte sua, si è ripetutamente e categoricamente espresso contro ogni ipotesi di sacerdozio femminile.
Ma l’orologio della storia non si ferma. È evidente che l’esclusione della donna dal ruolo sacerdotale, basata sulla tradizione del sacerdozio ebraico e della cultura veterotestamentaria in violenta contrapposizione al sacerdozio femminile delle altre religioni orientali, è frutto di un dogma culturale. L’idea che solo il maschio sia degno di essere mediatore tra i fedeli e la divinità nasce e muore con l’esaltazione del patriarcato. La Chiesa cattolica non potrà barricarsi per sempre.

Francesco, all’inizio del pontificato, aveva tentato di aprire la strada al diaconato femminile, istituendo una commissione di studio che però si è arenata perché spaccata irrimediabilmente tra aperturisti e conservatori. Il tema del celibato facoltativo del clero è tuttavia più pericoloso per la stabilità del pontificato. Perché la spinta tedesca rischia a fine anno di mettere in moto dinamiche imitative in altre zone dell’Occidente. Il “No perché no” sta diventando sempre più insostenibile a fronte della carenza catastrofale di preti, che non riescono a “coprire” le parrocchie.
Francesco, lucidamente, aveva tentato di governare il cambiamento autorizzando (e sostanzialmente incoraggiando) il Sinodo dei vescovi dell’Amazzonia ad affrontare il problema del clero sposato. La violenta opposizione del fronte conservatore, rafforzato da un libro scritto a due mani dall’ex papa Ratzinger e dal cardinale di curia Robert Sarah in cui si negava appassionatamente ogni legittimità all’introduzione di un clero latino sposato, ha bloccato nel 2020 papa Francesco. Che non ha sconfessato il sinodo amazzonico, lasciando anzi sul tavolo le sue risoluzioni finali, ma non ha fatto nemmeno un passo per realizzarle. Sentendosi messo con le spalle al muro. Le tensioni - sembra ormai inevitabile - torneranno.
Perché il celibato ecclesiastico? Origini e significato del celibato sacerdotale
L'Associazione dei Preti Sposati, che rappresenta poco meno di 5 mila sacerdoti ormai usciti dai ranghi della Chiesa per mettere su famiglia, si sta preparando ai lavori del Sinodo sulla Sinodalità. Uno dei grandi nodi da sciogliere è l'abolizione del celibato come da tempo chiedono alcuni episcopati (per esempio quello tedesco e quello brasiliano) e diverse associazioni tra cui quella italiana che proprio ieri ha eletto il nuovo presidente, un ex prete napoletano, 77 anni, quattro figli, Natalino Mele. "Io penso che la Chiesa debba rendere facoltativo il celibato sacerdotale, dando modo a chi viene consacrato di scegliere". I membri della associazione italiana, spiega Mele, hanno quasi tutti lasciato il ministero nel corso degli anni perché si sono innamorati e si sono poi sposati. "IN vista del Sinodo stiamo elaborando la nostra proposta, che ovviamente non sarà l'unica."
Mons. Charles J. Scicluna, arcivescovo di La Valletta (Malta), ha affermato: "La Chiesa cattolica ha perso buoni preti per la sola ragione che hanno scelto lo stato matrimoniale".
Fino al 2023, papa Francesco ha parlato del celibato sacerdotale come di una disciplina che "non è eterna" e che "potrebbe essere rivista".
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